Fondo politiche sociali – Poche risorse e vecchie politiche

Regione Lombardia, con una delibera del 15 aprile, ha ripartito le risorse nazionali del fondo politiche sociali (annualità 2019 – esercizio 2020). 56 milioni di euro, 17 dei quali destinati all’emergenza coronavirus. Oltre 3 milioni per la provincia di Como. Si tratta di risorse che verranno gestite dai “piani di zona”. Con quali criteri? Con quale coinvolgimento delle comunità locali? L’83% della spesa sociale è sulle spalle dei Comuni e dei cittadini utenti!

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ats

Ats Insubria riceverà 7.835.292.14 Euro da distribuire tra Varese e Como (Alto lago escluso)

I fondi per la provincia di Como sono così ripartiti:

Centro Lago e Valli: 199.330,20 di cui 58.604, 92 per interventi dedicati all’emergenza post Covid

Ambito Erbese: 389.419,55 di cui 114.492,95 per interventi dedicati all’emergenza post Covid

Ambito Marianese:  313.657,25 di cui 92.218,13 per interventi dedicati all’emergenza post Covid

Ambito Canturino: 419.509,53 di cui 123.339,68 per interventi dedicati all’emergenza post Covid

Ambito Como: 752.967,87 di cui 221.379,52 per interventi dedicati all’emergenza post Covid

Campione d’Italia: 10.432,59 di cui 3.067,28 per interventi dedicati all’emergenza post Covid

Ambito Lomazzese: 526.558,81 di cui 154.813.16 per interventi dedicati all’emergenza post Covid

Ambito Olgiatese: 484.520,07 di cui 142453,38 per interventi dedicati all’emergenza post Covid

Ambito Alto Lago: 91.376,52 di cui 26.865,54 per interventi dedicati all’emergenza post Covid

La delibera regionale dispone che gli ambiti territoriali – cioè gli uffici dei piani di zona che dipendono dalle Assemblee dei Sindaci – programmino, a loro volta, l’uso delle risorse attraverso un raccordo operativo con le ATS (nel nostro caso, ATS Insubria e – per il solo Alto Lago – ATS Montagna), istituendo una cabina di regia.

In una lettera alle direzioni ATS, l’assessore Bolognini raccomanda che la cabina e i tavoli locali vedano la presenza delle associazioni di terzo settore per determinare “una corresponsabile costruzione di un sistema di risposte alle esigenze di servizi e di interventi espressi dalle persone, dalle famiglie e dalla comunità ….”(cit.),

Per la verità la raccomandazione sarebbe superflua, visto che le leggi vigenti, a cominciare dal Codice del terzo settore, prevedono espressamente forme di promozione del volontariato e di coprogrammazione e coprogettazione dei servizi. Comunque, ben venga. Il terzo settore ha sicuramente molto da proporre, sia in generale, sia per gli interventi post-covid che riguardano proprio ambiti specifici del volontariato e del mondo no-profit.

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In attesa di verificare se il sistema socio-sanitario e la politica locale – a differenza del passato – siano disponibili a strutturare percorsi partecipativi reali, è utile analizzare i contenuti della delibera e dei relativi allegati, che offrono una fotografia della spesa sociale lombarda, non particolarmente edificante.

Un primo rilievo emerge subito: i nostri governanti padani si sono limitati – come un ragioniere di periferia – a prendere le risorse statali e a suddividerle per la gran parte in base alla popolazione residente. Dal bilancio regionale della locomotiva d’Europa non viene aggiunto neppure un euro. La giustificazione, se così si può chiamare, è che la regione detiene i cordoni di un’altra borsa, quella del fondo sociale regionale. Se però si vanno ad analizzare i numeri della spesa sociale complessiva, si vede come il sistema sia fortemente sbilanciato.

L’ultimo consuntivo disponibile riguarda la spesa sociale del 2017, pari a poco più di 1,5 miliardi di euro, in flessione rispetto al 2016 dell’1%, che in termini percentuali sembra nulla, in termini assoluti significa 15 milioni di euro!

Facendo la media del pollo tra Silvio Berlusconi e un anziano senza dimora, la Regione calcola una spesa media di 151 euro pro capite, con Como in cima alla classifica con 248 euro 

La propaganda regionale ci vorrebbe far credere che “Regione Lombardia sta sviluppando le proprie politiche sociali con una forte caratterizzazione verso la presa in carico dei bisogni”, ma i numeri dicono ben altro: il 74% dei costi sono sopportati dai Comuni singoli o associati; il 9% deriva dalla compartecipazione dell’utenza, cioè 135 milioni sostenuti direttamente dai cittadini; i fondi nazionali e regionali arrivano appena all’8%; altri fondi minori e contributi europei coprono il 7%. Di fatto quindi l’83% della risposta – oltretutto parziale – ai bisogni è a carico delle comunità locali, direttamente o tramite i Comuni.

Non basta. La quota regionale è fortemente concentrata sull’area famiglia e minori. Questo comparto – del quale a nessuno sfugge l’importanza – assorbe 541 milioni di euro sul totale complessivo; c’è un investimento in crescita sulla disabilità (311 milioni). Al contrario, nonostante l’andamento demografico  in Lombardia sia inequivocabilmente caratterizzato dall’invecchiamento, l’area dei servizi per anziani subisce un taglio di 1,2 milioni di euro pari al all’1%, dal che si deve dedurre che la spesa complessiva si aggira sui 120 milioni.  Inoltre, anche senza voler calcare la mano sulla tragedia delle RSA a causa del Covid-19, non si può fare a meno di notare che già nel 2017 quest”area risultava  in calo del 2%, da 249 a 243 milioni.

I costi di funzionamento del sistema, invece, cioè la burocrazia, crescono del 5%

La delibera regionale, coerente con una logica di comunicazione propagandistica, si dilunga sulla suIl’area famiglia e minori, simbolo del modello sussidiario, familista e fondato sull’esternalizzazione dei servizi (accreditamento) introdotto da Formigoni e mantenuto tal quale dai suoi successori leghisti. Anche in questo caso però la forza dei numeri è in grado di smontare la propaganda

Il totale regionale è di 541.184.945,76 euro; di questi, ben 381.839.566,48 sono risorse proprie dei Comuni (ben il 70,6%); 60.537.285,64 sono “finanziamento da utenza” ,  (11,2%); il fondo  sociale regionale ammonta a 36.861378,42 (6,8%); il fondo nazionale a 13.908.871,49 (2,6%). 

Non basta ancora. La regione distribuisce le sue risorse concentrandone una gran quantità (più di 30 milioni) su 4 sole voci di spesa: assistenza domiciliare a minori; comunità alloggio per genitori e figli; affidi familiari; asili nodo e micronido. Senza entrare nel merito della scelta della priorità – che avrà senz’altro validi motivi – non si può non notare come le altre 19 voci di spesa che vanno a comporre il report contabile assumono un ruolo decisamente residuale. E proprio sulle voci che la regione trascura, vengono appostate le risorse statali, che nell’insieme sono distribuite in modo meno sperequato. In questo c’è quindi una precisa scelta politica.

Fin qui, i numeri del 2017. Per il 2018 dobbiamo accontentarci delle parole e manca una disamina della spesa complessiva. Si apprende solo che gli ambiti territoriali hanno utilizzato risorse del  fondo nazionale per 38.280.461,11, destinate per il  51,4% a infanzia /famiglia, per il 36,2% alla disabilità e per 12,4% a povertà ed esclusione

La scelta per il 2019 è di confermare sostanzialmente la stessa cifra agli ambiti distribuendola sulla base dei residenti. Il riparto va ancora a favore del comparto minori – famiglia con il 52% delle risorse; la disabilità registra un forte taglio e passa dal 36 al 25%, all’area anziani viene destinato l’11% (una sorta di guerra dei poveri a somma zero!) alle povertà il 9% e a disagio, dipendenze e salute mentale il 3%.

La quota eccedente (quasi 18 milioni) viene destinata all’emergenza Covid – 19, suddividendola in due tranches: 15.735.072,41 euro ancora in base ai residenti, su tutta la regione, 2.145.828,06 solo ai territori maggiormente colpiti dalla pandemia

Sono quindi sostanzialmente confermati, anche per questa annualità, le strategie regionali precedenti, con le loro palesi contraddizioni e la loro sempre più evidente inefficacia.

[Massimo Patrignani –  ecoinformazioni]

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