Giorno: 10 Maggio 2020

10 maggio/ Arciwebtv/ No rogo/ Il rogo dei libri

Dalle 18/ Il 10 maggio 1933 nella piazza del Teatro dell’Opera di Berlino il ministro della Propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbles organizza un grande rogo rituale in cui vengono bruciati i libri sgraditi al nazismo. Per Hitler il consolidemento del potere non passa solo attraverso la soppressione della democrazia e del regime parlamentare ma anche attraverso la conquista della cultura. [Da Rai Storia]

Gli altri programmi del 10 maggio.

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10 maggio/ Arciwebtv/ No rogo/ Colazione a Sarajevo

Dalle 16/ Per No rogo 2018, l’Arci provinciale di Como, l’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta e Arci-ecoinformazioni hanno organizzato la presentazione del libro Colazione a Sarajevo. Frammenti di una guerra, il 10 maggio. L’autore Luigi Lusenti ha dialogato sul tema con Celeste Grossi. Leggi l’articolo su ecoinformazioni.

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10 maggio/ Arciwebtv/ No rogo/ Con Grazia Villa e Sophie Scholl

Dalle 15/ Il 9 maggio del 1921 nasceva a Forchtenberg Sophie Scholl, fondatrice della Rosa Bianca, che nel suo primo volantino scriveva «Fate resistenza passiva, resistenza ovunque siate; impedite che questa atea macchina di guerra continui a funzionare». Nel video Grazia Villa, avvocata, già presidente dell’associazione, evidenzia quanto importante fosse per i ragazzi e le ragazze della Rosa Bianca il riferimento ai classici che il nazismo bruciava. Su Sophie Scholl leggi l’intervento di Fabio Caneri, presidente della Rosa Bianca.

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No rogo/ Colazione a Sarajevo

Il 10 maggio del 1933, nell’Opernplatz a Berlino, i nazisti fecero un grande rogo dei libri sgraditi al regime. Un atto simbolico di annientamento delle culture che si opponevano all’ideologia nazista. Ogni 10 maggio l’Arci organizza in tutta Italia No Rogo!, una serie di iniziative per celebrare il valore del libro simbolo della libertà di espressione di pensiero, contro ogni censura.

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Sanificare le parole

Nanni Moretti: «Le parole sono importanti»

In un momento in cui la duttilità delle parole diventa arma di difesa/ offesa o cortina di fumo dietro cui nascondersi, riflettere sul significato di queste (reale, presunto o attribuito) è importante, per impedire che se ne impongano significati (appunto) contingentati, in una dilagante ondata di lettura passiva, consumata dal bisogno compulsivo di dati e statistiche.

Così, accanto alla retorica bellica che oppone nemici ad eroi, untori a vittime, ecco i cari “congiunti” accompagnarsi con la minacciosa enfasi, portatrice di tafferugli e rivolte, di “assembramento”, senza tralasciare l’abuso inconsapevole (o irresponsabile?) della terminologia scientifica o dei forestierismi (“lockdown” sembra avere un’aria di responsabile ed agile sinteticità rispetto ad una più sofferta e martirizzata “autoreclusione”, “smart-working” viene accolto con una bonaria sfumatura di luminosa efficienza produttiva rispetto al ‘lavoro da casa’, declassato a sinonimo di scarsa attività, letti sfatti e cibo in scatola).
“Torniamo a com’era prima” vuol dire restaurare, tornare a qualcosa di già esistente e lavorare affinché sia in grado di essere come è sempre stato. È conservatorismo, permanenza nel passato, occlusione dell’orizzonte.
“Ripartire” è diverso: implica una sosta, un momento di stasi, di lavori in corso che comportino un cambiamento per un funzionamento migliorato, efficiente, un dinamismo propositivo volto ad una ripresa delle attività con più coscienza e (magari) sensibilità.
“Riapriamo” vuol dire togliere i lucchetti, alzare le saracinesche, spalancare porte e portoni su ambienti già conosciuti, togliendo un po’ di polvere ma lasciando che l’abituale quotidianità riprenda il sopravvento.
“Apriamo di nuovo” è differente, ha una sfumatura di novità – che sia miglioria nell’arredamento, nel sistema economico e politico, nelle relazioni tra esseri umani; è l’apertura di una finestra su un mondo d’aria fresca, che appare migliore non solo perché si è vissuto tanto tempo in uno spazio chiuso, ma perché si è effettivamente reso migliore l’ambiente in cui si è immersi.
“Libertà di spostamento” non equivale a “muoversi”: nel primo caso c’è una sottile, impercettibile sfumatura di urbanizzazione e meccanizzazione dei movimenti, unita ad un’insinuante e sottintesa tracotanza del sentirsi padroni della strada su cui si cammina (strada già tracciata, prescritta, impostata); si spostano i pendolari e le merci lungo le rotte del consumo, ci si sposta per motivi precisi da un punto A ad un punto B. Il secondo verbo invece denota sì dinamicità, ma in armonia con l’ambiente in cui si è immersi. Si muovono le gambe tracciando passi anche dove le strade non esistono, si muovono i pensieri nella mente, si muovono i corpi nella gioiosa anarchia della danza. Per ora ci si sposta e non ci si muove, ma è necessario tenere a mente le sfumature semantiche per poterlo fare con più coscienza in futuro.
“Conviviamo” con il virus vuol dire trovarsi in un ambiente comune, delimitato, secondo un contratto – tacito o scritto – in grado di regolare la vita comunitaria. Convivono gli studenti fuori sede, convivono le coppie di fatto, “Coesistiamo” con il virus abbraccia l’intera casistica degli organismi viventi su scala globale, legati da regole biologiche di inter-relazione, ponendo la vita di ciascuno come plausibile, possibile, paritaria. [Sara Sostini, ecoinformazioni]

10 maggio/ Arciwebtv/ No rogo/ Sostegno alle biblioteche

Dalle 10/ In occasione del No rogo 2016 la presidente dell’associazione Francesca Chiavacci leggeva in piazza Montecitorio una lettera aperta indirizzata al Ministro Dario Franceschini per chiedere un aiuto concreto per il sostegno alle biblioteche pubbliche. Un appello da riascoltare, per un punto di ripartenza imprescindibile.

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