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“Colazione a Sarajevo”. Luigi Lusenti con l’Arci contro la guerra e le censure

ISCCo-Lusenti-02.jpgIl 10 maggio 1933, sulla Opernplatz di Berlino, i nazisti fecero un grande rogo dei libri sgraditi al regime: un atto simbolico di annientamento delle culture che si opponevano all’ideologia nazista. 85 anni dopo, per la giornata di giovedì 10 maggio di quest’anno, l’Arci, con la sua campagna nazionale “No Rogo”, ha organizzato iniziative in tutta Italia, per celebrare il valore del libro simbolo della libertà di espressione e di pensiero, contro ogni censura. L’Arci di Como non ha fatto eccezione, con l’incontro (trasmesso in diretta streaming dalla pagina Facebook di ecoinformazioni) con Luigi Lusenti organizzato insieme a ecoinformazioni e all’Istituto di storia contemporanea “Pier Amato Perretta”, nella cui sede, in via Brambilla 15 a Como, si è tenuta la conversazione tra Celeste Grossi e Luigi Lusenti, intervenuto a presentare il proprio libro Colazione a Sarajevo. Frammenti di una guerra (ed. Mescalina, 2018). Presenti circa una dozzina di persone all’incontro, che è stato aperto dai saluti di Fabio Cani in qualità di vicepresidente dell’istituto “Perretta” e presidente di Arci ecoinformazioni.


Colazione a Sarajevo è un’opera breve, ma assai intensa e perfino sconvolgente, per chi l’ha scritta (e vissuta) e per chi la legge. Lusenti vi condensa esperienze, incontri, riflessioni di cinque anni di attivismo nella guerra dei Balcani che ha accompagnato la disgregazione dell’ex Jugoslavia: un conflitto violento e complicato sotto molti punti di vista, la cui eredità pesa ancora sulla regione a molti anni dalla conclusione del conflitto, come dimostrato dal rinnovo dei nazionalismi (spesso fondati su elementi  storicamente distorti o esasperati, ma confermati da due persone del pubblico) e da una stereotipata percezione dei Balcani come “polveriera” d’Europa che risale, a ben vedere, già a più di un secolo fa, con la disgregazione dei grandi imperi d’Europa: nel 1914, proprio Sarajevo, attuale capitale della Bosnia-Erzegovina, fu teatro dell’assassinio dell’arciduca asburgico Franz Ferdinand, casus belli da cui scaturì la prima guerra mondiale.

Il coinvolgimento dell’autore e di molti altre attiviste e attivisti dell’Europa occidentale, e in grandissima parte italiani/e, rappresenta il “contraltare” pacifista nell’intervento in una guerra circoscritta, ma nondimeno delicata per gli equilibri geopolitici internazionali. Tale mobilitazione non avviene soltanto in loco ma diffusamente, anche grazie ad associazioni come l’Arci, che aiuta a gestire l’aspetto  – allora meno tecnologicamente agevole di quello odierno – delle comunicazioni, o a nuove realtà di volontariato e attivismo come il coordinamento comasco per la pace, il cui primo convegno, nel 1998, sarà  appunto un incontro tra Don Renzo Scapolo e due donne bosniache, una cristiana e l’altra musulmana; sempre don Scapolo (scomparso nel maggio 2017) avrebbe poi promosso un altro importante convegno sui Balcani nel 2005,  Pace da tutti i Balcani, a dieci anni dagli accordi di Dayton.
La congiuntura storica  e sociale di allora differisce senz’altro da quella attuale, che affonda le radici nella crisi economica di dieci anni fa (e nella manipolazione retorica della stessa) e su cui pesano molti e gravi elementi di criticità e di incertezza. Forse fu la vicinanza al conflitto e ai popoli da esso interessati, forse una situazione di maggior distensione socio-economica in occidente: comunque sia, la mobilitazione politica e civile della popolazione raggiunse allora proporzioni e intensità che, oggi, faremmo fatica a immaginare, e che presentavano qualche analogia con l’antagonismo rispetto alla guerra del Vietnam, con le dovute specificità. La piaga di quelle che ora chiamiamo fake news esisteva già, e assumeva anzi connotazioni grottesche (nel caso forse più eclatante, le immagini di un massacro guatemalteco furono fatte passare come prova della barbarie degli avversari nel conflitto ex-jugoslavo), ma era allora più circoscritto nello spazio e negli intenti, così che fu possibile coordinare un efficace intervento di controinformazione e di sensibilizzazione rispetto alla realtà di una guerra cruenta: 10 000 persone morte in 4 anni, 8000 delle quali nel solo genocidio di Srebrenica, città, famiglie, vite, società dilaniate dall’imperativo di annientare “l’altro” (che poi era “altro” fino a un certo punto, essendo le “nazionalità” balcaniche assai meno eterogenee di quanto si volesse far credere), una narrazione manichea e in qualche modo mafiosa (“o con noi, o contro di noi”), senza contare le perdite umane tra giornalisti e attivisti, tra cui Celeste Grossi tiene a ricordare il canzese Gabriele Moreno Locatelli.

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Le ferite cicatrizzano, ma sotto la pelle il rancore e il dolore continuano a bruciare. Che alcuni degli avvenimenti nella guerra balcanica abbiano attivato importanti progressi nella configurazione del diritto internazionale, come la criminalizzazione dello stupro come arma di guerra (avvenuta, in realtà, solo nel 2008)  o l’istituzione, nel 2015, del Tribunale delle donne a Sarajevo, potrà forse aver reso qualche giustizia alle donne che furono vittime di queste e di altre violenze: certo non cancella il trauma subito (anzi, gli esiti dei processi aprono non di rado risentimenti vecchi e nuovi). A proposito di donne, è doveroso riconoscerne il ruolo cooperativo nel corso di tutto il conflitto, al di là delle divisioni interetniche e interreligiose: una codificazione piuttosto rigida dei ruoli di genere ha pressoché escluso  – con poche, ma notevoli eccezioni – l’intervento militare delle donne, che si sono viceversa impegnate in senso pacifista, ricucendo molte delle fratture che la propaganda militare aveva aperto e allargato). Sempre da questo impegno femminile, attraverso l’atto della testimonianza, dipende in buona misura la perpetuazione della memoria di un conflitto la cui memoria, all’estero, si è presto sfilacciata da chi non lo ha vissuto o seguito personalmente i conflitti dell’ex Jugoslavia e poi del Kosovo, nonostante l’impegno profuso  nell’accoglienza dei rifugiati di guerra da parte della politica e (più ancora) della società italiana in quegli anni. Del resto, lo stesso modo di intendere, osservare, vivere la politica è cambiato, si è fatto più rarefatto, virtuale, più funzionale al consenso rispetto che all’obiettivo, tanto che Lusenti parla di “imprenditoria del voto”. Una tendenza trasversale, che nello specifico caso balcanico ha cristallizzato lo sviluppo statale e il percorso di integrazione europea, riaccendendo nazionalismi mai del tutto sopiti che gravitano verso i cosiddetti “socialismi autoritari” dell’Europa centrale e orientale, oltre che verso la Russia di Putin. In questo contesto, i paesi balcanici, da sempre stilizzati come “crogiolo” e “crocevia”, come zona di confini problematici (peraltro mai del tutto messi in sicurezza dagli anni di guerra, a perpetuare lo stereotipico parallelo tra il vicino Est europeo e il Far West americano) sono, contemporaneamente, origine e destinazione di una nuova “balcanizzazione” pan-europea che ha trovato conferma nell’esito del referendum britannico del giugno 2016.
La guerra, “quella” guerra, potrà essere finita,  ma l’onda lunga degli anni post-bellici incombe ancora, pesante e pericolosa, sui Balcani e non solo. La memoria ancora cronologicamente vicina di quella fase storica può e deve essere tenuta viva, i suoi insegnamenti applicati al presente. Che sia accidentale o intenzionale, effetto di negligenza, di autodifesa psicologica o di vero e proprio revisionismo, la cecità politica  e civile dinanzi alla memoria non può che generare nuovi mostri, o riportarne in vita di vecchi. [Alida Franchi, ecoinformazioni] [foto di Fabio Cani, ecoinformazioni]

Guarda sulla pagina Facebook di ecoinformazioni il video completo dell’iniziativa, trasmesso in diretta streaming da Daniel Lo Cicero il 10 maggio

Già on line sul canale di ecoinformazioni i video di Alessia Rizza e Irene Falzone dell’iniziativa.

Leggi l’intervento completo di Celeste Grossi

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Circolo Arci ecoinformazioni via Lissi 6 22100 Como, tel. 327.4395884, ecoinformazionicomo@ gmail.com, www.ecoinformazioni.it. Registrazione Tribunale di Como n. 15/95 del 19.07.95. Direzione: Fabio Cani, Jlenia Luraschi, Andrea Rosso, Gianpaolo Rosso (responsabile). Proprietà della testata Associazione ecoinformazioni - Arci. Consiglio direttivo: Fabio Cani (presidente), Gianpaolo Rosso (vicepresidente), Jlenia Luraschi (tesoriera), Michele Donegana, Marisa Bacchin.

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