Mara Cacciatori/ La frontiera Ventimiglia – Menton


Si tratta di un vero e proprio Far West, un luogo dove non sono rispettati i diritti e le persone vengono trattate come animali, stiamo parlando della frontiera franco-italiana, che separa Ventimiglia e Menton.

Il 10 dicembre 1948 è stato un giorno importante, perché la commissione presiduta da Elenoir Roosvelt ha approvato la Dichiarazione universale dei diritti umani, di cui ci piace ricordare l’articolo 1:

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Oltre a questo fondamentale vero e proprio “trionfo”, garantisce a ogni individuo il diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio e di ritornare nel prorio paese. Quello di cui stiamo parlando si riferisce alla libertà di movimento che oggi in molti negano. Troppe volte si assiste infatti a un ritorno a forme di discriminazione istituzionale, che coinvolge lo straniero che vive all’interno di un paese, o finalizzate a ostacolare i nuovi ingressi. Come nel caso dei migranti che tentano da tempo di attraversare il confine che separa l’Italia dalla Francia, l’accoglienza che ricevono dalle forze dell’ordine che operano sul territorio non li risparmia da trattamenti brutali e per niente in linea con le disposizioni in vigore a causa della pandemia. Come scrive la giornalista Jessica Cugini in un articolo pubblicato dalla rivista Nigrizia, due report denunciano violazione di diritti, detenzioni e respingimenti al confine italo-francese, dove i migranti rintracciati vengono privati dei documenti, strappati o manomessi.

L’Osservatorio Diritti è una testata online indipendente specializzata in inchieste, analisi e approfondimenti sul tema dei diritti umani in Italia e nel mondo, racconta la storia di Sami, un ragazzo algerino respinto al confine franco-italiano dalle Crs, i reparti antisommossa francesi che si occupano di ordine pubblico per esempio negli stadi, schierati al posto della polizia ferroviaria nella stazione del primo paese oltre confine, a Menton Garavan. Come lui, sono 897 le persone che solo nel mese di giugno 2019 hanno tentato, senza riuscirci, di arrivare in Francia. Tra questi, anche 16 minori, per i quali l“usanza” della frontiera ha previsto di farli passare per i figli di altri connazionali, nonostante non lo siano, oppure cambiare loro l’età. In tanti risultano nati il 1° gennaio 1998. Come spiega la rivista, i migranti vengono bloccati, costretti a passare la notte in un container di 15 metri quadrati e infine vengono abbandonati al mattino lungo la strada di 10 km, i primi in salita, che porta all’ultima città della Liguria.

Questo video, pubblicato da Internazionale mostra la protesta organizzata per chiedere di passare il confine. Tra i cento e i duecento migranti sono bloccati a Ventimiglia, tra l’Italia e la Francia, dopo che le autorità francesi hanno chiuso la frontiera impedendo la via di accesso verso il nord Europa. In molti hanno dormito per strada nella zona di Ponte San Ludovico, mentre altri hanno trovato una sistemazione in stazione. Volontari della Croce rossa e di altre associazioni si occupano dell’assistenza. Molti sono stati rimandati in Italia sulla base del trattato di Dublino, che prevede che la domanda di asilo sia esaminata dallo stato dove il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione.

Fortunatamente c’è chi vuole rendere meno terribili le sofferenze di queste persone, come i volontari del progetto Open Europe creato dalla cooperazione di Oxfam e Diaconia Valdese, che offrono primo soccorso e assistenza legale a centinaia di migranti, costretti in condizioni disumane al confine Italia-Francia. Oltre 200 dormono all’aperto nel campo improvvisato lungo il greto del fiume Roia. Tra loro circa 1 su 3 sono minori non accompagnati, che dopo non aver ricevuto la protezione a cui hanno diritto in Italia, si vedono respinti con brutalità dalle autorità francesi.

Nel mondo sono tantissime le persone costrette a lasciare forzatamente la propria casa per motivi legati a guerre, instabilità sociopolitiche, terrorismi, crisi economiche o ecologiche. Com’è possibile dunque che non esista ancora oggi un atteggiamento che vada incontro a questo diritto internazionale? [Mara Cacciatori, Arci ecoinformazioni]

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