Una cooperativa contro l’emarginazione

Sono centinaia di migliaia, fanno un lavoro che spesso è un orizzonte di vita, guadagnano poco, se guadagnano. Ma spesso sono felici. Dentro un’organizzazione pubblica che volentieri getta il peso di compiti cruciali sulle spalle dei cittadini/e, gli operatori e le operatrici sociali curano ferite personali e sociali, riparano legami di comunità, creano opportunità di relazione e di lavoro. Abbiamo chiesto a Elisa Roncoroni, referente a Como, di raccontarci come si vive dentro una grande cooperativa sociale, la Cooperativa Lotta contro l’emarginazione.

Quanto lavoro occorre per far funzionare quotidianamente azioni di impegno sociale come la vostra? 357 ore settimanali di lavoro, di giorno e di notte, su mille situazioni diverse, da un budget che non quadra a quella richiesta di incontro con un Comune che proprio non sai dove ficcare… in un’agenda che sembra Hiroshima subito dopo la caduta della bomba, all’ennesimo bando che esce proprio quando ne avevi consegnato uno. Siamo quasi 300 e abbiamo quattro sedi, l’“ammiraglia” di Sesto San Giovanni, la grossa di Varese e le piccole ma pungenti di Como e Sondrio. La cooperativa è in piedi da 40 anni, che non sono pochi per una cooperativa sociale. Posso dire che ha un nome scomodo, nel significato e da dire, quando mi presento: buongiorno sono Elisa Roncoroni di Cooperativa Lotta contro l’emarginazione… a volte qualcuno si distrae prima che io arrivi alla fine.

Puoi farci immaginare i vostri volti, i vostri tempi, gli entusiasmi, le fragilità? Se penso alla cooperativa io penso a tante cose piccole, che mi stanno venendo incontro come pulviscolo dorato in controluce. Penso allo sguardo di Laura che esce dal fagotto di sciarpe che ha sempre addosso, perché sta in giro la mattina presto e la sera tardi, con il lavoro di strada che lei ama tanto. E con le persone che ama tanto, anche se le incontra una volta sola e poi più. Penso alla voce corta di Cinzia quando ci sentiamo al telefono perché c’è qualcosa che la preoccupa, perché lei è una precisa, che ci tiene ai suoi/nostri progetti di politiche giovanili, e proprio non le va che qualcosa vada storto o che sia fatto male.

Penso a Rita, che gestisce tutta l’area dipendenze (una mole regionale non da poco, con numerose unità d’intervento residenziali e non) che mentre dice cose serissime e difficili si sposta di lato con la mano i ricci biondi con una delicatezza che non pare vera.

Poi incontro gli occhi di Tiziana, di un azzurro mai visto, e alla durezza che deve avere chi gestisce tutta l’area immigrazione (che è tanto ma tanto lavoro anche culturale) che dietro svela una capacità di esserci e di voler bene rara e preziosissima. Un altro granello luminoso è Stefano, lui che per i suoi quarant’anni si è regalato una chitarra e relativo corso e costruisce accordi e scale jazz con la stessa pazienza con cui, 12 anni fa, ci ha aiutato a mettere in piedi la sede di Como.

E poi Stefania la acuta, Cristina la pura, Eric il granitico, Giorgia la frizzante, Cecilia la precisa, Cristian il giovane eterno, Camilla che porta luce, Martina che da poco è mamma, Mario, mai visto un ragazzo così giovane e così affidabile, Meme che adesso c’è meno, Anna che purtroppo si fermerà con noi solo un poco.

E infine ( o in principio) Cinzia [già redattrice di ecoinformazioni] e Anila, che sono le nostre due segretarie, cioè le nostre due certezze. 

Combinare organizzazione, burocrazia e routine con solidarietà comprensione e amore. Si può fare? Siamo un gruppo di mediani. Quest’anno col covid è stato tutto più difficile, ci siamo anche visti poco, il nostro ufficio di Como in via Anzani non è quel caos che spesso mi fa arrabbiare, ma ci trovi sempre un mandarino regalato o una fetta di dolce da condividere (a volte servita sopra un documento che… “questo deve stare in archivio sotto chiave, ragazzi!”).

Però penso anche a M. che quando è arrivata era piena di eritema e non rideva mai, mentre ora va a scuola e chiacchera. Penso all’Oasi di Rebbio in cui abbiamo cresciuto tanti ragazzi ma ciò che stava avvenendo davvero era che loro stavano facendo crescere noi.

E mi viene in mente anche la salita che da Varese porta a Binago, prima di arrivare a Como: quel giorno tornavo dopo che per la prima volta avevo contribuito a mettere in sicurezza una donna vittima di tratta; ho dovuto fermarmi al ciglio della strada perché la portata di ciò che avevamo fatto – contribuire alla libertà di un essere umano – mi era arrivata in faccia così tanto forte, e nessuno mi aveva detto che poteva fare quell’effetto: sentirsi così piccoli, così al servizio di qualcosa di tanto grande che non riuscivo nemmeno a pensarci, così immersa in tutte quelle emozioni potenti.

E naturalmente Penso a B., a H., a M., che sono arrivati in Italia con qualche scatolone di roba e gli occhi grandi come la fame. Penso alle merende, ai vestiti fatti asciugare sui caloriferi, alle scarpe comprate e regalate di nascosto, alla settimana prima di Natale, di tanti Natali. Penso che ora sono giovani adulti, con tanto di laurea.

Gli esperti li chiamano i fragili, i vulnerabili: ecco, noi ci occupiamo molto dei vulnerabili perché l’emarginazione è una brutta bestia. Pian piano ti toglie consapevolezza dei diritti, ma anche dei doveri di presenza e partecipazione.

Fragili, vulnerabili… mi viene da sorridere… io non resisterei un giorno nelle condizioni di vita dei cosiddetti fragili, in strada, di notte, al freddo, a prostituirti incinta, ad essere bambino in certe famiglie, in certe classi.

Lotta contro l’emarginazione che a luglio 2008, quasi per caso è entrata nelle nostre vite, ancora c’è: con le fatiche del lavoro sociale, con i cambiamenti di ognuno di noi, con la vita che a volte regala alla grande e a volte bastona forte. [A cura di Andrea Rosso ecoinformazioni]

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