Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 03

Non si può trattare della storia del PCI e del movimento operaio senza passare da Antonio Gramsci. Già dirigente socialista apprezzato (al Congresso di Livorno la platea invoca un suo intervento, ma il pensatore sardo rimarrà per certi versi defilato), è tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, insieme al compagno Terracini, con cui nel 1919 aveva fondato il giornale “L’Ordine Nuovo”.

Il Congresso di Lione (1926) svoltosi in clandestinità lo elegge segretario del Partito – le sue tesi congressuali, scritte insieme a Togliatti e riguardanti i principali temi di confronto del periodo: la natura del fascismo, il rapporto con la socialdemocrazia e con il partito russo – vengono approvate a larga maggioranza, rompendo con la linea di Bordiga. Eletto in Parlamento nel ’24, fu una delle figure più temute dal regime per il rispetto e l’autorevolezza che tutta l’aula di Montecitorio gli tributava. E’ anche per questo che nel ’26, pochi giorni dopo l’approvazione della legge che sopprimeva i partiti d’opposizione, Gramsci viene arrestato. Tradotto dapprima a Ustica, poi a Milano e infine a Turi, rimarrà in carcere quasi un decennio, ottenendo la libertà condizionata solo nel 1935 e la piena libertà nell’aprile del ’37, ormai gravemente malato – morirà alla fine del mese. La reclusione tuttavia non impedì al suo cervello di funzionare: è proprio in carcere che Gramsci progetta e scrive i “Quaderni”.

Inizialmente non destinati alla pubblicazione ma pensati come testo di appunti, dopo la sua morte e la loro riorganizzazione da parte di Togliatti, i Quaderni diverranno un testo fondamentale per la cultura comunista italiana e non solo. In essi è contenuta la summa del pensiero gramsciano, che influenzeranno e continuano ad influenzare il pensiero a sinistra: dal concetto di egemonia culturale a quello di materialismo storico, dalla definizione di “Partito politico” al ruolo dell’intellettuale organico, fino al concetto di nazionale-popolare.

I Quaderni sono una fonte inesauribile di riflessioni sulla storia d’Italia e sul processo di formazione della sua unità, sulle sue classi dirigenti, la letteratura, la lingua italiana e la cultura. Per questo motivo a più di ottant’anni dalla sua morte e a quasi trenta dalla fine del PCI, Antonio Gramsci è tra i pensatori italiani più studiati all’estero (molto meno in Italia) e la sua opera continua ad ispirare scrittori, studiosi e artisti.

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