Geografie/ Gli atlanti per capire

La geografia non è facile né effimera, a dispetto della sua sottovalutazione “scolastica”, che la riduce a poco di più che elencazione di nomi, luoghi, prodotti ecc. È utile a comprendere la realtà che ci circonda, persino nella sua forma più semplice (e divertente, se si è disposti a farsi divertire non solo dal comico): quella dell’atlante.

Il frontespizio della raccolta cartografica di Gerardo Mercatore.

Atlante è il gigante che, secondo la mitologia greca, regge sulle proprie spalle il mondo: per questo divenne l’intestatario (con tanto di raffigurazione sul frontespizio, dove, in verità, non regge il globo sulle spalle, ma lo rimira con attenzione tenendolo davanti a sé) della fondamentale raccolta di carte geografiche pubblicata dal fiammingo Gerardo Mercatore (Gerhard Kremer) a partire dal 1596: una trovata geniale, che diede il nome a un intero genere editoriale.

In questi oltre quattro secoli, però, l’atlante è cambiato molto, e oggi, spesso, non è più costituito da una “semplice” raccolta di cartografie, bensì da un insieme di nuclei problematici, affrontati dal punto di vista della loro dislocazione territoriale e con l’ausilio (spesso, ma non sempre) di raffigurazioni cartografiche o anche – come si dice oggi – di infografiche.

Quando all’inizio del 2020 abbiamo promosso, all’interno del Mese della Pace 2020, la presentazione della nona edizione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo (di cui, appena possibile, vorremmo presentare la prossima, decima edizione, in fase di ultimazione), la curiosità – sollecitata dall’indubbio interesse del volume – mi ha spinto a verificare un po’ di realizzazioni analoghe (che ho quasi tutte reperite attraverso i sistemi bibliotecari, comasco o ticinese), ricavando così la conferma della straordinaria ricchezza e utilità del modello editoriale.

L’ Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo è, in un certo senso, una produzione editoriale piuttosto tradizionale, se con questo termine si vuole intendere un libro fatto di testi (ordinati in schede per nazioni, più qualche approfondimento “trasversale”), di carte geografiche (per ogni scheda è riprodotta la cartografia adottata dalle Nazioni Unite, quindi un modello istituzionale), di fotografie (tutte a colori, per la maggior parte immagini documentarie e narrative, nient’affatto allusive) e infine anche di carte tematiche (anche queste volutamente dirette, con l’adozione – però – della proiezione di Peters, basata sul modello “delle aree equivalenti”, assai diversa dalla proiezione di Mercatore, sì quello che ha inventato l’Atlante – e su cui bisognerà necessariamente tornare).

La schede dedicata alla Libia nell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo.

All’interno di questa struttura tutto sommato rassicurante, l’ Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo è però un prodotto particolarmente stimolante e problematico (nel senso: che solleva problemi). Infatti la verifica della dislocazione territoriale delle molte guerre e degli ancora più numerosi conflitti tuttora in corso nel mondo serve a evidenziare quanto nessuno di essi sia “casuale” e ancor di meno “isolato”. Si tratta, quindi, di verificare a partire dai dati fondamentali quelli che sono i diversi nodi della geopolitica; ma a differenza della narrazione dominante, qui la geopolitica non è raccontata dal punto di vista dei potenti che la progettano a partire dalle loro esigenze di controllo e potere, bensì da quello delle popolazioni che ne subiscono le conseguenze: il cambio di prospettiva è radicale, e non solo come punto di vista, ma proprio come “paradigma”. Si può capire, quindi, come i diversi aspetti dei fondamentali problemi attuali siano compenetrati l’uno nell’altro, e come la loro distribuzione sul terreno sia tutt’altro che “casuale”.

Lo studio della geografia a questo può servire.

Per ritrovare, poi, anche quelle caratteristiche “divertenti” (non comiche) a cui alludevo all’inizio, propongo un altro paio di titoli, in cui l’aspetto di ricerca grafica e di piacevolezza visiva ha un ruolo fondamentale.

Sempre con un sguardo rivolto ai problemi sono costruiti in questo modo sia l’Atlante dei futuri del mondo, coloratissimo e diversissimo da una pagina all’altra secondo i modelli grafici adottati, sia l’Atlante delle frontiere in cui basi cartografiche tutto sommato tradizionali sono continuamente variate per mettere in evidenza le questioni fondamentali. In entrambi questi volumi le immagini e i testi sono in stretto collegamento per una comunicazione particolarmente efficace.

Doppie pagine dall’Atlante dei futuri del mondo (a sinistra)
e dall’Atlante delle frontiere (a sinistra)

Non si pensi che tale insistenza sugli aspetti grafici sia questione marginale. Il nostro pensiero geografico (e per “nostro” intendo proprio quello di tutti noi) è profondamente influenzato dall’interiorizzazione dei modelli cartografici dominanti, che sono tutt’altro che neutri. Molti degli atlanti scolastici, di ogni ordine e grado, ma soprattutto gran parte della comunicazione giornalistica (per esempio le carte sulla diffusione mondiale del sars-cov2, che abbiamo guardato quasi quotidianamente per un intero anno) si basano sulla proiezione di Mercatore (sempre lui), che ha risolto il fondamentale problema di trasformare una superficie sferica (quale è quella del mondo) in una superficie piana (quella della pagina su cui disegnare e stampare) in un modo profondamente ideologico: l’Europa è non solo costantemente al centro delle raffigurazioni ma è anche parecchio sovradimensionata. Le conseguenze di queste raffigurazioni sono assai più radicali di quanto si tenda a pensare: la stessa definizione di “Occidente” e “Oriente” dipende da queste figure, che hanno di fatto rese assolute le definizioni che avrebbero dovuto restare relative (ogni luogo è oriente piuttosto che occidente secondo il punto di vista!).

La critica di questo modello (prevalente ma non unico fin dagli albori della cartografia “scientifica”) ha condotto in tempi relativamente recenti alla messa a punto di cartografie alternative e, dal punto di vista ideale, più “democratiche”, tra cui la più famosa e comunque la più diffusa è quella di Arno Peters (da cui il nome di “carta di Peters”), pubblicata nel 1973. È basata sul principio delle “aree equivalenti”, secondo cui la raffigurazione delle diverse porzioni del mondo deve essere condotta avendo di mira la proporzionalità rispetto alla loro reale estensione. Per ottenere questo risultato (che comporta, come già si sarà capito, un notevole ridimensionamento dell’Europa e – reciprocamente, per esempio – la crescita dimensionale dell’Africa) Peters ha prodotto una cartografia che risulta, agli occhi abituati ai planisferi “dominanti”, come stirata in alcuni settori e compressa in altri.

Un’infografica dall’Atlante delle guerre e conflitti del mondo, sulla base della carta di Peters.

Si intende che la carta di Peters è convenzionale, come lo è quella di Mercatore: resta infatti eurocentrica (del resto il meridiano ritenuto “fondamentale” è quello che passa dall’osservatorio inglese di Greenwich) e bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe nella nostra percezione abitudinaria se si provasse a invertire la disposizione delle masse continentali, mettendo a destra (a “oriente”) il blocco delle due Americhe, tenendo al centro dell’immagine il grande spazio aperto dell’Oceano Pacifico. Gli obiettivi della carta di Peters sono comunque diversi da quelli della cartografia tradizionale, così che essa è diventata praticamente lo standard in situazioni che intendono sottolineare un approccio “multiculturalistico”. Per questa ragione le carte complessive dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo sono realizzate su questa base.

Da riflessioni analoghe, anche se non convergenti con quelle di Peters, deriva lo sviluppo della cosiddetta cartografia creativa, che conosce in questi ultimi decenni una vera e propria esplosione. Facendo leva oltre che sull’inesauribile fantasia di una vastissima schiera di disegnatori e disegnatrici anche sulle risorse dell’informatica e dell’elaborazione digitale, la cartografia creativa ha ormai accumulato una quantità sterminata di proposte e alternative (in verità rivolte più alla raffigurazione di territori limitati, soprattutto urbani: corografia e topografia, secondo la nomenclatura appropriata). Se ne possono verificare parecchie nel volume A Map of the World (purtroppo quasi introvabile, e del tutto assente dalle biblioteche pubbliche dei dintorni: devo la sua conoscenza all’acquisto d’impulso in una libreria francese da parte di un mio nipote, del tutto disinteressato alle questioni geografiche ma affascinato dalla varietà dei disegni!) ma basta fare un giro sul web per averne un’idea.

Un esempio di cartografia creativa, da A Map of the World.

Questo tipo di mappe è, del resto, molto influenzato dal linguaggio artistico, in particolare da quello della Pop-Art; si può confrontarlo, per esempio, con una delle Mappe dell’italiano Alighiero Boetti, a suo tempo piuttosto famose.

Alighiero Boetti, Mappa, 1984.

Un esempio assai diverso – e divergente dal punto di vista visivo – è invece quello del modello delle carte digitali deformate secondo parametri tematici, particolarmente esplicite nell’evidenziare le differenze tra le varie aree del globo.

Cartogrammi che evidenziano l’emissione di CO2 nel 2012 e l’uso di internet nel 2013.

La geografia non è una scienza esatta, ma certo è piuttosto stimolante.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

I libri citati:

  • Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, nona edizione,

Terra Nuova Edizioni – Associazione 46° parallelo, Trento 2019

  • Virginie Raisson,

Atlante dei futuri del mondo,

trad. it. Slow Food Editore, Bra (CN) 2012 [ed. orig. fr. 2010]

  • Bruno Tertrais – Delphine Papin,

Atlante delle frontiere,

trad. it. add editore, Torino 2018 [ed. orig. fr. 2016]

  • A Map of the World, according to illustrators and storytellers,

a cura di Antonis Antoniou, Robert Klanten, Sven Ehmann, Hendrik Hellige

Die Gestalten Verlag, Berlino 2013

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