Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 14

I primi anni ’70 fanno registrare una generale avanzata dei consensi a favore del PCI. Il risultato più significativo arriva in occasione delle elezioni amministrative del 1975: nel giugno di quell’anno vengono chiamati alle urne le cittadine ed i cittadini di più di 6000 comuni e di quasi tutti i capoluoghi di provincia; si tratta dunque di un appuntamento importante non solo per il futuro dei governi locali, ma anche per le indicazioni politiche che quelle elezioni potranno dare a livello nazionale.

Già nelle prime ore dopo la chiusura dei seggi, la sezione elettorale di Botteghe Oscure – una macchina organizzativa capace di rivaleggiare e spesso superare in celerità lo stesso Ministero dell’Interno – inizia a trasmettere dati incoraggianti che descrivono una crescita di consensi per il Partito. Con l’andare dello scrutinio questa crescita non solo si consolida ma continua ad aumentare la sua consistenza in molte parti d’italia: la folla tradizionalmente riunita sotto la sede del Partito a Roma è più numerosa del solito, forse attratta dalle notizie che iniziano a trapelare dai tg e dai dati ufficiali del Viminale.

A sera inoltrata, l’avanzata del PCI è ormai un dato certo: il dato aggregato a livello nazionale dice che il Partito Comunista ha avuto un balzo in avanti di oltre 6 punti percentuali; ciò significa che sui poco più di 30 milioni di elettori andati a votare, oltre 11 milioni hanno votato comunista. Il Partito conquista seggi in moltissimi consigli comunali, che permetteranno la formazione di maggioranze guidate dal PCI e dunque la nomina di sindaci comunisti (va ricordato che l’elezione diretta dei sindaci viene introdotta con la legge 81 del 1993). Saranno comunisti i primi cittadini delle principali città italiane – in alcuni casi confermando, in altri prendendola per la prima volta – la guida del governo cittadino: Torino, Bologna, Firenze, Napoli – per elencare solo le più grandi. E’ uno dei momenti di massimo consenso del Partito – Belinguer affacciandosi a tarda sera sul balcone di Botteghe Oscure scandisce “un italiano su tre vota comunista” – che si dimostra capace di intercettare il fermento che dalla fine degli anni ’60 percorre la società italiana, candidando nelle proprie liste donne, uomini e giovani anche come indipendenti ma soprattutto valorizzando il ruolo delle assemblee elettive locali come nuclei fondamentali per la costruzione di una moderna e più avanzata democrazia in cui e classi lavoratrici partecipino attivamente alle decisioni di governo.Pare così consolidarsi, anche al di fuori del tradizionale ambito delle cosidette regioni rosse”, il radicamento del Partito nei governi locali, e con esso una classe dirigente di amministratori competenti e dalla forte impronta politica: i nuovi Sindaci e le loro giunte aggiornano o dotano finalmente le città di piani regolatori, realizzano opere pubbliche attese da anni, sperimentano nuovi servizi in ambito sociale, educativo e culturale, contribuendo così ad innovare profondamente le città e le politiche pubbliche e aprendo la strada ad un progressivo e maggiore riconoscimento del ruolo degli Enti Locali all’interno del nostro ordinamento. Una “tradizione” – quella della classe dirigente degli Enti Locali (oltre ai Comuni ci sono le Province, e dal 1970 anche le Regioni) – che resisterà per molto tempo, fungendo inizialmente da “controbilanciamento” nei confronti delle maggioranze parlamentari, e che dopo lo scioglimento del Partito costituirà ancora per qualche anno una sorta di “vantaggio competitivo” rispetto alle altre formazioni politiche, che garantirà alla sinistra e ai suoi candidati il successo in molte tornate elettorali amministrative.(nelle foto i Sindaci di alcune città conquistate in quel periodo: Maurizio Valenzi – Napoli; Luigi Petroselli – Roma; Elio Gabbuggiani – Firenze; Renato Zangheri – Bologna; Diego Novelli – Torino . [Cristian Pardossi]


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