Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 19

Gli anni Ottanta segnano una stagione di ripiegamento e di tentativi (non riusciti) di rilanciare il consenso del Partito, che appare stordito e fiaccato dai segnali di crisi che provengono contemporaneamente dal fronte interno e da quello internazionale.

Fallito tragicamente il tentativo incarnato dal “compromesso storico”, di fronte alla nascita dei governi di “pentapartito” il PCI sceglie la strada dell’opposizione intransigente e della costruzione di un’ “alternativa democratica” al sistema formato dagli altri partiti, da cui dichiara la propria diversità. I primi sonori scricchiolii del sistema economico che aveva garantito in tutto l’Occidente un trentennio di crescita e sviluppo si ripercuotono presto sull’economia italiana e sul suo sistema di relazioni industriali. Un primo assaggio si era avuto sul finire degli anni Sessanta con l’ondata di licenziamenti che aveva dato il via all’autunno caldo, ma allora la risposta del mondo del lavoro e il concomitante esplodere della contestazione aveva fatto credere in un sostanziale equilibrio tra le forze in campo. Negli anni Ottanta invece si registra un forte indebolimento del mondo del lavoro, che seppure mantenga una forte capacità di mobilitazione, si ritrova per la prima volta diviso e isolato.

Le due vicende più emblematiche sono quella relativa all’annuncio da parte della FIAT della messa in cassa integrazione di oltre 22mila operai (settembre 1980) e quella del referendum contro il “decreto di San Valentino”. Nel primo caso Berlinguer pose sin da subito il Partito a fianco della protesta degli operai, recandosi di persona davanti i cancelli di Mirafiori.

I picchetti continuarono per più di un mese fino a quando diverse migliaia di “colletti bianchi” (gli impiegati – chiamati così in contrapposizione alle “tute blu” degli operai) marciarono per le vie di Torino in quella che è passata alla storia come la “marcia dei quarantamila” chiedendo di interrompere le proteste e permettere a tutti di tornare a lavoro.

La manifestazione colse di sorpresa sia il PCI che i sindacati, che tornando al tavolo delle trattative ottennero l’impegno dell FIAT a ritirare i licenziamenti ma dovettero accettare la cassa integrazione a zero ore per oltre 22mila operai.

Nel secondo caso – l’opposizione al decreto di san Valentino, che trasformava in legge un accordo siglato dalle sole CISL e UIL sul taglio di 3 punti della “scala mobile” – Berlinguer schierò ancora una volta il Partito contro l’accordo, promuovendo la raccolta delle firme per chiedere un referendum abrogativo, che si terrà nel giugno dell’85 – ad un anno dalla morte del segretario comunista – e segnò la sconfitta delle posizioni del PCI. Emerge anche in questo caso tutto l’isolamento del Partito all’interno del sistema politico nazionale e l’indebolimento del suo consenso all’interno della società italiana, effetto anche delle prime trasformazioni interne al mondo del lavoro e alla sua mutata divisione internazionale.

Ma gli anni Ottanta sono anche segnati dall’esplodere di una nuova ondata di violenza: mentre sembra esaurirsi quella di stampo politico, riaffiora quella di stampo mafioso che sin dal dopoguerra aveva insanguinato il mezzogiorno e di cui lo stesso movimento operaio aveva pagato un pesante tributo in termini di vite (dalla strage di Portella della Ginestra agli omidici di molti sindacalisti). E’ in questo contesto che di fronte allo scoppio di quella che passerà alla storia come “seconda guerra di mafia” – lanciata dal clan dei corleonesi per il vertice di cosa nostra – il PCI è in prima fila per contrastare il fenomeno mafioso. In questa attività si distingue Pio La Torre, più volte deputato e segretario regionale del Partito, che all’inizio degli anni ’80 lavora ad una proposta di legge che introduce il reato di stampo mafioso e prevede la confisca dei beni sequestrati ai clan.

La reazione di cosa nostra all’attivismo del dirigente comunista non si fa attendere: il 30 aprile del 1982 La Torre verrà assassinato su ordine dei boss Riina e Provenzano; ciò tuttavia non impedì il cammino della proposta di legge, che venne approvata dal Parlamento nel settembre dello stesso anno e che ancora oggi porta il nome del suo promotore.

Non va meglio sul versante internazionale, dove per stessa ammissione di Berlinguer si era esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzone d’Ottobre. Di fronte alla repressione violenta di ogni forma di dissenso – l’episodio che fece pronunciare al segretario comunista quella famosa espressione fu l’approvazione della legge marziale in Polonia per contrastare il movimento di Solidarnosc – e alla minaccia di un conflitto tra potenze dotate di arsenali nucleari, Berlinguer non solo ribadì l’importanza della democrazia come valore irrinunciabile, ma riconobbe il ruolo della NATO. Posizioni che rappresentavano una rottura (seppur non totale) con il mondo sovietico e che trovarono l’opposizione interna dell’area riunita attorno ad Armando Cossutta, dirigente storico della sinistra del Partito – attivo nella Resistenza, segretario comunale a Milano e poi regionale in Lombardia, membro della Direzione e della segreteria nazionale e infine parlamentare per molti anni – da sempre strenuo sostenitore del ruolo dell’URSS come “stato guida” del movimento comunista internazionale.

Nonostante l’opposizione dei cossuttiani il Partito inaugura la stagione dell’ ”eurocomunismo” che rappresenta un primo tentativo di costruire ed inserirsi all’interno di una più solida dimensione politica europea, affiancando a questa battaglia quelle per il disarmo e per la Pace (che furono parole chiave anche nella vicenda degli euromissili). [Cristian Pardossi]

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