Diritto alla salute e giustizia sociale

Si è tenuto durante la serata di lunedì 8 febbraio dalle 18,00 alle 20,00 un incontro organizzato dall’Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau (Aifo), con la partecipazione di rappresentanti del Segretariato Italiano Studenti in Medicina (Sism) e di Gi.Fra, la Gioventà Francescana Italiana. Nel corso del dibattito si è parlato soprattutto di diritto alla salute e dei determinanti sociali che su di esso influiscono. L’incontro rientra in un ciclo di interventi svoltisi online ma nello spirito di creare piazze virtuali. Fulcro delle iniziative è l’approfondimento di temi legati all’inclusione sociale e alla salute, partendo dall’occasione della 68^ giornata mondiale dei malati di lebbra.

Un concetto chiaro, emerso in corso di serata, è che la salute nel mondo passa per la difesa dei più deboli, come l’esperienza della pandemia ci ha insegnato e continua, duramente, a insegnarci. D’altra parte, se il diritto alla salute è uno dei diritti umani fondamentali e inalienabili, è evidente che le disuguaglianze socio-economiche cooperano nel privare uomini e donne in diverse parti del mondo di una vita sana e felice. Ne ha parlato soprattutto Giovanni Gazzoli, di Aifo, introducendo fin dall’inizio un concetto che ha fatto da filo rosso per ogni intervento successivo, quello di determinante sociale. «I determinanti sociali sono infatti fattori che influenzano lo stato di salute di un individuo, di una comunità o di una popolazione» secondo la definizione data da Govino Maciocco nel libro La salute globale. Determinanti sociali e disuguaglianze, scritto a quattro mani con Francesca Santomauro (Carocci Faber, 2014, 24,70 euro, 270 pp.).

Fattori che agiscono ovunque intorno a noi e che solo in parte sono modificabili: se infatti per un individuo è possibile in corso di vita mutare le condizioni legate alla propria situazione sociale, educazione, lavoro, oppure le proprie condizioni economiche, culturali e ambientali, ci sono altri fattori come l’età e il patrimonio genetico che influiscono direttamente sul diritto alla salute, pur non essendo in alcun modo modificabili. Di determinanti sociali Aifo si occupa fin dal 1946, portando avanti un’idea chiave per garantire la qualità della vita delle persone, ovvero che la salute non è solo una condizione di assenza di malattia. Ma anche l’Oms dal 2005 è attiva per garantire una maggiore visibilità a questa tematica, con una serie di commissioni tra le quali figura anche Aifo, in qualità di Ong impegnata sull’intervento per l’inclusione sociale di persone con disabilità. Tra le linee guida fornite dall’Oms non manca quella relativa alla necessità di approfondire la conoscenza dei contesti nei quali si opera per intervenire sui determinanti sociali della salute, con l’obiettivo di dare veramente voce a chi soffre, portandone alla luce il gradiente sociale e la condizione di dis-empowerment. Tra i determinanti della salute figurano infatti anche i livelli di reddito, così come la disponibilità di opportunità: fare cooperazione sanitaria significa quindi innanzitutto essere coscienti di queste realtà e operare laddove si trovino condizioni per cui le persone sono impossibilitate ad avere un controllo diretto delle proprie vite e della propria salute.

Fare cooperazione sanitaria diventa allora una missione che emerge dall’ambito medico scientifico e si apre alle politiche sanitarie, tenendo presente l’importanza dei comportamenti individuali ma esortando anche alla promozione di percorsi di democratizzazione atti a far presente la responsabilità dello Stato nella garanzia della salute e del benessere delle persone. Due linee su cui si sono mossi gli interventi in corso di serata a partire da quelli delle e degli studenti di medicina, membri del Sism, di frate Antonio di Gi.Fra e di due collaboratori di Aifo operanti in Brasile, Mirian Ribeiro e Stefano Simoni.

Politiche sanitarie dunque ma, come sottolineano le e gli studenti del Sism guidati da Federico Fama, loro presidente nazionale, una necessaria e imprescindibile conoscenza della situazione sanitaria soprattutto nei paesi a medio e basso reddito. Si parte quindi dalla presa di coscienza delle cosiddette neglected tropical diseases (o Ntd): 17 infezioni tropicali, diffuse soprattutto nelle regioni in via di sviluppo (in 149 paesi distribuiti tra l’Africa, l’Asia e le Americhe), dove affliggono 1,4 miliardi di persone, e ciononostante trascurate rispetto ad altre malattie che colpiscono soprattutto la popolazione occidentale. Diversi i problemi che, in particolare per chi vive nelle fasce tropicale e sub-tropicale del mondo, si pongono nella lotta a queste malattie: il difficile accesso alle cure, dato dalla scarsa disponibilità economica delle persone, ma anche diagnosi tardive causate da una scarsa conoscenza dei sintomi più allarmanti di malattie come la lebbra o la febbre dengue, o ancora dalla paura dello stigma che chi è affetto da queste malattie è costretto a sopportare. Basti pensare che in India i portatori delle tipiche scarpe di gomma, pensate per chi soffre di lebbra, spesso non vengono ammessi sui mezzi pubblici. I farmaci d’altra parte non sono l’unico costo per chi si trova a combattere con queste malattie: oltre a questi bisogna provvedere anche alle visite specialistiche e agli altri dispositivi necessari a contrastare i sintomi.

D’altra parte i soldi mancano persino nel campo della ricerca, una tematica che le e i rappresentanti del Sism inquadrano in un più generico problema di conflitto di interessi nella pratica medica. «Allo stato attuale» spiegano «il 90% della ricerca medica e farmaceutica riguarda il 10% della popolazione, aumentando il gap tra i ricchi, che si ammalano di patologie croniche verso le quali vengono introdotti nel mercato sempre nuovi farmaci, e i poveri, che non hanno accesso alle cure fondamentali, diventano così sempre più poveri.» Si tratta del fenomeno di disease mongering, ovvero di mercificazione della malattia, un’espressione che identifica la tendenza a incrementare la promozione della lotta contro varie patologie allo scopo di trarne profitto, trascurando invece le malattie sopra citate. Creare ad arte una malattia è una pratica pericolosa per la cura della salute collettiva perchè, a favore della possibilità di cavalcare un mercato di persone con maggiori disponibilità economiche, trascura patologie ben più gravi che colpiscono però regioni del mondo a basso reddito e quindi con minore potere d’acquisto. Gli investimenti della ricerca nei riguardi di queste ultime, in assenza di un potenziale mercato per nuovi prodotti, sono stati in sostanza nulli negli ultimi 30 anni. Proprio per questo motivo il conflitto di interesse nella pratica medica deve essere inserito tra i determinanti sociali della salute e come tale contrastato, per garantire un equo accesso alle cure.

Ma oltre alle questioni di ambito medico e farmaceutico, tra i determinanti sociali della salute non può non figurare l’atteggiamento comunitario volto a dare voce e possibilità di una vita migliore ai più fragili. In questa direzione si sono mossi i membri della Gioventù Francescana, come racconta frate Antonio, condividendo un messaggio di papa Francesco per la giornata mondiale del malato, che cade l’11 febbraio: «Gesù guarisce con l’incontro e la relazione interpersonale». Due fattori che senza dubbio possono rientrare nell’insieme dei determinanti alla salute, come alcuni piccoli progetti della Gioventù francescana testimoniano, tra i quali le loro “arnie di fraternità”, curate dai giovani francescani che con la vendita di questo miele hanno organizzato una raccolta fondi per sostenere i progetti di Aifo e la lotta contro la lebbra.

Di relazioni interpersonali e di incontro si costituiscono tra l’altro anche i progetti di Brasa, ovvero Aifo in Brasile. Un lungo percorso, quello raccontato da Mirian Ribeiro, consulente Aifo che ha cercato di dare un’idea di come venga inteso in Brasile il concetto di salute collettiva, ben distinto da quello di salute pubblica. La traiettoria storica e concettuale che ha permesso in Brasile la costituzione di questo fenomeno processuale che porti a fare della salute una missione di incontro e relazione è complesso. Inizia negli anni ’60 e ’70, sotto la dittatura militare, nella totale assenza di un sistema capace di prendersi cura della salute della popolazione in maniera egualitaria. Da questa lacuna nasce un grande desiderio di democratizzazione e implementazione di un sistema unico e universalistico di cura della salute, ragionato in base ai determinanti sociali di cui tanto si è parlato in corso di serata e di cui grazie alla testimonianza di Mirian si è compresa la fondamentale importanza. Questa presa di coscienza così forte della necessità di prendere in considerazione il singolo percorso di vita di ciascun individuo per poter davvero attuare quel processo che frate Antonio chiama di ecologia integrale è sfociato, tra le varie iniziative, nei progetti che Aifo realizza sul territorio brasiliano.

A parlarne è stato Stefano Simoni, che di Brasa/Aifo Brasile è coordinatore generale. Tre i progetti portati come esempi di una messa in pratica della cura della salute collettiva. Il primo, Bem Viver, progetto finanziato dalla conferenza episcopale italiana, è indirizzato soprattutto all’empowerment di persone con disabilità nell’area dell’Amazzonia brasiliana. La cura della salute in questo progetto consiste proprio nell’incontro con persone che a causa della loro disabilità rischiano l’isolamento nelle periferie delle città e che vengono invece raggiunte, grazie a questa iniziativa, dagli agenti di inclusione sociale di Aifo, nell’interesse di generare per ogni persona opportunità di sviluppo e di educazione.

Tra i progetti portati avanti da Brasa/Aifo Brasile c’è Bem viver, ovveo “vivere bene”

Sempre di empowerment ha parlato Stefano Simoni in riferimento a un’altra associazione partner di Aifo/Brasa, Vozes Femininas, che ha portato all’attenzione la voce di tante donne brasiliane alle prese con una doppia sfida: l’essere donne e l’essere disabili. Le donne con disabilità in Brasile devono fronteggiare salari più bassi rispetto agli uomini con disabilità e spesso sperimentano più facilmente la violenza, tanto fisica, quanto verbale e psicologica. Ma Vozes Femiminas si impegna a portare alla luce anche le condizioni delle donne che si prendono cura di persone con disabilità, perlopiù madri, spesso in situazioni di isolamento e difficoltà. Dare loro voce significa renderle innanzitutto consapevoli dei loro diritti e generare dinamiche di dialogo e scambio, capaci di potenziare la loro visibilità all’interno della cittadinanza.

Mirian Ribeiro consulente Brasa/Aifo in Brasile, opera per la salute collettiva, qui la si vede coinvolta nel progetto Vozes Femininas

Ultimo ma non per importanza il progetto Rersus, mirato a far sentire le questioni legate alla salute come irrimediabilmente legate alla cittadinanza e quindi a loro volta questioni sociali. Il progetto, nato da una cooperazione tra Brasile e la regione Emilia-Romagna, promuove l’inclusione attiva delle fasce più vulnerabili della popolazione con iniziative volte a contrastare le disuguaglianze, avviando una sperimentazione concreta nel campo delle cure intermedie all’interno del sistema unico di salute brasiliano. Il modello da cui si parte è quello sperimentato nelle aziende di unità sanitaria locale dell’Emilia-Romagna. Si tratta perlopiù di promuovere collaborazioni e scambi di competenze attraverso attività di formazione, ricerca e valutazione nell’area di Niteroi, anche con il coinvolgimento di numerosi studenti universitari.

Una piazza virtuale densa di spunti, che si conclude con un’importante riflessione capace di legare insieme tutti gli interventi portati avanti nel corso dell’incontro. In ambito sociale ognuno ha un proprio ruolo politico, ha ricordato Maurizio Maldini, direttore di Aifo, e proprio per ricoprire al meglio questo ruolo politico è necessario un impegno costante volto alla difesa della salute come lotta per una maggiore giustizia sociale. In fondo, tutti i diritti dell’uomo sono interconnessi e dipendenti da quello alla salute: lottare per la salute globale e per la giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia, nello spirito di una cultura della cura di cui tanto in questi mesi stiamo sentendo parlare. [Martina Toppi, ecoinformazioni]

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