In libreria/ Averno o l’arte di ricominciare

Quando si è girata l’ultima pagina di Averno (il Saggiatore, 192 pagine, 14 euro), una delle due opere di Louise Glück che possiamo leggere nella nostra lingua (in inglese ne esistono ben quattordici), sembra assolutamente sensato che il premio Nobel 2020 per la letteratura sia stato aggiudicato a lei, perché se c’è una cosa che a questa raccolta di poesie riesce bene è condensare le problematiche più scottanti di questo anno che difficilmente scorderemo.

C’è in questi versi il rapporto dell’uomo con la natura e persino quello con la morte, lo struggimento per una solitudine che non è frutto di una vita solitaria ma alienata, un dialogo tra generazioni che avanza a scatti, pause e riprese improvvise. C’è poi quella sensazione di trovarsi in un’illusione assolutamente reale, inedita forse per alcuni fino a qualche mese fa. Eppure mi fa sorridere pensare che quando Louise Glück scriveva queste 18 poesie era il 2006 e di una pandemia non c’era nemmeno l’ombra. E allora perché questo libro sembra parlare proprio a noi oggi? Averno è una discesa agli Inferi, dalla quale si risale, con l’onesta prospettiva di doverci fare ritorno, così come dall’autunno si ripiomba verso l’inverno.

«È vero che non c’è abbastanza bellezza nel mondo. / È anche vero che non sono in grado di recuperarla. / Nemmeno candore, e qui potrei essere di qualche utilità. / Sono all’opera, anche se sono silenziosa». Questa è la voce che si presenta a noi sfogliando le prime pagine: la voce della poetessa? Forse, è sempre difficile dire chi stia davvero parlando, certo questa è anche la voce di Persefone. Con lei percorriamo la discesa nelle acque del lago Averno, un lago-luogo al limite tra il mondo dei vivi e quello dei defunti. Un luogo limite quindi tra vita e morte, ma anche tra giovinezza ed età adulta: linee di confine che a stento ci accorgiamo di calpestare nello scorrere dei giorni, fin quando non siamo già dall’altro lato. Questa è la voce che accompagna il lettore tra versi e spazi bianchi e fin da subito si presenta per quello che è, schietta, come è giusto che sia la poesia. Solo asserzioni o dubbi sono concessi dalla parola poetica, al bianco del silenzio tra le righe è invece rimandata la spiegazione. Persefone non scende negli Inferi di sua volontà: viene rapita dal futuro marito mentre cerca una via di fuga da sé stessa. Persefone non ritorna dagli Inferi di sua volontà: viene reclamata dalla madre cercando di tornare a ciò che più non è.
«La ragazza che scompare dal lago / non ritornerà mai. Ritornerà una donna, / cercando la ragazza che era». Nel mito Persefone in un ciclo di partenze e ritorni sempre reiterato cerca sé stessa e raramente sembra trovarsi. E il mito per come è manipolato da Louise Glück diventa lo strumento per universalizzare traumi del passato e rileggere le relazioni con gli altri sotto una nuova luce, quella del cambiamento. Il cambiamento inesorabile con cui la vita ci investe può portarci a percepire una profonda estraneazione nei confronti degli altri intorno a noi. Un sentimento, questo, con cui in molti durante la pandemia abbiamo dovuto imparare a fare i conti.

«Siamo, ciascuno di noi, quello che si sveglia prima, / che si scuote prima e vede, là nel primo albore, / lo sconosciuto».

L’autrice, Louise Glück

Non si capisce quanto del mito abbia a che fare con la storia in queste poesie. Leggendole, stiamo sulla soglia dell’illusione, consapevoli di essere lì dove questi versi lunghi eppure scarni sono stati scritti: in un luogo che non è nostro, ma nel quale ci è dato sbirciare. Sul liminale si attende qualcosa, il cambio di stagione forse, il passaggio dell’inverno, la fine del dolore, l’inizio di nuove cose, un cambiamento. Ma è proprio lì, nell’attesa, che si cambia inconsapevolmente. Si diventa genitori, laddove si era stati figli, si dimentica, laddove la memoria ci aveva a lungo tormentati. Louise Glück è attenta a rendere giustizia all’erranza della natura, che come accade rispetto al personaggio di Persefone, non conosciamo in un prima o in un dopo, ma in un momento singolo che è sempre in procinto di divenire altro. È così la natura, che persino quando brucia, non serba né rancore verso chi l’ha ferita né memoria per chi di lei si è preso cura: «Il momento terribile fu la primavera dopo che il suo lavoro / fu cancellato, / quando capì che la terra / non sapeva piangere, che invece sarebbe cambiata. / E poi avrebbe continuato a esistere senza di lui». Questa dimensione di una natura in continuo cambiamento non solo affascina la poetessa, ma anzi sembra essere l’unica lingua che è capace di parlare: «Ciò che altri hanno trovato nell’arte, / io l’ho trovato nella natura. Ciò che altri hanno trovato / nell’amore umano, io l’ho trovato nella natura. / Molto semplice. Ma lì non c’era nessuna voce».

Proprio perché tutto è soggetto a cambiamento, la realtà da catturare nel verso è un prisma sfaccettato. Anche le storie che si sfilacciano sotto la traccia di queste poesie sono sempre le stesse, ma sempre diverse, una sinfonia a tratti confusa di voci che recitano un’unica narrazione: una bambina e una sorella, una madre, una figlia e un marito, un contadino e una ragazza, un cavallo e un cavaliere che lo cerca. Siamo noi a dover trovare in questi mutamenti di prospettiva lo sguardo unico che li abbraccia. Persefone può darci una mano. Persefone è sì la figlia di Demetra, vittima di una madre opprimente, e poi rapita dal signore degli Inferi e trascinata nelle acque del lago Averno. Ma Persefone è anche una ragazzina che passa le notti vicino alle acque di un lago, beandosi del silenzio del cielo, incomprensa e incomprensibile: «Cose favolose, le stelle. / Quando ero bambina, soffrivo di insonnia. / Le notti d’estate, i miei genitori mi lasciavano stare accanto al lago; / portavo il cane per compagnia. / Ho detto «soffrivo»? Quello era il modo dei miei genitori di / spiegare gusti che a loro sembravano inspiegabili: / meglio «soffriva» che «preferiva vivere col cane»». Persefone è un essere umano in cerca di sé stesso anche se «C’erano troppe strade, troppe versioni. / C’erano troppe strade, nessuna via singola – / E alla fine?»

Statua di Persefone presso il museo archeologico di Heraklion, Creta

Poi, naturalmente, Persefone è anche una donna che potrebbe essere l’autrice stessa, o che potremmo essere noi, mentre attraverso la pagina scrutiamo l’inverno della vita, che presto o tardi ci attende e del quale possiamo talvolta provare un assaggio anticipato. «È terribile essere soli. / Non intendo vivere soli – / essere soli, dove nessuno ti sente». Eppure come la natura dimentica i propri traumi, così vediamo Persefone sgusciare fuori dal letto di Ade e ritornare alla vita, a litigare con la madre, come ogni figlia prima o poi si trova a fare. Nel ciclo della sua esistenza sembra quasi che un senso possa essere ricercato, anche se non sempre è dato trovarlo. Un senso che per la poetessa appare nella visione dello splendore della terra, in una finestra affacciata su un paesaggio, dalla quale filtra una musica: «Era caduta neve. Ricordo / della musica da una finestra aperta. / Vieni da me, disse il mondo. / Non voglio dire / che parlasse in frasi distinte / ma che ho percepito la bellezza così». Non sappiamo se possiamo anche noi essere partecipi di questo senso e se la seconda possibilità che la natura sempre propone a sé stessa ci riguardi da vicino. Non possiamo saperlo per certo, ce lo dice con chiarezza tremenda Louise Glück: «Persefone «ritorna», sarà / per una di due ragioni: / o non era morta, o / viene usata / per sostenere una finzione». Ma possiamo pensarci, mentre leggiamo queste poesie.

Non so dire molto sull’interpretazione di queste poesie, sarebbe quasi un violarne la volontà: sanno parlare da sole. Una cosa su di me dopo averle lette però posso affermarla: voglio vivere come se davvero potessi imparare da Persefone e dalla natura l’arte di ricominciare. «Questa è la luce dell’autunno; si è volta su di noi. / Di certo è un privilegio avvicinarsi alla fine / ancora credendo in qualcosa». [Martina Toppi, ecoinformazioni]

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