8 marzo/ Giornata che festa non è

«Sono 101 mila i posti di lavoro persi nel solo nel mese di dicembre 2020, di cui 99 mila erano occupati da donne e su 10 persone contagiate nei posti di lavoro 7 sono donne. Dati impressionanti, ma purtroppo non sorprendenti.

Infatti, la pandemia non ha fatto altro che acutizzare la difficile condizione in cui la maggior parte delle donne, anche nella nostra città, si trova quotidianamente e da sempre: il lavoro di cura in famiglia e nel mondo del lavoro.

Sono mamme, figlie, sorelle, nuore, nonne il welfare più esteso: donne che accudiscono i figli, i nipoti, i genitori i suoceri, i mariti costrette, troppo spesso a rinunciare ad un lavoro e quindi ad un reddito necessario per l’indipendenza economica. Donne la cui condizione è già compromessa da lavoro precario, discontinuo, non qualificato, sottopagato, a ridotto orario e per questo sacrificabile; nel 2020 dei 444 mila posti di lavoro andati persi, 312  mila erano occupati da donne, una vera e propria espulsione. Le donne rimaste nel mondo del lavoro hanno nella maggior parte dei casi stipendi spesso significativamente inferiori a quelli maschili, certo non per carenza di competenze e capacità.

Il lavoro di assistenza si estende anche ai luoghi di lavoro: la maggior parte delle impiega- te nei servizi di cura, come case di risposo, ospedali, centri per disabili, servizi sociali, asili nido, scuole materne, mense, servizi di pulizia sono donne. Lavoratrici che in condizioni spesso precarie, con stipendi bassi, quando non bassissimi, in condizioni di sicurezza non sufficienti, rischiando tutti i giorni di ammalarsi. Ammalandosi hanno garantito la tenuta sociale e sanitaria dell’intero Paese.

Le donne sono le maggiori occupate nei lavori “essenziali” ma anche quelle più sacrificabili. In alcuni settori del lavoro di cura saranno quelle che verranno per prime licenziate, per- ché le realtà residenziali si sono svuotate e buona parte della cura rischia di tornare tra le mura domestiche, sempre a carico delle donne.

In questa giornata che festa non è, nè lo è mai stata- come FP CGIL di Como denuncia- mo un sistema conservatore e patriarcale, che discrimina le donne e le rilega a lavori di cura e di riproduzione, sia all’interno del contesto familiare che nei luoghi di lavoro. Donne che guadagnano poco e che lavorano il doppio, perché il lavoro di cura famigliare è lavoro; donne costrette a lasciare il lavoro e il reddito per l’assenza di un sistema di welfare gratuito, organizzato e capillare, troppo spesso lasciato alle logiche del profitto privato.

Per questo, oggi e tutti i giorni, rivendichiamo politiche nazionali e locali di genere, misure reali di sostegno all’emancipazione delle donne, alla conciliazioni dei tempi di vita-lavoro, maggiori investimenti sugli asili nido gratuiti, l’estensione dei congedi parentali per i genitori e facile accesso ad una istruzione superiore e universitaria». [La Segreteria Ff Cgil di Como]

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