Diretta / Guido Viale: “Dal lavoro alla cura”

A chi serve il lavoro? Cosa produrre? Crescita o sviluppo? Si può crescere all’infinito? Il lavoro è un bene comune? Come lavorare con le nuove tecnologie? Domande scomode, domande epocali, alle quali cerca di rispondere il libro di Guido Viale  “Dal lavoro alla cura – risanare la terra per guarire insieme” edito da Interno4, con un approccio ecologista molto spiccato, attento alle connessioni tra ambiente, economia, giustizia sociale, ed un forte richiamo alle riflessioni che, sul versante religioso, sono portate avanti da papa Francesco. Segui la diretta della presentazione, con l’autore e lo storico e sociologo Marco Revelli.

Il libro sarà in distribuzione dal 25 marzo. Di seguito una sintesi della prima parte della presentazione del lavoro, curata dallo stesso autore:

La contrapposizione tra cura e lavoro mi è stata sollecitata dalla crescente importanza che il concetto di cura sta assumendo nei tanti ambiti in cui si cerca di inquadrare la prospettiva di un rovesciamento radicale di quell’approccio al mondo che ci è stato imposto dalla globalizzazione dal “pensiero unico” dominante. L’invito al cambiamento rischia però di dissolversi nel nulla, se non riusciamo a riunire in un quadro coerente le  cose dalle quali vogliamo prendere le distanze, stabilendo tra loro anche una gerarchia e un ordine di priorità.

Il concetto di cura, intesa come finalità e senso dell’agire umano in campo economico, ma anche, e soprattutto, in quelli sociale, culturale e ambientale, è stato giustamente contrapposto a quello di profitto e anche a diversi concetti a esso correlati come competizione, economia di mercato, crescita e sviluppo economici.

E’ necessario indagare meglio il rapporto tra cura e lavoro, perché sono diffusi gli atteggiamenti e le remore che si sono finora frapposte al pieno dispiegamento di un rapporto tra gli esseri umani e il loro mondo effettivamente fondato sulla cura, ed in particolare la sacralizzazione del lavoro e dell’occupazione “fine a se stessa”. La pretesa di attribuire comunque un valore e una “dignità” al lavoro, indipendentemente dalle condizioni nelle quali si svolge e dai risultati che produce, è proprio ciò che allontana da un’autentica pratica della cura.

Nei  “lavori di cura”, c’è quasi sempre, esplicita o latente, una componente affettiva verso l’”altro” – persona o mondo – che al lavoro in quanto tale per lo più manca; e che quando c’è, sotto forma di “orgoglio” del mestiere o della professione, è per lo più autoreferenziale; oppure promosso o imposto dall’esterno; ma, molto più spesso, nei confronti del lavoro troviamo piuttosto insofferenza, fastidio, rigetto.

Tutto ciò che caratterizza l’attuale sistema economico globalizzato che fa da base alla legittimazione di tutte le sue pretese, di tutte le sue imposizioni e persino dei suoi crimini, ci riporta sempre, direttamente o in ultima analisi, all’occupazione; alla necessità di creare o di “salvare” dei posti di lavoro, e con essi non tanto il reddito (poco) al quale danno accesso, ma il lavoro come risorsa; il lavoro come realizzazione dell’uomo, il lavoro in quanto tale: concetto in cui si compendia ogni attività svolta per costrizione.

Le mie considerazioni su questo tema, forse banali, sicuramente discutibili, ma secondo me necessarie, sono un tentativo di portare un contributo alla promozione di quella svolta radicale in tutti i campi che le crisi sanitaria, climatica, ambientale, culturale e sociale, tutte in corsa verso il precipizio, ci impongono con la massima urgenza. [G.V.]

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