Società civile contro l’egemonia israeliana

Nel pomeriggio di giovedì 25 marzo si è svolta online su Zoom e in diretta Facebook l’ultima conferenza del ciclo Palestina: i diritti ostaggio della diplomazia, organizzato dalla Società civile per la Palestina in collaborazione con Arci, Cospe e Fiom-Cgil Lombardia.
Ospiti dell’incontro conclusivo sono stati Doris Ghannam, dell’European Coordination of Committees and Associations for Palestine (Eccp), e Omar Barghouti, di Boycott, Divestment, Sanctions (Bds).

La questione palestinese è connotata dall’egemonia israeliana, che non solo perpetra quotidianamente violenze di ogni tipo ma è anche una potenza coloniale di fatto, essendo in strettissimi rapporti con le principali diplomazie europee.
L’Accp, come anche Bds, lotta per i diritti della popolazione oppressa dalle milizie israeliane e per il riconoscimento a livello internazionale dei crimini israeliani. Nonostante per ora questi obbiettivi sembrino piuttosto lontani, Doris Ghannam ha mostrato ottimismo visto l’aumento dei movimenti pro-Palestina in ampi settori della società civile. Questo incremento non è solo numerico, ma comporta anche una pressione sociale anti-israeliana più forte, che sta cominciando a tradursi nell’allontanamento di diversi fondi (ad esempio neozelandesi e norvegesi) dai sionisti.

Il lavoro di associazioni come Eccp e Bds e la possibilità di creare una certa trasversalità tra le lotte (Barghouti ha citato le simpatie politiche tra gli attivisti pro-Palestina e quelli di Black lives matter) stanno portando risultati soprattutto in termini di riconoscimento. Sono infatti sempre di più le persone, anche rappresentanti politici, che stanno acquisendo consapevolezza della criticità della situazione israelo-palestinese. Questo è un primo passo importante perché la politica internazionale prenda le dovute contromisure contro i crimini israeliani.

Chiaramente, i sionisti stanno offrendo una dura resistenza allo smascheramento dei loro misfatti, e l’indicizzazione di Bds tra i pericoli per Israele è solo una delle traduzioni di questo tentativo di occultamento dei propri crimini.
Una delle chiavi di volta culturali che Israele utilizza in questo senso è quella dell’antisemitismo. Come sottolineato anche in un precedente incontro di Bds Italia (leggi qui) i sionisti cercano di sovrapporre la critica ad Israele e l’antisemitismo. Dato che l’identificazione tra Israele e il popolo ebraico nella sua interezza è impropria, questo discorso è nei fatti privo di fondamento. Va sottolineato però che l’esistenza di gruppi antisemiti, soprattutto in Europa e negli Usa, fa il gioco della propaganda degli occupanti e costituisce un fortissimo deterrente per il mondo occidentale che, colto dal rimorso per la Shoah, è inibito dall’intervenire contro i crimini dei sionisti.
Inoltre, la resistenza ha un prezzo. Il popolo palestinese sa che qualunque azione contraria agli occupanti può avere ripercussioni pesanti sulla propria esistenza, dal taglio dei servizi alla diminuzione dei posti di lavoro; ma sono sacrifici sostenibili se paragonati ad una vita sotto l’oppressione israeliana.
Nel complesso, dunque, la repressione e il tentativo di silenziare le voci contrarie ai colonialisti non impediscono a sempre più persone, anche ebrei palestinesi, di disconoscere questa realtà geopolitica e prendere le parti del popolo arabo anche tramite l’adesione a movimenti come Bds stessa.

Il problema principale dunque non è tanto sul piano popolare, bensì rimane il legame di Israele con Europa e Stati Uniti. Grazie agli stretti rapporti militari e diplomatici e ai sopracitati sensi di colpa “antisemiti”, la realtà geopolitica sionista gode di fatto di una totale impunità: non è un caso che ad oggi non abbia mai subito sanzioni da occidente.
Il mondo politico occidentale, ha detto Barghouti, è ipocrita, finge di non vedere le violenze che il popolo palestinese sta subendo.
Quella a cui si assiste in Palestina è una vera e propria apartheid: viene negata la cittadinanza sul piano tanto legale quanto culturale; l’identità araba e palestinese è minata quotidianamente, nel tentativo di cancellarla. L’autodeterminazione ebrea e lo stato palestinese potrebbero teoricamente coesistere, ma la discriminazione dei sionisti contro gli arabi lo impedisce di fatto.

Il ciclo di conferenze Palestina: i diritti ostaggio della diplomazia ha mostrato attraverso diverse testimonianze quanto delicata e critica sia la situazione israelo-palestinese.
Mentre un popolo viene oppresso e subisce sistematicamente le violenze delle milizie occupanti israeliane, la consapevolezza di ciò che sta accadendo, in Occidente, è quasi nulla. Inoltre, l’argomento mette in campo delicate memorie non sempre condivise e vede un netto dominio anche mediatico da parte dei sionisti. Come se non bastasse, le maggiori forze politiche internazionali sono in strettissimi rapporti con Israele, cosa che rende il dibattito ancora più sbilanciato.
Resistere alla violenza e all’egemonia sionista è però possibile: sono tante le associazioni ed i movimenti che si battono perché si riconoscano i crimini di guerra israeliani e venga applicato il diritto internazionale. La lotta per i diritti delle persone palestinese è difficile e piena di ostacoli, ed è fondamentale che la società civile occidentale sia informata, sappia cosa sta accadendo e abbia la possibilità di schierarsi. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]


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