Cittadinanza/ Diritto negato

La cittadinanza è un diritto, non un privilegio e consente di riconoscersi parte di una comunità. Oggi la cittadinanza italiana si acquista “iure sanguinis”, cioè se si nasce o si è adottati da cittadini italiani. Un’ingiustizia che discrimina tante persone, intrappolate in processi burocratici senza fine che non consentono loro di sentirsi davvero parte del paese. Venerdì 26 marzo si è svolto su zoom l’incontro Cittadinanza: un diritto negato, una richiesta di uguaglianza, un sogno di libertà, organizzato dall’Osservatorio giuridico per i migranti di Como, associazione in cui ogni giorno avvocati/e  operatori/e  volontari/e si impegnano a prestare tempo e competenza per coloro che hanno bisogno di aiuto per vedere riconosciti diritti.

Grazie alle testimonianze di alcuni/e studenti che vivono in prima persona tutto ciò che di negativo questa limitazione comporta, i/le partecipanti hanno potuto sentire più vicine le difficoltà di tutti/e coloro privati/e di tale riconoscimento fondamentale. A animare l’incontro è stata Grazia Villa, avvocata dell’Osservatorio, sostenendo un dialogo aperto con i ragazzi che hanno raccontato le loro vicende personali. Salma El Bourkhissi, del liceo statale Maffeo Vegio e Naima Labrinssi, del liceo Parini di Seregno, ad esempio, vivono in Italia da molti anni, ma non sono ancora riconosciute come cittadine italiane, per questo motivo soffrono fin da piccole ingiustizie e problemi di identità, oltre alla paura di non poter liberamente mantenere la cultura del paese di origine e le abitudini del paese che oggi, giorno dopo giorno, condividono insieme a tante altre ragazze e ragazzi come loro. Loris Tafa del liceo scientifico Leonardo da Vinci di Trento e Samuel Olotu Eghgha, ex studente del liceo Alessandro Volta e stagista a Lodi, hanno la cittadinanza italiana, ma vivono continuamente episodi di discriminazione legati agli stereotipi ai quali la società è ancora oggi troppo legata. Fondamentale è stato l’intervento di Alidad Shiri, all’età di dieci anni fuggito da un paese lacerato dalla guerra, dove i suoi occhi si sono riempiti di terrore e hanno visto morire persone a lui care, come la sorellina di sei anni. Oggi studia filosofia con indirizzo Politica-Etica-Religioni presso l’Università degli studi di Trento, e dice di essere stato un ragazzo fortunato durante la sua infanzia perché, all’interno della comunità in cui viveva, lui era uno dei pochi che avevano il privilegio di andare a scuola e studiare. La famiglia – spiega – appena può ti spinge a trovare un lavoro e a contribuire alle spese. Alidad Shiri insiste sulla concezione che nel 2021 si ha ancora dello “straniero”, colui che fugge e trova riparo in Italia viene definito come “poverino che ha bisogno di aiuto” oppure come “delinquente che porta nient’altro che violenza e paura”, senza sapere quanto il fenomeno migratorio interessi il mondo intero e non solo l’Italia. L’incontro ha dato spazio a una breve riflessione sulle politiche attuali di forse politiche razziste al governo e le loro ripercussioni negative che non fanno altro che amplificare un clima di odio e di chiusura nei confronti di chi proviene da oltre il confine italiano. Le studenti hanno espresso, inoltre, la loro visione nei confronti del tema della donna, che subisce in maniera amplificata le conseguenze di una mentalità  limitata e legata ad antiche concezioni inaccettabili. A chiudere la serata, una domanda di speranza ai/alle giovani che aspettano e confidano di diventare un giorno cittadini/e italiani: «Cosa ti spinge a volere essere riconosciuto/a come cittadino/a italiano/a?». Dalle risposte è emerso il desiderio di uguaglianza e libertà, oltre alla possibilità di partecipare attivamente alla vita pubblica del paese, grazie al diritto di voto. Aspettare, dunque, è l’unica certezza di chi rimane costretto ai margini della società. Aspettare di raggiungere la maggiore età o di trovare un lavoro che permetta di avere il reddito minimo richiesto dalla legge. Aspettare che un giorno, forse, procedure contorte diventino accessibili e alla portata di chiunque. Aspettare che la migrazione diventi normalità, come effettivamente è da sempre, ma non tutti pare ne siano oggi coscienti. [Mara Cacciatori, ecoinformazioni]

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