Obiezione digitale

Mi  domando, mi chiedo, mi dico. Ogni minuto, l’orario è là, in fondo sulla destra del pc, durante le lezioni della dad. Mi sento svuotato. Mi sento deprivato. Ininfluente. Per poter solamente accedere devo digitare tre password. Qualche volta sbaglio un trattino, un puntino, una lettera, un numero: devo ricominciare daccapo. Se fossi un cyborg, non sbaglierei neppure una volta. Se fossi un cyborg sarei sempre puntuale. Non dovrei nemmeno attivare il libro digitale. Sarei io il libro digitale. Se fossi un cyborg potrei somministrare verifiche e controllare in tempo reale. Sarei anche la videocamera e sarei lo stesso pc degli alunni.

Ma io non sono un c. di cyborg. Sono ancora un insegnante. Sono ancora un educatore. Sono due cose diverse. Sbaglio le password. Il tempo va lento. Il sedere è incollato alla sedia. Gli occhi mi dolgono. La luce dello schermo monotona. Quando appare che la lezione sia “andata bene” sobbalzo. Cosa è successo. Sono diventato una macchina, io stesso una fredda macchina somministratrice di esercizi e video. Le macchine non raccontano storielle. Le macchine non si stufano di essere macchine.

Le macchine non avvertono la necessità della consolazione e neppure del rimprovero. Le macchine contano. Io non conto niente. Io nel mondo  dei computer non so computare proprio niente. Non sento. Quello che vedo non è degno di essere visto. Non sento uccellini fuori dalla finestra e non posso indicare strane combinazioni di nuvole. Cirri, cumuli, cumulo-nembi. Uniche combinazioni qui: gli algoritmi.

Algoritmi che se mi controllassero, magari di già lo fanno, scoprono che non sono capace di digitare in fretta numeri e lettere. Algoritmi che se fossi un rider, un ciclofattorino, mi avrebbero già licenziato per scarso rendimento e poca adattabilità alla macchina. Io mi domando. Io mi chiedo. Io dico. E’ inevitabile tutto questo.

E’ inevitabile l’abolizione della vera figura dell’insegnante che è colui che ha carisma, che calandosi nei panni degli alunni, guardandoli negli occhi, osservando come camminano, ascoltando il tono della voce, osservandoli durante l’intervallo nei corridoi a formare liberamente gruppi o restando da soli, capisce e agisce.

Nessun intervallo. Nessun balletto, le bambine ne ripetevano spesso tra loro. Nessuna corsa, neppure una spinta, non un grido. Scuole come ospedali. Scuole come caserme. Scuole come prigioni. Nella didattica a distanza, peggio: in singola cella, ciascuno a casa sua. Io sono un insegnante. Sto vedendo morire una generazione. E c’era l’obiezione al servizio militare. E c’era l’obiezione fiscale alle spese militari. Thoreau si fece qualche giorno in cella per essersi rifiutato di pagare le tasse al governo che a parer suo, ingiustamente,  attaccava il Messico. Obiezione digitale. Dico. Non dico “No Dad” che mi sembra poco ed una storpiatura da giornalaccio. Obiezione digitale. Perché la scuola bisognerebbe farla danzando mano nella mano in cerchio, professori, genitori, bambini, intorno ad un albero.  Teodoro Margarita, insegnante. [Teodoro Margarita, insegnante, per ecoinformazioni]

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