Contro l’omobitransfobia serve ripensare il sistema

Contro la violenza omobitransfobica e per un sistema sociale che educhi alla libertà di esistenza e di espressione del sé. Questi i motivi della manifestazione organizzata da Uds in piazza Verdi, a Como, nel pomeriggio di venerdì 23 aprile e a cui hanno partecipato oltre 100 persone.


Nel ultime settimane il caso di Thomas, insultato e preso a sassate a Inverigo, e quello di Malika, cacciata di casa a Firenze e disconosciuta dalla famiglia perché lesbica, hanno riportato l’attenzione su un problema che purtroppo non è nuovo nella società italiana ed europea. Come ha spiegato Davide, sono tantissimi i casi di omobitransfobia che negli ultimi mesi si sono verificati in Italia e in Europa. Per esempio, in Francia si parla di un +30% di episodi di omotransfobia nel 2020; nello stesso anno in Italia, se tutti coloro che subiscono violenza avessero denunciato, se ne sarebbero registrati 650. Il problema, nonostante non venga percepito dalla maggioranza della popolazione, è dilagante. Dagli insulti alle persone Lgbtqia+ all’uso del termine “frocio” per indicare persone non conformi ai modelli di mascolinità non conformi agli stereotipi, l’omofobia è un fatto reale che ha un peso specifico enorme sulla vita di tantissime persone.

Al presidio ha partecipato anche Thomas, la vittima del branco omofobo di Inverigo, che ha testimoniato la propria drammatica esperienza dando concretezza ai numeri. Quello che ne è emerso non è stato tanto il dolore di sapersi odiato da una manica di imbecilli, quanto lo smarrimento, lo stupore e la delusione di scoprirsi abbandonato dalle autorità e dalle istituzioni che, di fatto, chiudono troppo spesso gli occhi di fronte all’omobitransfobia.


Essa, però, uccide e Uds lo ha ricordato con un flashmob in cui alcuni/e ragazzi/e hanno letto storie di “quotidiana omofobia”, racconti di vittime che, per il fatto di essere omosessuali o transessuali, si sono viste negare la normalità, sono state picchiate o, peggio, private della vita. I manifestanti hanno poi sollevato dei fogli con le foto e le storie di queste persone, per ricordare che l’omobitransfobia è un male reale della società.

È ormai chiaro quanto il misconoscimento delle identità non binarie, dell’omosessualità e di tutte le manifestazioni che si discostano dagli standard sociali ha sede profonde nella socializzazione degli individui. Scuola e famiglia sono due dei luoghi nevralgici dell’educazione eteronormativa, e questo causa enormi sofferenze a chi in queste regole ed etichette, non si riconosce.
Particolarmente coinvolgente è stato l’intervento di Lux, che ha condiviso la sua storia con gli/le altri manifestanti:

«Io mi chiamo Lux e non esisto. Sono qui, sto parlando, ma non esisto.
Diciotto anni fa, quando sono nata, i miei genitori avevano già deciso un nome per me, in base ai genitali che sapevano che avrei avuto.
L’anno scorso ho capito di essere un’altra persona, di essere non binaria. Ma per la società è più comodo dire che non esisto: la dicotomizzazione maschio/femmina è più comoda, è più facile negare che qualcuno possa essere altro.
Noi siamo in piazza per questo, per il riconoscimento. Io sono Lux, transessuale, non binaria, queer».

Riconoscimento, non tolleranza. Come ha rivendicato Chiara, che ha parlato delle difficoltà che moltissime persone vivono nel dire in famiglia chi sono e chi amano davvero, non bisogna accontentarsi di essere tollerati, vivere l’accettazione altrui come una concessione; serve prendersi tutto e liberarsi dalle assurde costrizioni che impediscono di amare ed esistere liberamente.

L’ultima parte del presidio si è svolta su due binari: da una parte sono continuate le testimonianze dei presenti che, in un microfono aperto, hanno raccontato le proprie esperienze e il loro vissuto riguardo questa tematica; dall’altra, si è ragionato su come contrastare l’omobitransfobia a livello sistemico, citando anche il celeberrimo ddl Zan.
Riguardo il testo che il Senato sta valutando sono emerse posizioni contrastanti tra chi lo ritiene un passo avanti considerevole e chi, invece, ne critica la limitatezza.
La posizione di Uds è chiara, a riguardo: è meglio che niente, ma senza un ripensamento sistemico dell’educazione all’affettività sarà una goccia legislativa in un mare di problemi che superano di gran lunga il potere giudiziario/legale. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: