Una “riforma” contro la salute

Mercoledì 24 novembre si è svolto, allo spazio Gloria Xanadù, l’incontro pubblico:  “ Riforma sanitaria Lombarda: quali prospettive per la sanità comasca”, organizzato dalla rete Cittadella della salute in collaborazione con i partiti di opposizione in Consiglio regionale Pd, M5s, gruppo regionale Più Europa Radicali, e con i sindacati Cgil, Cisl e Uil. L’obiettivo era principalmente quello di informare i cittadini e le cittadine su come si modificherà la proposta territoriale dal punto di vista sanitario e socio-sanitario e quanto il nuovo assetto sarà in grado di rispondere realisticamente ai bisogni delle persone.

E’ stato ricordato da Antonio Muscolino, esponente della rete e di Medicina Democratica, come già nel 2014 il Comitato Cittadella della salute, aveva fortemente criticato la Riforma Maroni e aveva elaborato un progetto innovativo, grazie alla presenza di personale sanitario, architetti, ambientalisti, singoli cittadini, per la riqualificazione dell’area dell’ex Ospedale S. Anna, che avrebbe potuto divenire un riferimento certo per i cittadini, così come previsto dall’accordo di programma. La Legge Maroni inoltre prevedeva la costituzione di Presidi socio sanitari territoriali pensati con i medesimo obiettivo. Questi presidi non sono mai stati realizzati e adesso, nella nuova Riforma, vengono riproposti come Case della Comunità, un luogo dove trovare risposta alla maggior parte dei bisogni, attraverso la garanzia dell’accesso e della presa in carico, da parte di équipe multiprofessionali e interdisciplinari. Ci si domanda se davvero sarà così, o se non si tratta di una progettazione solo sulla carta, perché richiesta dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Questo non è il solo elemento di criticità, come afferma Manuela Serrentino, esponente della Cittadella della salute. La Riforma non è passata attraverso un vero dibattito pubblico, la programmzione è ancora basata sulle prestazioni e non sui dati epidemiologici e sui determinanti di salute; non sono previsti obiettivi di salute, non è stato fatto nessun passo indietro circa l’accreditamento delle strutture private, anzi a queste è stata riconosciuta l’eguaglianza con le strutture pubbliche, anche se, durante i momenti più critici della pandemia, non è stato il privato, ma soprattutto  il pubblico a farsi carico dei pazienti. A fronte dell’implementazione dei servizi territoriali, non viene previsto nessun aumento delle risorse umane e l’assistenza domiciliare integrata, elemento fondamentale nell’assistenza territoriale, non è compresa all’interno della Casa della salute, così come non sono previsti Dipartimenti complessi come quello della salute mentale e delle dipendenze. Eppure i rappresentanti dei partiti di opposizione in Regione hanno portato una serie di emendamenti con l’intento di migliorare almeno in parte questa legge. Michele Usuelli, del gruppo consigliare Più Europa-radicali,  spiega le modifiche più significative avanzate: la prima riguarda la nomina dei direttori generali. Non è possibile che qualsiasi personale sanitario, per concorso, debba presentare titoli e sostenere un esame, mentre per figure apicali con responsabilità molto maggiori, vengano scelte solo attraverso titoli e un colloquio. La seconda si concentra sul rapporto con i medici e i pediatri di base, non consultati in fase di delibera, che dovrebbero essere incentivati a lavorare in équipe nelle   Case di Comunità, essendo gli attori principali dell’alleanza terapeutica con il paziente, e che si trovano invece a fare i conti, per gran parte del loro tempo, con una burocrazia molto complessa, soprattutto perché i vari sistemi informatici non sono in grado di comunicare tra di loro. La terza riguarda gli ospedali di Comunità che dovrebbero avere come manager un infermiere professionale  e essere gestiti in gran parte da queste figure professionali, con la presenza di un medico, poiché sono strutture previste per ricoveri di bassa e media entità. Angelo Orsenigo del PD, ha elenacato gli emendamenti che riguardano in particolare il territorio della nostra provincia. Permane l’ATS Insubria, comprendente la provincia di Varese e quella di Como, senza tenere conto delle differenze  geagrafiche tra le due realtà. Questa situazione ha fortemente penalizzato Como, che ha un numero di posti letto per acuti inferiore a Varese, e che vive anche una carenza importante rispetto ai posti letto per i malati terminali. In un precedente incontro regionale, era stata approvata all’unanimità la realizzazione della Cittadella della salute, ordine del giorno che si è perso nella Riforma. Infine la riqualificazione dell’Ospedale di Menaggio, depotenziato gradualmente  in questi anni e adesso, secondo il nuovo progetto, declassato a Ospedale di Comunità e Casa della salute, senza tener conto dell’importanza di quel presidio per una zona molto penalizzata per quanto riguarda i trasporti pubblici. Marco Fumagalli, del M5S, ha affrontato soprattutto il nodo del rapporto pubblico-privato, facendo notare che si tratta di una concorrenza con condizioni di partenza molto svantaggiose per il pubblico sul piano contrattuale; il privato può assumere personale senza concorso, non ha vincoli sul numero di risorse e può permettersi di siglare contratti al di fuori della contrattazione. Inoltre può scegliere di quali tipi di prestazioni occuparsi, rinunciando alla gestione di quelle meno remunerative e di gestione complessa. Il pubblico è obbligato a presentare ogni anno un Piano programmatico, mentre il privato è esentato da questo obbligo. Questa situazione non è stata minimamente messa in discussione dalla Riforma. Nel corso dell’incontro sono intervenuti rappresentanti delle forze sindacali e di associazioni del terzo settore.

Matteo Mandressi, della CGIL, ha integrato le criticità già messe in luce, con la denuncia della completa assenza del Sindaco del Comune di Como, non solo nel corso della pandemia, ma anche nel promuovere una partecipazione per la gestione degli aspetti sociali e ha eluso anche il suo ruolo nel favorire l’attuazione dell’accordo di programma per la realizzazione della Cittadella della salute. Marco Contessa, della CISL, ha evidenziato la necessità di mitigare gli effetti negativi di questa norma e di provare a valorizzare le novità che vengono inserite, come l’ospedale di Comunità, la casa della Comunità e la centrale Operativa Territoriale. Perché funzionino davvero è necessario coinvolgere maggiormante gli attori interessati: i dipendenti pubblici e i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta. Se queste strutture territoriali fungeranno davvero come supporto all’ospedale di S. Fermo, anche il problema del personale potrebbe essere ridimensionato.  Salvatore Monteduro, della UIL, ha sottolineato il problema del Pronto Soccorso, dove spesso si creano disservizi a causa degli accessi di pazienti con codice bianco che dovrebbero trovare una risposta sul territorio. La Riforma non ha fornito neppure soluzione alle lunghe liste di attesa, con la necessità adesso, per alcuni pazienti, di cambiamento di diagnosi perché nel corso di questi ultimi due anni, la loro situazione è peggiorata. Infine solleva il problema delle RSA, tra le più colpite durante la pandemia, dove il problema del personale si fa sempre più pressante, con conseguente mancata assistenza nei confronti degli anziani.

Massimo Patrignani, Presidente dell’AUSER, sottolinea il ruolo importante che povrebbe avere il terzo settore, molto spesso relegato ad una funzione subalterna e di tappabuchi, se si valorizzasse la medicina partecipativa, aprendo un livello di interlocuzione per definire una coprogrammazione, facendo tesoro delle esperienze acquisite, soprattutto nella progettazione sociale, dove il Comune può avere un ruolo centrale. Un modello, questo, che è ben lontano dall’essere praticato.

Marina Consonno, Presidente delle ACLI, concorda con tutte le osservazioni precedenti, e propone, soprattutto per le categorie più esposte e vulnerabili, un servizio di monitoraggio costante, affinchè le nuove strutture territoriali, non rappresentino un carrozzone vuoto, ma qualcosa di realmente funzionale per la popolazione. Da parte di alcuni esponeneti del Comitato di Menaggio, viene ribadita la criticità del depotenziamento dell’Ospedale di Menaggio, soprattutto in questo momento in cui, a causa dei lavori della Tremezzina, l’accesso a Como diventa molto problematico. Gianpaolo Rosso, Presidente di ARCI, sottolinea il disinteressamento della stampa locale nei confronti di queste tematiche, che non vengono ritenute interessanti e questo potrebbe essere anche alla base della scarsa partecipazione da parte della popolazione. Probabilmente sarebbe importante più che parlare di sanità, rivendicare una cultura della salute. Anche denunciare chiaramente quello che è successo e sta succedendo in Lombardia è fondamentale: durante la pandemia è avvenuta una strage; il privato attua un ladrocinio delle risorse pubbliche anche utilizzando il malaffare.

Tiziano Catolfi, Presidente della Mongolfiera, mette in risalto la necessità di lavorare sui problemi. Ci sono molte cose negative in questa riforma, ma non si deve affrontarla con l’idea che non è possibile fare nulla, perché questo crea soltanto un senso di impotenza. E’ importante intercettare i bisogni delle persone e lavorare su questi aspetti, utilizzando tutte le possibilità che lo consentono.

Giusy Giupponi, Presidente della L.I.L.A. (Lega Italiana per la lotta contro l’AIDS), espone la sua esperienza personale con il reparto di Malattie Infettive, poco attento alle necessità dei suoi assistiti e operativo in alcune circostanze, solo se continuamente sollecitato. Mette in luce anche la criticità delle Commissioni per l’invalidità civile, composte da personale non specialistico e quindi non in grado di valutare in modo corretto alcune situazioni. La scarsa attenzione da parte della popolazione probabilmente potrebbe essere dovuta alla stanchezza. Le persone sono spesso sole di fronte alla negazione dei loro diritti e questo può far percepire i problemi senza soluzioni.

Italo Nessi, medico di medicina generale, sottolinea ancora i problemi gravissimi che sono stati toccati e che si ripercuoteranno soprattutto sui pazienti disabili, gli anziani, gli psichiatrici, le persone più fragili. Purtroppo i giovani sono poco interessati perché stanno bene di salute e questo dimostra la necessità di lavorare sul concetto di solidarietà intergenerazionale e invita tutti i soggetti presenti a produrre un documento unitario da poter diffondere tra la popolazione.

L’assemblea si conclude con la consapevolezza che, nonostante la scarsa affluenza di pubblico, questo incontro ha consolidato i rapporti tra i vari componenti della rete, mettendo in evidenza degli obiettivi comuni sui quali è importante continuare a lavorare. Viene proposto di organizzare un incontro all’inizio del nuovo anno con i soggetti istituzionali ai quali chiedere, di quali contenuti riempiranno le strutture che sono state evidenziate e, soprattutto, di creare una consulta popolare, composta da esponenti delle Associazioni di volontariato, sindacati, soggetti politici ed esponenti della società civile, per poter avere uno strumento di monitoraggio dei vari passaggi della realizzazione della riforma e poter così esercitare costantemente un’azione di pressione. [Mauela Serrentino, ecoinformazioni]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: