Milano per un pacifismo anti-imperialista

Ci volevano i collettivi, i centri sociali ed i movimenti cosiddetti antagonisti per portare in piazza nella grande manifestazione del 26 febbraio condivisa dall’Arci, dai sindacati di base, dai Sentinelli, dai Fridays for Future, oltre che da numerosi circoli Anpi e da Rifondazione comunista e Sinistra italiana, le parole antimilitarismo, anti-imperialismo e anticapitalismo in relazione al conflitto ucraino. Più di trentamila persone hanno attraversato Milano in un corteo per la pace non solo in Ucraina, ma contro tutte le guerre dei padroni a spese dei popoli.

Da largo Cairoli a piazza Duomo i e le manifestanti, condotti in testa dal collettivo Milano antifascista, antirazzista, meticcia e solidale, hanno cambiato la retorica delle proteste antibelliciste di questo triste periodo. Il pacifismo è stato messo in questione rilevando quanto l’assalto voluto da Putin all’Ucraina sia figlio non del capriccio di un folle, ma delle dinamiche imperialiste di cui è impregnata la storia globale.

“Né con Putin né con la Nato” significa ricordare che è la logica a blocchi, che separa storicamente ed ideologicamente Occidente e Russia (ma ormai anche la Cina), a generare conflitti non solo nell’Est Europa ma in tutto il mondo. Chi paga è sempre e solo il popolo.

Solidarietà quindi agli ucraini, non al loro governo filonazista, e supporto agli oltre 2000 russi arrestati per aver espresso nel loro paese dissenso rispetto alla guerra; ma sostegno anche agli afghani, ai siriani e a chiunque faccia le spese delle diatribe economico-politiche tra le superpotenze mondiali. Scontri che non esisterebbero se non fossero innescati dal nazionalismo, invenzione per unire i popoli sotto confini troppo spesso arbitrari, e dal liberismo, che spinge i potenti a cercare di estendere il proprio dominio ovunque a danno di chi è meno forte di loro.

Inoltre, nel corso del corteo sono emerse le questioni sistemiche di cui la situazione ucraina è solo una manifestazione. 
I profughi ucraini, rispetto ai morti del Mediterraneo o ai reietti delle frontiere esteuropee, hanno solo la fortuna di avere la solidarietà europea ed occidentale. Le guerre fanno soffrire ovunque, è la fortezza Europa che, in base ai propri interessi, decide chi può varcare le sue porte e chi no.
La guerra è tra grandi potenze, e le minacce sono quelle che intercorrono tra due forti contendenti capaci della reciproca distruzione; ma le sanzioni, nel quotidiano, le pagano i popoli e i bombardamenti colpiscono ed uccidono i civili, bambini compresi.
Chiedere la pace, appellarsi alla Nato, ma anche semplicemente rivendicarsi come nazione prima che come persone che vivono nel mondo, sono forme di complicità o quantomeno accettazione di quello status quo socio-economico che è causa diretta dei conflitti che ora lamentiamo.

Questi discorsi, che andavano fatti fin dall’inizio della crisi ucraina, quando i soldati non erano ancora schierati ai confini di Donbass e Lugansk, ora hanno una forza analitica estremamente più pregnante del mero pacifismo come ideale astratto.
Moltissimi tra i manifestanti, e questa è una differenza che va rimarcata rispetto alle iniziative promosse da sindacati ed associazioni, non sono scesi in piazza per paura, ma con la consapevolezza che il sistema è unico, così come la sofferenza che si sta vivendo in questi anni. Non può essere un caso che ci fossero tanti e tante giovani a cui dopo la pandemia, che è caduta già in un contesto economico ed ambientale critico, viene ora proposto un orizzonte futuro di conflitto, tensione ed insostenibilità economica.

Mentre in tutta Italia ed in Europa le piazze si riempiono di persone che chiedono pace o, ancora meglio, demilitarizzazione e fine dell’imperialismo, in Ucraina il conflitto prosegue. La diplomazia non ha ancora fatto il suo corso né tra Zelenskyi e Putin, né tra quest’ultimo ed i leader occidentali. Chi soffre ogni giorno, oppresso da un sistema che lo sfrutta e lo ripaga con la precarietà economica ed esistenziale, non può che chiedersi dove sia la pace di cui tanto si parla e che tanto viene promessa. Posta in questi termini, la sua domanda è destinata a restare irrisposta. 

[Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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