Accudiamo la nostra esistenza

Il 22 marzo si è svolto l’incontro L’energia futura? Né fossile, né fissile con Mario Agostinelli (presidente associazione Laudato si’) e Gianpaolo Rosso (presidente Arci Como) di approfondimento sulle ragioni scientifiche contro scelte energetiche da sempre e oggi ancora di più contro ambiente, salute, diritti dei popoli.

Gianpaolo Rosso ha spiegato che l’idea del convegno è nata sicuramente dal fatto che oggi più che mai la questione ambientale è importante «l’idea parte dal concetto di futuro che negli ultimi anni è stato posto dai più giovani, da Fridays for future che ha proposto a tutti il tema dei diritti delle generazioni che verranno. Riflessioni sulle necessità di assicurare il futuro, necessità di proporre soluzioni che non distruggessero quello che non è nostro e che va ereditato da altri. Abbiamo pensato ci volesse un ragionamento e siamo consapevoli che c’è molto da lottare su quale può essere il nuovo modello per un mondo e una società equilibrati.»

Come confermato più volte da Mario Agostinelli siamo davanti a una grande crisi che nelle sue manifestazioni climatiche, ambientali, di ingiustizia sociale, pandemiche e di guerra minaccia di abbattere la nostra esistenza sul pianeta. «La biosfera – spiega – è un insieme di processi e di rigenerazioni che contrastano nel tempo il disordine e il caos. Bisogna curare la terra e i suoi abitanti. Bisogna agire adesso, convocare assemblee di cittadini, tutto ciò per non rischiare l’estinzione.»

Dopo aver fornito un accurato approfondimento su questioni energetiche e ambientali, il relatore, sollecitato da una domanda sorta dal pubblico su come possiamo “risolvere” questi problemi ha proposto una serie di pratiche e riflessioni sulla cura della terra che ci ospita, la giustizia sociale e ambientale, il superamento di una cultura che pone l’uomo al centro di ogni considerazione violenta che si manifesta in un’economia di saccheggio che produce infiniti scarti, materiali e umani. Bisogna partire da noi stessi, dai territori che abitiamo, dalla consapevolezza della forza e della bellezza della natura, dell’umano, del vivente, di una terra fragile, da custodire meticolosamente.

Viviamo in un mondo in cui il consumo non ha limite: un processo che non restituisce alla natura ciò di cui la mette al sacco, una gerarchizzazione di esseri umani considerati privi di valore, di cui si può decidere l’esistenza e addirittura la sovrabbondanza. Un mondo del quale continuiamo a distruggere specie ed ecosistemi.

«La CO2 aumenta sempre di più – ha ripetuto più volte Agostinelli – Noi lavoriamo troppo: bisogna mettere a lavoro la natura e la sua energia, il carico di attività è un impegno che la terra non è più in grado di sopportare. Occorre lottare per diminuire le cariche di lavoro. Siamo di fronte alla possibilità di cambiare stile di vita, dobbiamo coinvolgere le nuove generazioni…»

Un appello rivolto a scuole, sindacati, cittadinanza e istituzioni, per mettere riparo ai guasti causati al pianeta e a chi lo abita, un appello di rialfabetizzazione e formazione che portino a cambiamenti economici e politici che non si possono più rimandare davanti alla disgregazione della convivenza tra esseri umani e tra questi e la natura.

L’incontro si è concluso con la poesia sulla pace Io vulesse truvà pace suggerita e recitata da Domenico Tozzi.

Io vulesse truvà pace

Io vulesse truvà pace;
ma na pace senza morte.
Una, mmieze’a tanta porte,
s’arapesse pè campà!

S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera,
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: “nzerràte llà!”

Senza sentere cchiù ‘a ggente
ca te dice:”io faccio…,io dico”,
senza sentere l’amico
ca te vene a cunziglià.

Senza senter’ ‘a famiglia
ca te dice: “Ma ch’ ‘e fatto?”
Senza scennere cchiù a patto
c’ ‘a cuscienza e ‘a dignità.

Senza leggere ‘o giurnale…
‘a nutizia impressionante,
ch’è nu guaio pè tutte quante
e nun tiene che ce fà.

Senza sentere ‘o duttore
ca te spiega a malatia…
‘a ricett’ in farmacia…
l’onorario ch’ ‘e ‘a pavà.

Senza sentere stu core
ca te parla ‘e Cuncettina,
Rita, Brigida, Nannina…
Chesta sì…Chell’ata no.

Pecchè, insomma, si vuò pace
e nun sentere cchiù niente,
‘e ‘a sperà ca sulamente
ven’ ‘a morte a te piglià?
Io vulesse truvà pace
ma na pace senza morte.
Una, mmiez’ ‘a tanta porte
s’arapesse pè campà!

S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera,
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: “nzerràte llà!”

Traduzione dal napoletano

Io vorrei trovare pace
ma una pace senza morte
(vorrei che) una in mezzo a tante porte
si aprisse per vivere!

Si aprisse una mattina
una mattina di primavera
per arrivare fino a sera
senza dire: “Chiudete là!”

Senza ascoltare più la gente
che ti dice: “Io faccio, io dico”,
senza ascoltare l’amico
che pretende di dare consigli

Senza ascoltare la famiglia
che ti dice: “Ma che hai fatto?”
senza scendere più a patti
con la coscienza e la dignità

Senza leggere sul giornale
la notizia impressionante
che è un guaio per tutti
e non sai come evitarlo.

Senza ascoltare il dottore
che ti spiega la malattia
la ricetta in farmacia
l’onorario da pagare.

Senza ascoltare il cuore
che ti parla di Concettina
Rita, Brigida, Nannina…
questa si…quell’altra no.

Perché, insomma, se vuoi pace
e non sentire più nulla
devi sperare soltanto
che venga la morte a prenderti?

Io vorrei trovare pace
ma una pace senza morte
(vorrei che) una in mezzo a tante porte
si aprisse per vivere!

Si aprisse una mattina
una mattina di primavera
per arrivare fino alla sera
senza dire: “Chiudete là!’”.

Eduardo De Filippo

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