Dongo libera/ Prima e dopo la piazza

Ci sono molti significati nella “piazza” che anno dopo anno si ritrova a Dongo per manifestare la continuità della lotta di Liberazione contro ogni fenomeno nostalgico e contro ogni sentimento acquiescente verso le ideologie oppressive che dovrebbero essere archiviate nel passato.

Il primo significato (e valore) è proprio nella “continuità”, nella volontà di non dimenticare, di non dare per scontato il risultato di settantasette anni fa, cui anche il paese di Dongo, quasi all’estremo settentrionale del Lago di Como, ha dato il suo contributo. Sarebbe sbagliato ritenere conclusa l’opera con la sconfitta (inequivocabile) del fascismo storico. Non solo perché le schegge di quell’ideologia e di quei comportamenti continuamente si ripresentano (non solo sul lungo lago di Dongo…), ma anche e soprattutto perché quella fase storica ci ha consegnato, dopo il rovesciamento della dittatura e la cancellazione dell’occupazione nazista, il compito della costruzione di una vera, matura democrazia, in cui i diritti di tutte le persone siano pienamente garantiti: il testo della Costituzione, che di quella fase è il lascito più alto, è ancora da realizzare pienamente. E questi ideali sono stati di nuovo proclamati oggi, nei discorsi che hanno chiuso la manifestazione di Dongo.

Un altro importante significato sta nella “diversità”. L’appello dell’Anpi è stato condiviso da una amplissima costellazione di soggetti politici (partiti, sindacati, associazioni, reti e realtà culturali a tutti i livelli, locale, regionale e nazionale): soggetti che tra di loro non lesinano critiche e discussioni anche veementi, ma che sulla piazza di Dongo si riconoscono in un patrimonio ideale che è all’origine stessa della democrazia italiana moderna.

E ancora: la “vitalità”. La piazza di Dongo ha mostrato oggi di non essersi affatto persa nella ripetitività cui avrebbe potuto essere costretta dal lugubre rituale fascista (che niente ha – in verità – del sincero omaggio ai morti e tutto, invece, mostra di una messa in scena di morte e di violenza), inventandosi una rumorosa sonorità tutta popolare.

Quest’anno, in verità, la distanza era veramente abissale: il gruppo dei fascisti non è stato nemmeno in grado di recitare la sua messa in scena fino in fondo, avendo rinunciato alla “cerimonia del presente” in pubblico a Dongo (recuperata poi nella pantomima in separata sede davanti al cancello di villa Belmonte a Giulino di Mezzegra, per il solo “duce del fascismo”) ed essendosi presentato – per fortuna! – in ordine sparso e solo con qualche bric-a-brac d’epoca (una moto d’epoca bellica era parcheggiata in evidenza vicino alla ringhiera della fucilazione).

Sbaglia chi ritiene di vedere a Dongo, anno dopo anno, due piazze contrapposte, due manifestazioni ugualmente “legittime”, da garantire e da tenere separate per questioni di “ordine pubblico”.

La piazza è una sola, ed è intitolata a Giulio Paracchini, un partigiano della 52a Brigata Garibaldi, quella stessa che è stata capace di fermare la fuga di Mussolini e dei gerarchi.

L’ultimo, ineliminabile significato di questa piazza sta proprio nella sua “storicità” che merita di essere sancita con la definitiva rimozione dello sfregio di un’apologia dello sconfitto fascismo, ma non per ragioni di “ordine pubblico”, bensì per presa di coscienza di “ordine ideale”. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

Alcune immagini della presenza democratica in piazza Paracchini a Dongo:

Alcune immagini degli interventi finali:

Alcune immagini della messa in scena fascista:

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