Le regole del gioco, oltre il gioco

A queste elezioni si andrà a votare un Parlamento quasi dimezzato, con una legge contorta e malvoluta da tutti, in una campagna elettorale dal livello culturale estremamente basso. Ma oltre le elezioni, la domanda da porsi è quale prospettiva potrà avere una forza in grado di proporre un’alternativa valida non solo alla destra, ma a una visione del mondo che ha distrutto parte di popolazione e di pianeta. La sinistra politica e istituzionale riuscirà a dare ascolto alle istanze sociali e avrà la capacità di co-ordinarsi verso un fine comune?

Il focus di questo articolo doveva essere la legge elettorale ed effettivamente in parte parla di questo. Ma non solo. Perché trattare di questa legge e delle elezioni porta necessariamente a un ragionamento sulla rappresentanza politica istituzionale, sulle fallacie e sugli errori di partiti che si richiamano a un antifascismo ridotti a vittime delle stesse regole del proprio gioco. E, va da sé, da una constatazione tanto desolante si arriva alle domande su cosa sarà dopo il 25 settembre.

Una legge contorta

È la prima volta dalla nascita della Repubblica che si andrà a votare per le politiche in autunno (la precedente è stata nel 1919, dopo la Prima guerra mondiale e poco prima dell’inizio della dittatura fascista). L’altra cosa che rende queste elezioni senza precedenti riguarda il numero dei parlamentari, che è stato ridotto a seguito di un referendum: i deputati passeranno da 630 a 400, i senatori da 315 a 200.

La legge che deciderà la composizione del prossimo Parlamento, eleggendo i candidati attraverso il nostro voto, viene chiamata Rosatellum in onore del suo principale relatore, Ettore Rosato, già deputato del Pd e ora coordinatore nazionale di Italia Viva. Il Rosatellum suddivide il territorio in collegi che possono essere uninominali (con un solo candidato per ogni partito o coalizione) e plurinominali (con un listino bloccato di 4 candidati). La legge prevede infatti un sistema misto, ibrido tra proporzionale e maggioritario, in cui circa un terzo dei seggi di Camera e Senato vengono assegnati con il secondo sistema, in scontri diretti nei collegi uninominali di cui sopra, e i restanti due terzi con il primo. Ciò che ne deriva è un meccanismo che disincentiva i partiti a correre da soli e che, invece, in nome della possibilità di ottenere voti in più, favorisce la formazione di coalizioni ad hoc.

Alla Camera ci saranno 148 collegi uninominali (il 37 per cento), in cui ogni partito o coalizione presenterà un solo candidato. In ogni collegio sarà eletto il candidato che prenderà almeno un voto in più degli altri. 244 seggi (il 61 per cento) saranno assegnati secondo il metodo proporzionale di cui sopra, come detto con liste bloccate. Il fatto che le liste siano bloccate significa che l’elettore dovrà indicarne una senza poter scegliere uno specifico candidato. 8 seggi saranno poi assegnati nelle circoscrizioni estere. Dei 200 seggi del Senato, 74 saranno assegnati in collegi uninominali, 122 con metodo proporzionale e 4 nelle circoscrizioni estere. La differenza è che alla Camera per il proporzionale i voti saranno calcolati a livello nazionale, mentre al Senato a livello regionale. Non è possibile il voto disgiunto: non si può votare per l’uninominale un candidato, e per il proporzionale un partito che non lo sostiene. Per eleggere i deputati i partiti dovranno ottenere almeno il 3 per cento dei voti su base nazionale, mentre se si presentano in coalizione quest’ultima dovrà ottenere almeno il 10 per cento. Saranno ammesse alla ripartizione dei seggi al Senato anche le liste che otterranno almeno il 20 per cento dei voti su base regionale, secondo una regola che garantisce rappresentanza ai partiti molto rilevanti in una sola regione. È prevista poi una quota di genere: nessun sesso, infatti, può andare oltre il 60 per cento dei candidati rappresentati. Questo per quanto riguarda la forma.

Il potere dei partiti

Quanto alla sostanza, come scrive Alessandro Calvi su “L’Essenziale”, attraverso la deposizione delle nomine e delle candidature decise dai partiti è come se il Parlamento fosse in qualche modo già stato deciso tra il 21 e il 22 agosto (il termine ultimo per presentare le liste dei candidati erano le ore 20.00 del 22 agosto). Questo per il problema delle liste bloccate per cui i nomi sono già stati scelti e per cui non è possibile, come si è detto, un voto disgiunto. La scelta dell’elettore si limita quindi a quella del partito e a una mera approvazione o meno del candidato dello stesso – scelto praticamente dal segretario di partito. Secondo le simulazioni, al netto di qualche variazione, per molte circoscrizioni è già possibile vedere quali saranno i parlamentari eletti. Inoltre, molti candidati vengono presentati in circoscrizioni sicure e non legate alla propria origine, per avere la certezza di elezione, dando la sensazione di un’ulteriore debolezza della rappresentanza politica. Sempre secondo Calvi, questo sistema comporterà che «nel prossimo parlamento deputati e senatori finiranno per rappresentare più il potere che li ha scelti che il territorio che li ha eletti».

Non si può certo dire che questa legge elettorale, la stessa utilizzata nel 2018, sia semplice da capire e immune da critiche. E nemmeno si può dire che abbia garantito la stabilità e la governabilità. È, in sostanza, una legge criticata da chiunque, a destra e a sinistra, che in questi anni però nessuno si è preso la briga di cambiare.

Astensionismo e disillusione

A queste elezioni arriviamo dopo ben tre governi – guidati tra l’altro da non parlamentari – di cui due di colore politico praticamente opposto (ma con lo stesso premier) e uno con al proprio interno la stragrande maggioranza dei partiti. Il tutto in un’unica legislatura. Anche se questa volta i sondaggi dicono che il centrodestra vincerà, la stabilità e la governabilità non sono per niente certe e a completare la triade di eventi mai accaduti potrebbe esserci il record dell’astensionismo, che si attesta oggi a circa un terzo degli aventi diritto. Segno di un’elezione che non viene percepita come importante, nonostante il momento di crisi pandemica, geopolitica ed energetica.

L’astensionismo è aumentato soprattutto dagli anni di inizio della seconda Repubblica e con la cosiddetta fine della storia, che ha visto l’erodersi dell’appartenenza partitica e identitaria – diciamo anche ideologica – in favore di un voto e una delega agli eletti sempre più liquida e fluida, campagna elettorale dopo campagna elettorale. In questi anni abbiamo vissuto una sorta di fittizia alternanza di guide esecutive tra centrodestra e centrosinistra, segnate da una fragilità immobilizzante e da governi tecnici di salvataggio e di unità nazionale frequenti, che hanno cristallizzato una certa incapacità della politica partitica di trovare compromessi durevoli. Lo scollamento tra cittadinanza e politica e il non voto di protesta è stato quindi capitalizzato dall’ascesa dell’antipolitica, fattasi poi a tutti gli effetti politica partitica anch’essa – a tratti della peggior specie. Riassumendo, gli anni del berlusconismo, una sinistra imbarazzata dalla propria storia e orfana di un’identità forte, i governi tecnici e la vittoria momentanea dell’antipolitica e del populismo ci hanno portati dove siamo oggi.

Alleanze a termine e divisioni suicide

Ma dove siamo oggi? In uno scenario che scoraggia e spaventa, e non solo per la crisi pandemica, ambientale e bellica che ci ha sbattuto in faccia addirittura la fine della fine della storia (come se ce ne fosse stato bisogno). Siamo a un livello culturale ai minimi storici dettato da un’informazione sempre più articolata tra vecchi e nuovi media. Ci troviamo di fronte a scelte di campo nette dove l’identità della nuova destra è troppo più definita e – seppure non nella sostanza – più solida. Le divisioni più avvilenti riguardano quello che dovrebbe essere un fronte antifascista che si opponga a una deriva autoritaria e illiberale del nostro paese, spaccato di fatto su barricate fragili e instabili. La sinistra, come detto sopra, ha perso quella spinta di massa e quella capacità di rappresentanza che l’ha portata a importanti numeri in Italia nel passato. Rinnegando molto spesso le proprie origini, anche per meriti di una certa propaganda efficace dai primi tempi della seconda Repubblica in poi, non ha fatto altro che rinnegare anche la sostanza della propria cultura più alta. Alle critiche anticapitaliste, alle battaglie per il lavoro e per la pace dei popoli si sono sostituite troppo spesso retoriche neoliberiste, legami imprenditoriali, e un cieco atlantismo veicolato in una retorica bellicista da scontro di civiltà. Dall’importanza alla giustizia sociale si è sostituita quella esclusiva per i diritti civili. Poche e comunque minoritarie sono le eccezioni nel panorama alternativo alla destra, impegnate a cercare di portare in alto i valori di una sinistra degna del proprio nome e della propria storia.

Quanto alla legge elettorale, focus di questa disamina, è chiaro quanto abbia portato parte della sinistra e del centrosinistra alla creazione di un’alleanza sentita come necessaria per impedire alle forze di destra di raggiungere numeri tali da cambiare l’assetto istituzionale senza necessità di un parere popolare. Forse, fortunatamente, ci sarebbero comunque in quel caso ancora dei check and balances seppure esigui. Ma qui sta il pericolo che molte e molti sentono, perché, seppure imbellettata, la destra italiana attuale richiama nella sostanza politiche e storie fasciste. E questo è un fatto, fin troppo taciuto, di cui all’estero già hanno accortezza da tempo.

Il gioco continuerà

In ultima analisi, una coalizione capace di contrastare efficacemente le forze reazionarie non si è riuscita a creare e questo anche per demeriti del principale partito di centrosinistra, il Pd, che ora richiama esplicitamente al voto utile da offrire ai già sconfitti. Queste elezioni, complice anche la legge elettorale malvoluta ma mai superata, saranno veramente dure per il fronte antifascista arroccato in una competizione interna logorante.

Ma anche se l’incertezza è data solamente dal capire di quanto la destra supererà gli altri partiti alle elezioni, resta flebile una speranza verso la maggioranza delle persone che certamente non si rivedono in un orizzonte conservatore e xenofobo, come raccontano tra le righe i dati di una ricerca del Centro Italiano Studi Elettorali (Cise). Persone anzi spesso volenterose di dare il proprio apporto per evitare una deriva preoccupante, sia sul fronte della giustizia sociale che su quella dei diritti delle minoranze. E una speranza resta viva anche per quelle tante realtà della società civile che lottano, giorno per giorno, per creare qualcosa che forse ancora non è, seguendo un desiderio senza nome. Dal movimento Fridays for Future al Collettivo di Fabbrica Gkn, passando per altre realtà territoriali che lottano per sopravvivere tra repressioni e sgomberi. Qualcosa di nuove e vitale si fa necessario, che possa unire e coordinare realtà presenti e future, a prescindere dalle elezioni.

«La questione non è più quella di abbandonare lo stato, il governo o la pianificazione, ma di integrarli in un sistema di feedback che attinge all’intelligenza collettiva e allo stesso tempo la costituisce. Un movimento in grado di sostituire il capitalismo globale non necessita di centralizzazione, ma richiede di co-ordinarsi. Che forma potrà assumere tale co-ordinamento? Come riusciranno lotte autonome diverse a operare insieme?». Queste le domande fondamentali che dobbiamo porci secondo il filosofo Mark Fisher, mentre iniziamo a costruire il mondo post-capitalista. Ma per rispondere sarà necessario riconquistare autorevolezza nel rivendicare una vocazione maggioritaria. Preoccupandosi, però, di costruire un’egemonia da troppo tempo perduta. [Daniele Molteni, ecoinformazioni]

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