Le sempar stà insci…i “barbuni” ghin sempar sta…lé una roba nurmal

Un senso di normalità, che chiamo “brutta”, si sta instaurando nella nostra città. Mi riferisco a quella “brutta” normalità che esclude le persone, che nega a loro tanti diritti vitali, che non li aiuta a superare i problemi e a “crescere”.

Le sempar stà insci… i “barbuni” ghin sempar sta… lè una roba nurmal. È sempre stato così, queste persone ci sono sempre state, è una cosa normale… bianch e negar… bianchi o neri…

Da anni conosco donne e uomini che ogni mattina, a Porta Torre e a San Rocco, distribuiscono la colazione a tante persone in difficoltà; da anni conosco donne e uomini che girano per Como, tutte le notti, per la città, con coperte e tè caldo.

È vero da anni, da tanti anni, ci sono persone senza fissa dimora che dormono in molti punti della città, sotto i portici di palazzi o di chiese. Tanti sono stranieri, ma anche tanti gli italiani.

La maggior parte di questi “operatori” che se ne prendono cura con caffè e coperte  sono “operatori di pace quotidiana”, sono donne, che io considero “sante”, ma è necessario riflettere su questa realtà.

La “brutta” normalità è un morbo che sta prendendo tutti, me compreso.

È  l’accettare queste situazioni: persone senza fissa dimora che vagano per la città, questi “paria”, permettete se li chiamo così, un po’ dimenticati, senz’altro poco considerati, un problema da superare nel presente, e poi occuparsene successivamente e positivamente.

Sì, ci sono cose positive come l’impegno quotidiano dei volontari sopracitati, come Porta Aperta e la Mensa della Caritas; lo scorso anno un’accoglienza positiva in tante Parrocchie, da anni un dormitorio invernale, chiamato “emergenza freddo”, come se non si sapesse che, puntuale, il freddo arriva sempre, ogni anno.

Ma non è ora di pensare davvero che un tetto, un letto, magari una carezza come diceva don Tonino Bello sia un diritto, un impegno che tutta la città dovrebbe garantire a tutti con un centro diurno, la scuola, possibilità d’incontro?

È appunto sapere, vedere, conoscere queste situazioni ma poi non agire di conseguenza, la “brutta” normalità, che stiamo accettando e stiamo subendo.

Non voglio accusare nessuno, sono implicato anche io, ma rifletto e invito a farlo. Como è una città che ha avuto nella sua storia figure sociali e cristiane notevoli: Guanella, Scalabrini, Achille Grandi, Perlasca, don Beretta e don Roberto… Qualche settimana fa, a ricordare questo ultimo martire, c’erano i massimi esponenti civili e religiosi. Pensavo che il giorno dopo le persone che Lui ha seguito per anni, diventassero il primo problema da risolvere.  Invece nulla. È vero, ci sono tanti altre situazioni drammatiche, la crisi economica, tanti altri impegni sociali, un’agenda con appuntamenti inderogabili da non trascurare, il lungolago, la scuola, gli impianti sportivi, il prezzo del pane che aumenta. Però…

Però penso davvero che tutti dobbiamo impegnarci, per queste persone dagli sguardi tante volte smarriti, dalle mani che tremano dal freddo, con tanta stanchezza causata da una notte trascorsa fuori in strada. Impegnarci perché l’impegno quotidiano di chi porta loro caffè, e coperte, non diventi una “brutta” normalità che la nostra città accetta, subisce e non si impegna ad eliminare.

Basta pensare a tutti i posti, i luoghi, i vani vuoti che ci sono a Como. Quanto si potrebbe fare.

La Pira, sindaco di Firenze nel dopoguerra, figura che tante volte viene da tanti evocata, diceva che «non bisogna tradire le attese della povera gente» e che tante volte le scelte sono per soddisfare «le attese dei ricchi e degli abbienti».

Facciamo tutti in modo che a Como non succeda così. [Luigi Nessi, Como Comune]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: