C’era una volta la sanità pubblica

Nella serata di giovedì 2 febbraio in uno spazio Gloria piuttosto pieno è stato proiettato C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando [regia di Federico Greco e Mirko Melchiorre, 2022]; dopo il film, Italo Nessi di Medici con l’Africa ha dialogato con Vittorio Agnoletto, medico, autore di Senza respiro e curatore di 37 e 2 su Radio Popolare, che ha partecipato alla realizzazione del docu-film.

C’era una volta in Italia racconta il tracollo della sanità pubblica italiana partendo dall’esperienza dell’ospedale di Cariati, perfettamente funzionante eppure chiuso insieme a duecento strutture italiane, di cui altre diciassette in Calabria, a seguito del piano di rientro del disavanzo sanitario avviato nel 2010. Questo provvedimento aveva come fine teorico quello di “far quadrare i conti” dello stato, ma andava di fatto a rendere fragile il sistema sanitario locale, i cui limiti sono diventati chiari con l’avvento della pandemia da covid-19. Di fronte alle insufficienze di un sistema ospedaliero regionale devastato in nome del profitto, nel 2020 un manipolo di cittadini occupa un locale all’interno dell’ospedale e, per mesi, cerca di attivare l’opinione pubblica affinché l’ospedale di Cariati venga riaperto e, più in generale, il diritto alla salute sia garantito per tutte e tutti.
Dopo un iniziale periodo di attenzione mediatica, le sorti dell’ospedale sembrano essere avverse; non basta nemmeno l’impegno di Gino Strada e di Emergency, che si sono impegnati fortemente in quell’area assumendosi peraltro la responsabilità della riattivazione del polo ospedaliero, a smuovere le istituzioni.
Alla data d’uscita del film, distribuito nel 2022, la morte di Gino Strada ha privato la cittadina di un forte promotore politico e, nonostante l’intervento di un inaspettato deus ex-machina, la sorte di Cariati è ancora in bilico.

Un fotogramma di C’era una volta in Italia

Quello di Cariati, come detto, è solo uno dei duecento ospedali chiusi nel 2010, ma la vicenda calabrese è sintomatica di un processo non solo nazionale ma anche globale di privatizzazione e finanziarizzazione della sanità. Un fenomeno, questo, che non solo ha avuto e sta avendo conseguenze drammatiche sull’accesso alle cure e sul diritto alla salute ma rischia di portare, stando alle parole di Agnoletto, alla fine della sanità pubblica e ad un’epoca in cui a fronte di pandemie sempre più ravvicinate l’umanità avrà sempre meno possibilità di reazione e resistenza.
Oltre all’autore di 37 e 2, nel film compaiono diversi volti noti dell’economia, dell’università e della medicina (Ken Loach, lo stesso Gino Strada, Jean Ziegler, Ivan Cavicchi, Randall Wray e Nicoletta Dentico tra gli altri): una polifonia di esperti che commenta la drammatica storia di un diritto alla salute che, sebbene sancito da varie Costituzioni e dalle massime istituzioni internazionali, è stato progressivamente negato in favore degli interessi di poche superpotenze economiche.

Aveva ragione Salvador Allende, ex presidente cileno assassinato, quando affermava di fronte ai vertici delle Nazioni unite che prima o poi il sistema capitalista avrebbe preso il potere anche sui loro stati, esautorando la politica e dettandone l’agenda. La vicenda della sanità testimonia di ciò in modo tragicamente esemplare.
Un diritto, quello alla salute, che prima di essere esercitato e concretizzato (nel 1978 nasce il sistema sanitario nazionale Italia) è stato immaginato durante la Resistenza, quando si trattava di costruire un paese che fosse di e per tutti. Non è un caso allora che l’articolo 32 della Costituzione affermi che quello alla salute è un diritto fondamentale (l’unico diritto definito tale nel documento fondante dell’Italia) e che sia un diritto dell’individuo, non del cittadino. Con gli occhi al nascente welfare inglese, gli italiani sognavano che indipendentemente da età, provenienza, confessione e ceto economico chiunque potesse essere tutelato nella sua integrità psicofisica.
Nel ’78 nasce l’SSN, e quasi contemporaneamente l’Organizzazione mondiale per la sanità sottolinea che salute non è assenza di malattia, ma benessere complessivo della persona e, con la Conferenza di Alma Ata, tratteggiava una speranza di benessere globale entro il nuovo millennio. La salute doveva insomma essere l’alfiere dei diritti umani attraverso i confini (particolarmente serrati nella triade Occidente-Oriente-Terzo mondo di quegli anni), garantita in qualunque condizione, ovunque.
La Storia, però, racconta che le cose andarono diversamente e lo stesso Loach nel documentario sorride amaro nell’affermare che il progetto «tutti sani entro il 2000» fosse destinato a restare nel cassetto.

Negli anni ’80 infatti il sistema welfarista viene minato dalle politiche neoliberiste, cosa che porta ad un cambio d’agenda: le persone non sono più il centro del progetto politico, bensì sono subordinate all’economia. Quando non bastano le infiltrazioni politiche della banca mondiale, il sistema neoliberale non esita ad imporre la propria legge con la violenza, come dimostrano le dittature che caratterizzano, in giro per il mondo, la situazione politica di quegli anni.
C’era una volta in Italia segue il rimpallo di misure, leggi, decreti e manovre che dai vertici internazionali ricadono sulle realtà nazionali: ecco allora che in conformità all’idea che la sanità sia un proficuo campo d’investimento nel 1992 vengono introdotti i ticket, con cui il cittadino paga due volte (con le tasse e “alla prestazione”) le cure che lo stato dovrebbe garantirgli; successivamente, e nel caso della pandemia questa locuzione è stata abusata in modo abbastanza deprecabile, si introduce la sussidiarietà orizzontale per cui la stessa sanità privata che ha smembrato quella pubblica interviene in assistenza del sistema sanitario statale. È in questo contesto che si sviluppa la vexata quaestio delle liste d’attesa. Infatti, il cittadino ha di fronte una libertà di scelta per cui tutto ha meno che la libertà: o si ammala e rischia di dover aspettare mesi per poter essere curato dal settore pubblico, oppure paga cifre esorbitanti per ricevere in tempi ragionevoli il trattamento necessario, ma in strutture private.
Forse un po’ controintuitivamente, è il centro-sinistra ad aver dato i colpi decisivi al pubblico dal 1999 in avanti (nel 2001 la riforma del titolo V sul riconoscimento delle autonomie locali). Nel corso degli anni 2000 sempre più si è depotenziato il sistema nazionale a favore degli enti locali, creando un sistema regionalizzato e finanziarizzato che, a seguito di tutto il percorso di demolizione ed aziendalizzazione della sanità dei decenni precedenti, ha visto imporsi alcune regioni-aziende modello, in primis la Lombardia, a cui si sono affiancate regioni talmente carenti sul piano della garanzia alla cura da costringere a vere e proprie migrazioni intranazionali verso le aree più evolute sul piano sanitario.
Con la pandemia del 2020, i reiterati tagli dei finanziamenti, la riduzione dei posti letto e la privatizzazione hanno mostrato tutta la propria problematicità: l’Italia, a partire proprio dalla tanto esemplare Lombardia, è stata totalmente inadeguata per quanto riguarda la gestione del virus.

Come ha sottolineato Agnoletto, la sanità territoriale è il punto di partenza della lotta per la salute di tutti e tutte. Se, come la recente storia pandemica mostra, tra una crisi sanitaria e l’altra passerà sempre meno tempo, un sistema inadeguato non potrà far fronte ad un problema che nel 2020 è stato narrato come eccezione ma rischia di diventare prassi.
Proprio in virtù della minacciosità del futuro è inevitabile pensare che, come l’esperienza di Cariati mostra, sempre più persone possano sentirsi minacciate e maturare un desiderio di cambiamento e, necessariamente, sovversione di un sistema che premette l’economia all’etica. Certo, come sottolineava anche Loach nel docu-film, non basta la rabbia; serve anche organizzazione e, soprattutto, maggior percezione del disastro sanitario che a livello globale l’umanità sta vivendo. Tra le tante crepe sistemiche che ha esposto, infatti, la pandemia ha anche fatto vedere quanto ormai le politiche nazionali siano appannaggio dei consigli di amministrazione di poche case farmaceutiche, rafforzatesi tra l’altro proprio grazie ai profitti maturati dalla vendita dei vaccini anti-covid. Il paradigma neoliberista di sanità è insostenibile e la sua disfunzionalità sarà chiara, secondo Agnoletto, nel giro di poco, quando il diritto alla salute potrebbe essere del tutto scomparso.

Per invertire la tendenza, intuita a livello globale ma non ancora sufficientemente contrastata, serve agire localmente. È ciò che tentano di fare Agnoletto ed i suoi colleghi attraverso strumenti apparentemente “piccoli” ma efficaci come 37 e 2, Curiamo la Lombardia e l’idea di strutturare un assessorato-ombra alla sanità Lombarda che monitori, informi e contrasti le manovre disposte in Regione a scapito della salute delle persone.
D’altra parte, è fondamentale che il cittadino sia informato sui propri diritti e sul (mal)funzionamento di un sistema sanitario caotico e volto sempre più al profitto. Le persone vedono le difficoltà quotidiane che sono costrette a vivere per curarsi; ma ciò che è importante è far comprendere loro che il paradigma privatistico basato sulla cura è in contraddizione con un modello di salute intesa come benessere: non si può infatti parlare di salute in un sistema che fa profitti sulle malattie. Un problema individuato in questo senso è la presa di coscienza da parte dei giovani che, per loro natura fisiologica, sono per il momento meno esposti alle malattie e, per questioni storiche, non hanno vissuto nell’epoca della dichiarazione di Alma Ata e della salute come diritto universale. Se per l’ospite un percorso trasversale per affrontare la tematica è quello ambientale, con i rischi che comporta per la vita e la salute delle persone, d’altra parte si può aggiungere che anche a fronte delle misure restrittive di contenimento della pandemia potrebbe essere quello della salute mentale uno spunto su cui far leva per dare ai giovani maggiore consapevolezza dei diritti che vengono loro sistematicamente negati.
Con la sanità pubblica distrutta, agire collettivamente dal basso sembra necessario ma, come ormai si sente affermare rispetto a sempre più tematiche, il tempo stringe. Serve agire tempestivamente per sovvertire radicalmente un sistema che prolifera sulla malattia e nega di fatto un diritto che dovrebbe essere garantito universalmente. A fronte del tetro futuro pandemico che si prospetta per l’umanità, il grande interrogativo è se arriverà in tempo ad un sufficiente grado di consapevolezza ed organizzazione collettiva per riportare la salute al centro dello scontro politico e sociale. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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