Intrecciat3/ Non è mai un raptus!

Ci sono momenti in cui il silenzio è eloquente, pesante come un macigno. Ci sono altri momenti in cui servono voci, parole, rumore assordante: in piazza San Fedele, venerdì 24 novembre, questi sono stati più forti del brusio quotidiano.
Il presidio in piazza organizzato dalla rete Intrecciat3 ha coinvolto molte persone: forse l’eco degli ultimi femminicidi è stato così forte da aver destato qualche coscienza in più, scuotendo da un torpore indolente con colpi di tamburo, parole affilate. Quelle della rete stessa, quelle dei titoli di giornali cambiati per restituire una visione non colpevolizzante di chi è vittima di violenza, quelle delle Donne in nero, capaci di sottolineare la necessità di espungere la brutalità della guerra dalla storia, quelle di Elena Cecchettin, lette durante il presidio, e quel lungo, doloroso elenco di nomi di donne vittime di femminicidio nel 2023.
E soprattutto, quel «minuto di rumore» per Giulia Cecchettin e tutte le altre donne uccise, protrattosi molto più oltre dei canonici sessanta secondi, trasformato in un urlo, sofferto e liberatorio insieme: «No, non è mai un raptus!».

Foto di Fabio Cani, ecoinformazioni

Al silenzio distante delle istituzioni, questa volta si preferisce il suono.
È un suono costruito in lunghi giorni – anni – di lavoro costante, maturato con fatica nelle pratiche quotidiane, cresciuto in volume ad ogni notizia di violenze. A volte armonico, come può esserlo il lavoro di una rete, capace di incorporare nelle proprie maglie molteplici diversità trovando il proprio senso nella co-esistenza costruttiva, in cui cultura, cura e lotta sociale si intersecano rigogliosamente.
A volte tenace, come un abbraccio di sorellanza e condivisione.
A volte stridente, ma necessario: come quello nato dalla cacofonia indignata, stanca, arrabbiata e addolorata che ha accompagnato la lettura dell’elenco dei femminicidi del 2023.
Sperando, in ogni caso, che esso sia forte abbastanza da attraversare molti padiglioni auricolari: la violenza di genere non è “uno dei problemi” della società, ma un aspetto di essa, intimamente intrecciato con lavoro, diritti, ambiente, migrazioni, istruzione, cultura, pace, sanità e reciprocamente influenzato da ciascun altro settore, che va cambiato insieme a tutto il resto.
Con molta fatica, e non poche sofferenze.
Ma, ogni 25 novembre che passa, sempre più necessario. [Sara Sostini, ecoinformazioni; foto di Fabio Cani e Beatris Travieso Perèz, ecoinformazioni e di Alle Bonicalzi per ecoinformazioni]

Foto di Fabio Cani, ecoinformazioni

Guarda i video di Beatriz Travieso Pérez, ecoinformazioni dell’iniziativa in piazza San Fedele (per guardarli tutti basta selezionarli nella parte destra dello schermo):

«Da due anni, il cammino di Intrecciat3 verso il 25 novembre è un momento ricco di sentimenti contrastanti. In questa rete, che raccoglie insieme sindacati, associazioni, gruppi informali e soprattutto persone, si sono sviluppati significativi ed intensi percorsi di crescita e lotta culturale sul territorio di Como, cercando di dare una risposta comune, ognun3 con le proprie parole, alle insensate pretese di una società patriarcale, violenta e annichilente per chiunque, ogni giorno.

Lo dimostrano i dati dei centri antiviolenza, le denunce per molestie, gli attacchi istituzionali alle famiglie omogenitoriali, la costante crociata per rendere la legge 194 inapplicabile, le riforme miopi e regressive, l’iva al 10% sugli assorbenti, le discriminazioni, il divario di genere degli stipendi, le aggressioni omotransfobiche, i femminicidi.
L’ultimo, qualche giorno/ora fa. Il prossimo tra qualche giorno/ora.

Siamo stanch3 di scandire le nostre giornate con uno stillicidio di nomi di donne, uccise da un sistema incapace di accettare che “NO è NO”, feroce nello stigmatizzare il fallimento, letale nel convogliare i propri lati peggiori in un flusso ininterrotto di violenza, ripetuto e amplificato da una comunicazione distorta e sempre più sbagliata, che genera figli sani (e quindi responsabili), non “mostri”.

Ed è proprio dalle parole – e dal loro potere – che siamo partite quest’anno: quelle stampate a caratteri cubitali sui giornali, in cui viene scaricato sulle spalle della vittima il peso e la responsabilità delle azioni di chi usa violenza; quelle beffarde (due volte) che arrivano da autorità politiche e alte cariche dello stato; quelle liquide dei social, capaci di infangare e infettare senza remore.

Abbiamo analizzato insieme alcuni titoli e li abbiamo modificati, corretti e mostrati alle persone affinché potessero  emergere le contraddizioni. Siamo andate nei quartieri di Como,  nei mercati, davanti alle scuole perché crediamo che questa marea inquinante possa e debba essere fermata ad ogni costo, usando le nostre voci, le nostre idee, le nostre coscienze transfemministe e i nostri corpi per sradicare le radici di un sistema patriarcale infestante, perché non accettiamo questo tipo di narrazione e lottiamo per cambiarla quotidianamente.

Abbiamo parlato, dibattuto, incontrato moltissime persone, in questo percorso, ma ci ritroviamo oggi in questa piazza – dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin e Rita Talamelli – con sentimenti contrastanti: rabbia bruciante, inquietudine, denso sconforto, tristezza e necessità di ribellarci.

Teniamocele strette, stavolta: ci danno il peso di quanta strada ancora serve fare per trasformare la cultura patriarcale.  Il cambiamento sarà doloroso e difficile, ma sappiamo anche che è urgente, necessario. A volte serve «bruciare tutto» fin nelle fondamenta per poi poter ricostruire meglio per tutt3. Il 25 novembre non è la fine, né l’inizio. È un passo, insieme a tanti altri, che facciamo unite e – annodate nei capelli, abbracciate negli ideali – verso un orizzonte comune». [Rete Intrecciat3]

Foto di Fabio Cani, ecoinformazioni
Donne in nero, foto di Beatriz Travieso Pérez, ecoinformazioni

«La guerra non ci dà pace. Devasta vite, ambiente, democrazia, diritti. Per noi femministe è l’espressione estrema del patriarcato, agito da uomini violenti che vogliono affermare il proprio potere, controllare e appropriarsi dell’ambiente, dominare la natura, i popoli e soprattutto le donne.
Noi Donne in nero, oggi e tutti i giorni dell’anno, pretendiamo che il corpo delle donne sia il primo territorio di pace e di libertà, non sia mai più usato come “campo di battaglia” o “bottino di guerra”. Pretendiamo che stupro e violenza sessuale non siano mai più armi per l’affermazione del potere maschile sui nostri corpi e sulle nostre menti.
Nel 2008 l’Onu con la risoluzione 1820 ha sancito che lo stupro non è solo un’arma di guerra, ma è anche un crimine contro l’umanità. Sette anni dopo, il 19 giugno 2015, con la risoluzione 69/293, l’Onu ha istituito la Giornata internazionale contro le violenze sessuali nei conflitti armati. Ma lo stupro di guerra viene ancora perpetuato.

Bambine, donne di ogni età sono state barbaramente uccise il 7 ottobre da Hamas e altre sono state rapite per essere merce di scambio. A Gaza sotto le bombe dell’esercito israeliano che ha già ucciso oltre 12 mila persone, sono 50.000 le donne incinte.
Partoriscono nei rifugi, in strada in mezzo alle macerie, o in strutture sanitarie devastate, prive di materiale sanitario e farmaci perché gli ospedali in dispregio di ogni umanità e diritto internazionale sono bombardati, assediati, occupati, chiusi o irraggiungibili; 45 centri di assistenza primaria sono stati bombardati e sono inattivi. Il 15% delle donne incinte rischia complicazioni legate al parto e di avere bisogno di cure mediche che non saranno assicurate, mentre muoiono i bambini prematuri in terapia intensiva senza energia per le incubatrici.
Dopo l’invasione russa e la reazione Ucraina, armata dalla NATO, la guerra devasta il paese. Dall’inizio del conflitto nel febbraio 2022, i civili, e tra questi donne e bambini, continuano a pagare un prezzo altissimo, con oltre 10.000 morti e decine di migliaia di feriti. «La guerra ha sconvolto la vita di milioni di ucraini, compresi i bambini, che dovranno convivere con l’orribile eredità di perdite umane, distruzione fisica e danni ambientali, in particolare la contaminazione da parte dei residuati bellici esplosivi, per molti anni a venire», ha dichiarato Danielle Bell, responsabile della Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite che si è conclusa a ottobre.
Davanti a tanti morti, in prevalenza donne e bambini, davanti a tanto dolore lottiamo perché si fermi il massacro, si depongano le armi, si abbia cura delle persone. Prevalga l’umanità.

Non è facile mettere in pratica le parole di Virginia Woolf: «La guerra è entrata nel quotidiano, eppure bisogna continuare a pensare, a pensare alla pace, e da donne».
È motivo di speranza in questi tempi bui illuminare le lotte delle donne, in Italia e nel mondo, per affermare che «Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere» (Christa Wolf), più che mai ora che la guerra si sta affermando come unica forma di politica e mette a rischio la vita anche nei “dopoguerra” con la devastazione ambientale e con il pericolo dell’uso di armi nucleari, continuamente evocato.
E allora, subito, accanto alla accorata denuncia delle decine di migliaia di morti e di feriti di ambo le parti (Ucraina-Russia, Gaza-Israele, per citare due delle guerre in corso che coinvolgono il governo italiano con la vendita di armamenti all’Ucraina e a Israele …), all’adesione alle campagne di sostegno agli obiettori di coscienza, alla solidarietà con i milioni di persone, prevalentemente donne, bambini e anziani costretti ad abbandonare il loro paese, alla richiesta di immediato “Cessate il fuoco!”, vogliamo porre attenzione anche a quello che la guerra provoca sull’ambiente. Che senso avrà parlare di ricostruzione
quando l’habitat è già ora distrutto in profondità?
Oggi in questa piazza sono simbolicamente con noi le attiviste di Women Wage Peace (organizzazione fondata all’indomani dei 50 giorni di guerra di Gaza/ Operazione Protective Edge del 2014, cresciuta fino a diventare il più grande movimento per la pace in Israele) e le attiviste di Women of the Sun, il movimento per la pace delle donne palestinesi fondato nel 2021. Wwp e Wos, pochi giorni prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre avevano insieme marciato per la pace.
Sono con noi anche Kateryna Lanko (Ukrainian Pacifist Movement), Darya Berg (Go by the forest – Russia), Olga Karach (Our House – Bielorussia) che tenacemente continuano a portare avanti un progetto comune di pace e a chiedere, insieme, all’Unione Europea che siano aperte le frontiere per garantire protezione e asilo a obiettori e disertori.
E sono con noi le donne che il 4 novembre hanno raggiunto da Brescia la base militare di Ghedi, marciando per ore in fila per due, in silenzio, vestite di nero, con una sciarpa bianca e le Donne per la pace, nate nella primavera del 2022 dopo l’inizio della guerra in Ucraina e ora attive sull’orrore a Gaza, e le Donne in nero che manifestano in silenzio, in Italia e nel mondo il ripudio della guerra». [Manifesto delle Donne in nero contro la guerra, letto durante il presidio]

Le foto del “minuto di rumore” di Alle Bonicalzi per ecoinformazioni:

Guarda tutte le foto di Beatriz Travieso Pérez, ecoinformazioni.

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