L’economia delle disuguaglianze
Nella serata di venerdì 12 gennaio si è tenuta al Museo della barca lariana di Pianello del Lario la serata Fiscalità e disuguaglianze, organizzata all’interno della serie Dal 28 al 28 dall’Anpi di Dongo, Cgil-Spi Dongo, Arci Como, Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti, Istituto di storia contemporanea “Pier Amato Perretta” e Centro studi Schiavi di Hitler. A discutere con il moderatore Danilo Lilia sono intervenuti Annamaria Variato, docente di economia politica all’università di Bergamo, Giulio Marcon di Sbilanciamoci! e Andrea Di Stefano, figura di spicco dell’informazione economica radiofonica e giornalistica. Già online tutti i video dell’iniziativa.
L’incontro, molto partecipato ma anche molto lungo, si è incentrato sul dialogo tra i tre relatori, che si sono integrati a vicenda nei loro interventi su un tema tanto importante quanto complesso e di difficile risoluzione. In un mondo connotato dal disequilibrio economico e in un paese, l’Italia, in cui il 5% della popolazione detiene il 50% della ricchezza, mentre al 50% più povero ne spetta solo l’8%, parlare di disuguaglianze è fondamentale, tanto per rendersi conto della portata del problema quanto per valutare la fattibilità e le conseguenze sociali delle relative (difficili) soluzioni.
Ciò che è emerso fin da subito nel corso dell’iniziativa è che risulta difficile anche solo parlare concretamente delle disparità economiche dato che, in prima battuta, mancano i numeri per farlo: non solo infatti le statistiche trattano prevalentemente la povertà, ma l’evasione fiscale e la dislocazione di capitali all’estero rendono pressoché impossibile conoscere la quantità effettiva di ricchezza circolante. Questo scoglio discorsivo, tutt’altro che una circostanza casuale, è il primo ostacolo opposto dai super-ricchi alla messa in discussione della loro posizione.

[Andrea Di Stefano]
I punti principali su cui agire, questo è chiaro, sono la fiscalità ed il lavoro.
È stato suggestivo lo spunto proposto da Variato, secondo cui credere che la tassazione sia la soluzione equivale a ragionare in termini teologici professandosi atei: la strada per l’equità sociale, secondo la proposta dei relatori e della relatrice, non è il “controllo” del mercato; questo significherebbe ritenerlo aleatorio, neutro, quando invece il capitalismo ha una struttura tutt’altro che casuale, che vede sempre più ampia la forbice tra la fascia ricca e quella povera della popolazione. La conseguenza, nelle parole della docente, è la scomparsa della classe media, lavoratrice in un mondo del lavoro precarizzato ed impoverito e dunque sempre meno in grado di sostentarsi e sopravvivere.
In questo quadro, la soluzione fiscale non può riguardare solo la tassazione, ma deve interessare la società nel suo complesso in un’ottica welfarista che rimetta al centro le persone ed i loro legami di prossimità. Le tasse non possono non essere parte di questo scenario politico, ma è la coesione sociale e ciò che si decide di fare, collettivamente, con le risorse disponibili ad essere realmente centrale.
Tassazione e welfare dunque, sono perni centrali di un’ipotetico decalogo delle azioni da compiere per il contrasto alle disuguaglianze; Giulio Marcon ne ha proposte delle altre: aumento salariale per ripristinare il potere d’acquisto di lavoratrici e lavoratori; stabilizzazione del lavoro, rivalorizzazione dei contratti e miglioramento delle condizioni sul luogo di lavoro; investimento sull’istruzione, in quanto elemento fondamentale del benessere di qualunque società.
Di Stefano ha aggiunto un ulteriore tassello ad un mosaico già piuttosto complesso da dirimere, cioè la dimensione sempre più digitale e finanziaria del capitalismo contemporaneo. Il mercato di oggi, contrariamente ad uno dei principi tecnici storici del capitalismo, è sempre più caratterizzato da monopoli. Sono diverse le aziende che cannibalizzano interi settori produttivi riducendoli a condizioni concorrenziali pessime: fruizione multimediale, social network, trasporti, distribuzione merci sono ormai in mano a pochissime entità dal fatturato miliardario; un capitale che, essendo perlopiù mosso finanziariamente e digitalmente, bypassa il fisco tradizionale, creando elusione fiscale (non evasione) per cifre stratosferiche. Basti pensare che con le tasse di Google, Amazon e Meta in Italia si finanzierebbe una manovra fiscale.
L’unico dispositivo capace di limitare queste enormi perdite sarebbe la tassazione alla transazione, un metodo semplice da applicare data la tracciabilità della stragrande maggioranza dei flussi monetari e determinante nel contenere un fenomeno che impoverisce pesantemente gli stati in cui queste imprese operano.

In generale, si osservano dunque l’impoverimento della maggioranza della popolazione, l’assottigliamento di quella stessa classe media che era la grande conquista del ‘900 e diseguaglianze sempre più ampie. Rispondendo ad un’interessante domanda dal pubblico, la e gli ospiti hanno convenuto che in un’ipotetica gerarchia delle iniquità è difficile non mettere al primo posto quella economica. Attraverso le disparità economiche, infatti, risulta semplice il veicolo di altri tipi di disuguaglianze, da quella di genere (con l’annosa questione della disparità salariale) a quella generazionale, passando anche per quella informazionale, dato che anche la stampa è ormai in mano a pochi impresari ricchissimi e, di fatto, le esperienze di libera informazione sono ridotte al lumicino.
Parlare di diseguaglianze diventa allora uno strumento fondamentale e primario anche per contrastarle, impedendo di cadere nella retorica politica (di destra) che promette salvezza ma promuove misure a tutela di chi possiede di più e promuovendo consapevolezza riguardo la quantità di ambiti in cui intervenire per promuovere una società più equa. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

