Venerdì 14 giugno la festa del quartiere più solidale di Como si è aperta con un’appassionante riflessione sulla condizione delle periferie e di chi vi abita.

Protagonista dell’incontro è stato Gianni Biondillo, architetto e scrittore di romanzi gialli, che, a seguito dell’introduzione di Sofia Petruzzi a nome degli organizzatori, ha dialogato per un’ora abbondante con Stefania Caccia, anch’essa architetta. La decisione di mettere alla testa di un ricco e vario programma di iniziative ludiche, in una cornice per definizione distesa, se non disimpegnata, proprio una conferenza, sia pure condotta in modo leggero (ma non superficiale!), su un tema tanto importante è stata premiata dalla presenza attenta di un centinaio di ascoltatori. Tenuto conto dell’ostilità di Giove Pluvio e, soprattutto, della concorrenza del fritto misto, non era un risultato scontato.

Scopo dichiarato delle realtà promotrici era quello di sviluppare un ragionamento che superasse la dualità centro-periferia, filtro che, come ha ricordato Caccia, tanto distorce la percezione che comunemente si ha di zone come Rebbio e Camerlata. Almeno dall’epoca dell’esplosione industriale e delle migrazioni interne, che hanno trasformato tali comunità a vocazione ancora agricola in quartieri urbani popolari e operai, i nuclei abitativi di cintura sono stati al contempo contrapposti e subordinati ai destini della convalle e della città murata, progressivamente e sempre di più habitat privilegiato di ben altri ceti sociali. Fino ad arrivare alla situazione attuale, in cui Como centro é divenuta un parco giochi per ricchi, turisti, turisti ricchi, e della qualità della vita di chi abita ai margini (spaziali, materiali, culturali ed esistenziali che siano) non ci si cura più di tanto. A Gianni Biondillo il compito di inserire tale dinamica in un più ampio processo, comune a molte aree italiane e particolarmente evidente nella fascia a nord di Milano, di cui egli ha fatto esperienza diretta in quanto storico residente di Quarto Oggiaro, lo sfondo dei suoi romanzi. Non potendo riferire tutta l’ampia riflessione, vale la pena evidenziarne almeno tre assi portanti.

In primo luogo la sfida proposta da Biondillo è di tipo conoscitivo e analitico. Egli nega che la categoria di “periferia” possa avere una qualche valenza interpretativa qui e ora, posto che da Novara a Brescia, da Milano a Como si sviluppa un unico e pressoché continuo sistema urbano, di cui Lugano potrebbe essere facilmente indicata come il quartiere di lusso. Le nostre convinzioni profonde e la vulgata collettiva insistono nel riproporre uno schema antico della città murata contrapposta al contado prima e alla natura scarsamente antropizzata poi, mentre, ad esempio, le ville Palladiane in Veneto sono ormai circondate da capannoni e i parchi e le aree verdi sono, con un’inversione di polarità, minacciati dalla cementificazione che avanza. Riserve naturali, appunto. In altre parole, il sistema urbano non si risolve solo nell’orbita di vari satelliti in funzione di un centro, ma è fatto di una mai così vasta rete di molteplici interazioni e relazioni. A ben guardare, radicalizzando la prospettiva, è possibile dimostrare che il concetto di periferia non sia mai stato completamente esaustivo. I luoghi che convenzionalmente definiamo solo come “appendice di” hanno una storia propria, che si può tentare di negare, ma che non si può cancellare. Se si ripropone nel tempo un concetto di periferia non più così valido e corrispondente alla realtà è probabilmente per perpetuare quella sorta di razzismo, che lo accompagna, nei confronti di chi le cosiddette periferie le abita.

Da qui sorge una seconda sfida, di tipo culturale, a riappropriarsi degli spazi marginalizzati, segnatamente degli spazi pubblici. Biondillo, che deliberatamente non ha la patente, indica proprio nel camminare un primo efficace strumento per riappropiarci dei posti in cui viviamo e che non avremmo modo di esperire a pieno seguendo i percorsi preordinati delle strade carrabili e i ritmi frenetici imposti dal motore a scoppio. Scegliere di camminare come esperienza conoscitiva è il primo passo, letteralmente, per accorgersi della peculiarità dei luoghi, anche di quelli sommariamente definiti non-luoghi, e per sviluppare un senso di appartenenza contrapposto tanto all’omologazione e alla funzionalizzazione quanto ad un concetto di identità chiusa e statica. Un senso di appartenenza aperto al mondo nelle sue più varie, curiose, esotiche declinazioni. Quando Biondillo, riferendosi alla sua adolescenza a Quarto Oggiaro, ha affermato di avere vissuto «in un luogo comune» si può dunque ravvisare un doppio significato: la constatazione di avere dovuto affrontare un pregiudizio non corrispondente al vero e, allo stesso tempo, la rivendicazione della normalità e della dignità del contesto che ha fatto da cornice alla propria vita.

Infine, si può ravvisare nella conferenza una proposta politica. Biondillo, come si è già accennato, ha messo in relazione, facendo anche riferimento alla storia meno recente, lo stigma che accomuna e lega indissolubilmente le periferie e chi le abita. Oggi i supermercati prendono il posto delle fabbriche, figlie di una società industriale che non c’è più [o così si è detto: sarà vero? Riflessioni per un altro incontro…], ma nei palazzoni che allora ospitavano gli operai permangono altri cittadini parimenti emarginati: stranieri, giovani precari, poveri. Persone che la politica più deteriore non solo non ha interesse a emancipare, ma che persino ambisce a passivizzare. Persone che non votano e che è meglio che continuino a non votare. L’invito di Biondillo, ancora una volta è quello di fare tutto al contrario. Di fare come le statue del Duomo di Milano, che non guardano certo la Madonnina, ma guardano fuori, guardano oltre il centro. L’invito è a uscire dallo spazio privato del supermercato, dallo spazio privato dell’automobile e di riprendere a vivere lo spazio pubblico. In primis le piazze, una delle più riuscite e rivoluzionarie concretizzazioni del concetto di bene comune. La piazza è di tutti e di nessuno in particolare. La piazza è per gli scopi più svariati e per nessuno scopo in particolare. La piazza è al contempo identità collettiva e assenza di rigidità e discriminazioni. Non è un caso che Don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio, abbia voluto prendere la parola al termine dell’incontro proprio per chiedere che il quartiere di Rebbio si adoperi per progettare collettivamente e poi esigere dall’amministrazione comunale che almeno una parte del Piazzale Louis Braille (parcheggio al servizio del cimitero e di via Ennodio), dove si svolge Rebbio in festa, sia trasformato in una piazza, di cui attualmente il quartiere è privo.

Stando alle parole di alcuni partecipanti, è perfettamente in sintonia con le finalità che muovono questo stimolo la scelta di spostare Rebbio in festa nel parcheggio dalla vicina via Lissi e dall’oratorio. Un simbolico primo distacco dalla parrocchia di San Martino (che pure, come è ovvio ed evidente, è sempre presente) volto a ad allargare ancor di più, se possibile, la proiezione della rete associativa coinvolta sull’intero quartiere, secondo uno spirito laico, ma al contempo ecumenico. Chissà che in futuro questo processo di riappropriazione degli spazi non raggiunga persino il Parco Negretti, e scalfisca la sua fama (molto criticata durante la conferenza) di luogo di degrado e criminalità. Quale che siano gli sviluppi, è certa l’intenzione di mostrare almeno una volta l’anno quella che è, pur nelle difficoltà quotidiane, Rebbio e la sua dignità. [Abramo Francescato, ecoinformazioni]

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