Emergenza carceri: la storia di Giacomo

Ringraziamo Martina Balossi, volontaria di Bir al carcere minorile Beccaria, per averci consegnato il discorso integrale che ha pronunciato il 9 luglio 2024 in occasione della Maratona oratoria promossa dalla Camera penale di Como.

Buongiorno a tutti,

inizio ringraziando Fausta per avermi invitato a questo evento.

Sono Martina Balossi, educatrice ed insegnante di sostegno del comasco. Da anni, tramite l’associazione Bir di Milano (di cui poi se vorrete approfonderemo la mission dopo questo breve intervento), sono volontaria carceraria. Una o due volte a settimana svolgo attività con i ragazzi dell’IPM di Milano, il famoso Beccaria. Sono 4 sere e un pomeriggio a settimana in cui due o tre volontari trascorrono del tempo con i ragazzi. Di solito si gioca a carte, a giochi in scatola, si chiacchera molto e si condivide il momento della cena.

Vorrei parlarvi della storia di Giacomo (nome convenzionale).

Giacomo arriva al Beccaria una sera di aprile, ha lo sguardo cupo, come chiunque si interfacci con quella realtà, gli occhi spenti, le gambe stanche, la mente vuota ed il cuore confuso, come ogni adolescente. Un adolescente chiuso non ci sa stare, un adolescente chiuso non riesce a gestire la testa né tantomeno il cuore. Li, nella sezione numero 3 dove Giacomo viene inserito, puramente a caso, di adolescenti ce ne sono 12, tutti con il loro cuore palpitante di emozioni e la loro testa piena di cose che forse non avrebbero dovuto vivere e per cui forse non è del tutto colpa loro.

Scusate se mi sono dilungata, torniamo a Giacomo.

Giacomo è chiaramente psichiatrico, non so se per l’uso massiccio di sostanze nonostante la tenera età, circa 15 anni, o se per la dipendenza da psicofarmaci che spesso contraddistingue le persone convolte in situazioni simili. Giacomo è psichiatrico e forse il Beccaria non è proprio il posto adatto a lui, ma d’altronde tutte le comunità probabilmente erano piene ed inoltre il mitico Dl Caivano non guarda più in faccia nessuno, tutti chiusi, eliminiamo il problema.

Come molti altri ragazzi, anche Giacomo instaura una piacevole relazione con noi volontari e, ogni settimana, aspetta pazientemente il nostro arrivo, mentre aspetta anche che qualcuno gli dica quando sarà il processo, quando arriveranno le sigarette, quando potrà chiamare la mamma e quando potrà vedere la sua fidanzata. Quando arriva quel giorno in cui finalmente ci vediamo Giacomo gioca e ride, alternando momenti cupi ad altri eccessivamente euforici. Una sera di maggio però qualcosa non va, probabilmente il degrado della struttura in cui, si spera per poco, i ragazzi vivono è diventato insostenibile e organizzano, o forse improvvisano, una rivolta. Quando c’è una rivolta viene sempre annunciata, lo dicono, si palesano e c’è sempre qualcosa che la fa scatenare. Quella sera la causa fu proprio il nostro caro Giacomo.

Alle 18.30 di un normale (per noi) mercoledì di maggio Giacomo decide di appendere una corda al soffitto della sua stanza e di tentare il suicidio. I compagni lo vedono e cercano di fermarlo; “Assiste, assiste, vieni!!”. L’agente, giovane, inesperto, alla ventesima ora di turno da solo e senza una formazione educativa rimane fermo li, nel suo stanzino, chiamando rinforzi che mai arriveranno.

Giacomo tenta il suicidio e solo grazie ai suoi compagni riesce a salvarsi.

Subito dopo tutta la sezione inizia una violenta rivolta; panche, sedie, tavoli, tutto in giro. C’è un grande baccano, un forte odore di bruciato e tante urla confuse; “Stava morendo e nessuno fa niente! Stava morendo!”.

Noi volontari, entrati immediatamente prima l’inizio di tutto ciò rimaniamo lì, tentando di intervenire dove si può ma cercando anche di non entrare troppo in dinamiche complesse e radicate. Sappiamo che nessuno di loro ci farebbe mai nulla, noi vogliamo bene ai ragazzi e loro a noi ma, in queste situazioni, purtroppo, loro non vedono più nulla, solo nero, solo rabbia, dolore e frustrazione.

Ci fanno uscire solo all’arrivo di alcuni comandanti e la rivolta viene placata solo dalle forze antisommossa.

Giacomo aspetta giorni prima di essere portato in ospedale, giorni.

Giacomo poteva essere il 48esimo di quest’anno che sta segnando numeri assurdi ma non difficili da comprendere per noi che, quasi quotidianamente e con uno sguardo diverso, viviamo la realtà della chiusura, dell’isolamento e dell’assenza di empatia.

Come volontaria cerco di mantenere i rapporti con alcuni ex ragazzi del Beccaria trasferiti al Bassone. Li la moda sono le bombolette del gas.

“Marti, il mio compagno di cella ha dato via tutto quello che aveva per prendere dieci bombole, le ha inalate tutte, è morto.” Alessandro, 17 anni, spostato dal Beccaria al Bassone (altro bel posto), senza preavviso ne probabilmente senza una motivazione significativa se non quella che le celle non hanno più la possibilità di accogliere nessuno.

Con altri intrattengo uno scambio epistolare, Lorenzo mi dice che a Palermo si trova bene ma che gli manchiamo tanto, anche lui è stato trasferito così, da un giorno all’altro, senza preavviso ne motivo specifico. Aveva tanti amici a Milano, aveva noi, aveva la sua famiglia.

Vivono così, aspettando, guardando fuori dalla finestra, dormendo appiccicati e mangiando in un tavolo che a malapena accoglie la metà delle persone inserite in un gruppo. La sala comune è per metà bruciata e vi è un divano a due posti buttato a terra accanto a un telefono che ogni tanto nemmeno funziona.

Come possono sperimentare la convivialità, la condivisione e la collaborazione?

Come?

Non lo fanno e decidono che preferiscono spegnersi, fermarsi, annullarsi. Prendono gli psicofarmaci come io mangiavo le caramelle zigulì che la mia cara nonna mi comprava. Si tagliano, tagli profondi e grossi che vogliono solo cercare quell’attenzione che nessuno gli ha mai dato, quell’affetto che non hanno mai sperimentato. Nella speranza che prima o poi qualcuno creda in loro prendono ciò che hanno e si lasciano segni grandi e tanto in rilievo che non andranno mai via, in ricordo di questa bella vacanza come dicono in tanti. Se essere rinchiusi è una vacanza allora forse ho sbagliato mestiere.

Il Beccaria, e non solo, era un modello educativo; ora è simbolo di degrado e disfuzione. Una struttura che cade a pezzi, costruita con materiali discutibili e con poche forze per far fronte all’emergenza in cui siamo immersi tutti, si tutti, perché forse se ognuno di noi riuscisse a prendere un poco a cuore l’altro ci sarebbe anche solo un sorriso in più, ne vale la pena credetemi, anche solo per uno, per nessuno, o per se stessi.

Un adolescente non può vivere tutto questo; mio fratello ha 16 anni ed è stato fortunato a nascere e a vivere qui, con noi, va a scuola e all’oratorio, esce con gli amici e quando combina qualcosa c’è la mia mamma che lo sgrida. Giacomo no, Giacomo non sa cosa vuol dire avere una vita normale e non è colpa sua, nemmeno di tutti gli altri ragazzi chiusi li dentro. Loro, come tutte le persone che vivono in queste condizioni non possono cambiare visione del mondo se il mondo non cambia la visione che ha di loro.

Grazie a tutti per l’attenzione.

[Martina Balossi, volontaria di Bir presso il carcere minorile Beccaria]

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