Anche nei Cpr si muore di detenzione

Alla Maratona oratoria organizzata dalla Camera penale di Como il 9 luglio 2024 per accendere i riflettori sull’emergenza suicidi nelle carceri è intervenuta anche Como senza frontiere, per ricordare che anche nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) l’ingiustizia fatta a sistema uccide.

Di seguito il discorso integrale pronunciato da Esteranna Francescato a nome della Rete:

Buongiorno a tutte e a tutti.

La locandina con cui è stata convocata questa iniziativa afferma senza mezzi termini che “Non si può e non si deve morire di carcere!”. È seguendo questa stessa logica che, a nome della rete Como senza frontiere, che fa parte della rete Mai più lager – No ai CPR,  oggi sono qui per dire: non si può e non si deve morire di detenzione amministrativa! 

Se la situazione dei carcerati in Italia è sempre più allarmante, come è stato giustamente più volte ricordato, non possiamo dimenticare che la condizione di una precisa categoria di reclusi costituisce una vera  e propria emergenza democratica e umanitaria per il nostro Paese: mi riferisco alle persone migranti che attualmente sono trattenute nei Centri di permanenza per il rimpatrio, i famigerati CPR. Si tratta dell’ultima evoluzione dei Centri di permanenza temporanea istituiti dal Governo D’Alema con la legge Turco-Napolitano del 1998 e ribattezzati Centri di identificazione ed espulsione dal Governo Berlusconi nel 2008. Galere istituite, almeno ufficialmente, per trattenere i migranti cosiddetti irregolari in attesa di espulsione. Un obiettivo discutibile e che comunque non è fuori luogo definire mancato, dal momento che si stima che circa la metà delle persone rinchiuse in questi centri non viene rimpatriata, ma finisce per essere rilasciata sul territorio nazionale italiano, pur non essendo nelle condizioni di regolarizzarsi. Allo sperpero di denaro pubblico determinato dall’inefficacia dei CPR si assomma dunque la funzione deteriore di generatore di emarginazione e illegalità. Come è stato ben evidenziato nel 2021 dal dottor Mario Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, «La detenzione amministrativa nei CPR assume nella prassi i tratti di un meccanismo di marginalità sociale, confino e sottrazione temporanea allo sguardo della collettività di persone che le Autorità non intendono includere, ma che al tempo stesso non riescono nemmeno ad allontanare».

Nel frattempo il limite massimo di permanenza è cresciuto da 30 giorni a 18 mesi!

Oggi solamente 9 CPR sono attivi, sebbene l’attuale Governo intende perseguire il progetto dell’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti che prevedeva l’apertura di un CPR in ogni regione italiana. Nonostante il numero relativamente esiguo di questi centri, il livello di intrinseca illegalità e di efferata violenza che li caratterizza fa sì che l’unica riflessione urgente e sensata in proposito non può che essere la messa in discussione della stessa esistenza di queste strutture. I CPR non possono essere riformati. Non possono essere migliorati o umanizzati.  Possono e devono solamente essere chiusi! 

La detenzione amministrativa nei CPR si configura come una privazione della libertà personale senza che i migranti abbiano commesso un reato. I migranti vengono arrestati solo perché si trovano in stato di irregolarità amministrativa. Ciò rappresenta una violazione dei principi di base del diritto penale e costituzionale, che dovrebbe garantire la libertà personale a meno di comprovati motivi legali giustificati e verificati da un giudice competente​. Si tratta di un arbitrio inaccettabile, di un abominio giuridico che ricorda i periodi più bui della storia europea, quando si procedeva a calpestare i diritti e a comprimere le libertà personali sulla base dell’appartenenza etnica e religiosa, sulla base dell’orientamento sessuale, sulla base del colore della pelle. La privazione della libertà personale per un mero illecito amministrativo è possibile solo se si considerano “non-persone” coloro che la subiscono. Anche se ufficialmente la detenzione amministrativa dovrebbe avere una funzione preventiva e non punitiva, nei fatti essa ha assunto connotazioni sempre più penalistiche. Il differimento della procedura di respingimento, ad esempio, permette alle autorità di trattenere e rimpatriare migranti senza un controllo giurisdizionale adeguato, violando così principi fondamentali, come il diritto a un giusto processo​. Non a caso osservatori e organizzazioni nazionali e internazionali, così come la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, hanno criticato l’Italia per l’uso della detenzione amministrativa, sottolineando l’incompatibilità di tale pratica con i Diritti umani fondamentali e le direttive europee in materia di rimpatri.​

I CPR sono nei fatti al di fuori della legalità e refrattari al controllo della cittadinanza, nel suo complesso e nelle sue articolazioni. Ricordiamo che l’accesso fisico delle organizzazioni civili in questi luoghi è praticamente impossibile, a meno che la Prefettura non lo autorizzi, cosa che non succede quasi mai. Inoltre ai detenuti è sistematicamente impedito di prendere contatto con l’esterno e di documentare le proprie condizioni di vita. Il sequestro o la distruzione dei cellulari dei migranti è diventata una prassi comune e generalizzata. Tale situazione favorisce ulteriori abusi di ogni genere. A dicembre è stato disposto il sequestro del Cpr di via Corelli, a Milano. La Procura accusa i precedenti gestori di frode in pubbliche forniture e turbativa d’asta. Ma sono documentate le condizioni di una struttura fatiscente, con topi e piccioni nei moduli abitativi e in sala mensa, sporcizia ovunque e cibo che la Procura ha definito “maleodorante, avariato, scaduto”. Assenti i servizi di assistenza sanitaria.

I casi di malversazione, anche quando vengono provati, sovente restano impuniti. Ad esempio è ampiamente acclarata pressoché ovunque la distribuzione indiscriminata di psicofarmaci da parte di personale non abilitato e senza prescrizione medica. I migranti vengono sedati con combinazioni pericolose di farmaci al fine di inibire le loro facoltà e assoggettare la loro volontà. Gli episodi di suicidio e autolesionismo degli ultimi mesi testimoniano da soli il disagio psichico delle persone migranti intrappolate nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Dopo avere rischiato la vita per attraversare il deserto e il Mediterraneo centrale, o dopo aver percorso la Rotta balcanica, il progetto migratorio di centinaia di individui rischia di schiantarsi con esiti micidiali contro le mura di un’insensata e disumana istituzione totale. Sono decine le morti accertate dal 1998 ad oggi. Il report Dietro le mura. Abusi, violenze e diritti negati nei Cpr d’Italia, redatto dalla campagna LasciateCIEntrare ne ha mappate 40.  Presumibilmente di molte altre morti non sapremo mai nulla. Molte di queste morti sono rimaste senza spiegazione, senza responsabili. A volte i testimoni sono stati rapidamente rimpatriati prima che si potesse giungere alla verità.

Lo ribadisco: non si può e non si deve morire di detenzione amministrativa! 

Accettare queste morti, accertare questa aberrazione giuridica significa accettare l’assoluta inconsistenza del nostro sistema giuridico che dovrebbe avere al centro la persona umana e i suoi diritti, così come l’uguaglianza di fronte alla legge. Scriveva Primo Levi: «C’è ancora un fascismo, non necessariamente identico a quello del passato. C’è un nuovo verbo: non siamo tutti uguali, non abbiamo tutti gli stessi diritti. Dove questo verbo attecchisce, alla fine c’è il lager».

Grazie per l’attenzione. [Esteranna Francescato, Como senza frontiere] [Foto di Gianluca Giovinazzo, Como senza frontiere]

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