L’altra Cernobbio/ Costruire vie per un’alleanza clima-lavoro

Nella mattinata di sabato 7 settembre sono proseguiti i i lavori del XIV forum L’altra Cernobbio, con la seconda sessione Tutt@ al lavoro per la giusta transizione.
A dialogare con Anna Donati del Kyoto Club sono intervenute Tina Balì, presidente della Fondazione Metes, Lorenzo Cresti, ricercatore della Campagna italiana sui lavori climatici, Monica Di Sisto, vicepresidente di FairWatch, Monica Frassoni, presidente Euase (European alliance to save energy), Enrico Giovannini, presidente del comitato scientifico dell’Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) e Stefano Malorgio, segretario generale Filt-Cgil.

Nella sessione d’apertura del secondo giorno di plenaria si è affrontato uno dei temi cardine del forum nonché nodo fondamentale dell’attualità in generale: l’emergenza costituita dal collasso climatico e le misure per scongiurarlo.
La transizione ecologica, da pensare in una prospettiva di giustizia sociale globale che includa nel cambiamento anche il Sud del mondo, è ancora ben lontana dall’essere realizzata e L’altra Cernobbio ha deciso di affrontare questa tematica sfidando l’inazione governativa e riflettendo sulle implicazioni economiche e lavorative che questo urgente cambiamento implicherebbe. L’obiettivo è quello di ribaltare la narrazione per cui occupazione e ambientalismo sono contrapposti, immaginando un’alleanza clima-lavoro che, anche in un paese ecologicamente retrogrado come l’Italia, vada incontro alle esigenze di sopravvivenza che pone il presente.

Discutendo del legame tra settore agroalimentare e vertenza ambientalista, Tina Balì ha sottolineato come il discorso della transizione ecologica sia una questione di pensiero ed immaginario: contrapponendo L’altra Cernobbio al poco lontano forum Ambrosetti, la prima relatrice ha ribadito infatti come l’ambientalismo sia in prima istanza un lavoro contronarrativo rispetto al neoliberismo. Il discorso alternativo passa, secondo la direttrice del lavoro, sì dalla riduzione dell’orario del lavoro, ma anche dalla trattativa per un lavoro sostenibile; i sindacati sono sempre più impegnati nel rendere anche l’ambiente elemento di contrattazione, contraddicendo con i fatti chi sostiene che lavoro ed ecologia siano contrapposti.
Per quanto riguarda il settore agroalimentare, il discorso è particolarmente impervio, dato che questo ambito lavorativo è sempre più industrializzato ed in capo alle multinazionali e, di conseguenza, è sempre meno considerato il benessere territoriale e di chi lo abita. Riduzione dei terreni agricoli, diffusione del lavoro irregolare, dominio quasi monopolistico del mercato delle semenze ed agricolo sono tre aspetti critici su cui deve basarsi l’azione politica per una cultura dell’alimentazione, dell’ambiente e della produzione diversa da quella ad oggi dominante. La via in questo senso è quella del ritorno al locale ed alle comunità, una strada da percorrere anche dal sindacato come lavoro fuori dalla fabbrica che porti alla riflessione con i lavoratori sul modello di sviluppo che immaginano e in cui desiderano vivere e lavorare.
Non basta più il verticismo delle Cop e delle grandi conferenze internazionali, serve che si muova, parallelamente, una componente dal basso.

Allo stato attuale delle cose, la parte del leone nel discorso climatico-lavorativo è probabilmente costituita dal settore dei trasporti. La Campagna sui lavori climatici, presentata da Lorenzo Cresti e nata da poco in Italia dalla collaborazione tra ricercatori di economia e scienze sociali e Fridays for future, riflette sulle dinamiche e sulle conseguenze delle riflessioni ed azioni climatiche sull’occupazione.
Ciò che risulta evidente è che la retorica tragica rispetto agli effetti della transizione sul lavoro è apparentemente semplice da scongiurare, a patto che ci sia un impegno attivo di guida statale e un impiego effettivo delle competenze e dei saperi disponibili nel settore.
Sebbene l’attualità sia infelice, il Lucas Plan del 1976, con la nascita del concetto e della prassi di produzione socialmente utile, e l’esperienza della Gkn sono due casi che dimostrano la possibilità di convertire le industrie salvando il lavoro e il tessuto sociale e, al contempo, attivando una transizione ecologica che vada incontro alle esigenze economiche e sociali poste dal presente.
Il centro studi ha riflettuto specificamente sulle conseguenze di una conversione industriale alla produzione di mezzi pubblici, un aspetto urgente alla luce della necessità di ripensare il modo di spostarsi degli e delle italiane, troppo polarizzato sul trasporto privato e molto lontano dall’essere prioritario per il governo a fronte dell’impegno di altri paesi per garantire che la mobilità sia competenza del settore pubblico.

Un ulteriore elemento di complessità è costituito dalla difficoltà di bilancio che si registra a livello globale per quanto riguarda la politica energetica e climatica.
Monica Di Sisto ha sottolineato come storicamente si sia sviluppata una narrazione per cui sotto l’ombrello delle grandi organizzazioni internazionali economiche è possibile che diritti e merci circolino (liberamente) in parallelo. Le manovre economiche decise da queste agenzie, però, sono comprovatamente insostenibili: l’urgenza di attivare tempestivamente risorse per far fronte all’imminente collasso climatico non vede infatti una corrispondenza nelle dinamiche economico-politiche contemporanee, in cui la globalizzazione è caratterizzata da capitalismo di mercato americano e capitalismo di stato cinese ed indiano.
La comunità internazionale non sta affrontando come sarebbe necessario l’emergenza climatica e anzi la sempre maggior fiducia anche finanziaria in intelligenza artificiale ed algoritmi porta a investimenti su un capitale immateriale precario, senza riscontri concreti certi ed estremamente energivoro.

Monica Frassoni ha portato invece una prospettiva più ottimista rispetto alle relatrici che l’hanno preceduta, sottolineando come la frazione imposta alle forze maggioritarie sia una via complementare rispetto al conflitto, efficace alla prova dei fatti nel realizzare i pur minimi progressi che si sono fatti finora sul piano dell’economia verde. Il quadro da mantenere sullo sfondo, secondo la relatrice, è quello per cui l’incompiutezza della democrazia europea ha creato uno spazio di mobilitazione (specialmente con Fridays for future e Ultima generazione) che ha costretto, ad esempio, al Green deal.
Ribadendo l’importanza dell’interlocuzione istituzionale, Frassoni ha evidenziato il sempre maggior scollamento tra rappresentanti statali nelle commissioni internazionali e i paesi che in teoria dovrebbero essere rappresentati: un versante, questo, da tenere presente laddove non si riesca a immaginare una transizione ecologica libera dal condizionamento delle sovrastrutture governative.
Ciò che insegnano il Green deal ed il Contro-green deal, con le rispettive criticità e perplessità, è che nel dibattito pubblico manca il tema dell’urgenza di arginare il collasso climatico. Un punto questo centrale nella costruzione alla contronarrazione rispetto al neoliberismo di cui L’altra Cernobbio tenta di farsi portavoce.

Giovannini è intervenuto autodefinendosi come «trait d’union, in entrambe le direzioni, tra forum Ambrosetti e L’altra Cernobbio» e riportando l’estrema complessità del dibattito che si sta portando avanti nel galà del neoliberismo.
Il clima generale sul piano economico ambientale, in estrema sintesi, appare molto poco rassicurante, soprattutto per via dello scontro (solo per il momento “freddo”) tra le superpotenze americana e cinese. La partita sociale del 2025 impone la presenza delle opposizioni e della società civile, ma questa deve presentarsi nell’arena politica conscia di elementi che secondo il relatore sono passati inosservati. Si tratta della nuova governance fiscale, rispetto alla quale ci si trova totalmente impreparati a pochi giorni dalla presentazione del piano fiscale; della sentenza della Corte costituzionale sul caso delle sostanze inquinanti a Priolo, che afferma il benessere e l’ambiente come prioritari anche sull’economia ed apre come bersagli della società civile moltissime industrie riconvertibili pena la chiusura; e del decreto europeo che impone l’arresto del consumo di suolo per i comuni sopra i cinquantamila abitanti entro il 2030.
A fronte di questi tre elementi si aprono una serie di prospettive d’azione effettiva per una contrattazione forzata che metta effettivamente al centro l’ambiente garantendo la trasparenza di un settore del lavoro attualmente lontano rispetto alle pronunce delle commissioni.

In conclusione di un panel denso e talmente lungo da impedire il dibattito finale è intervenuto Malorgio, che ha tirato le somme sul ruolo del sindacato nello sfaccettato quadro della transizione.
Il sindacato è ormai da mesi in forte dibattito interno, una serie di confronti dovuta alla marginalizzazione progressiva dei corpi intermedi nel contesto sociale nazionale e dei nuovi equilibri che il neoliberismo sta cercando una volta rotto il meccanismo prima apparentemente perfetto della globalizzazione. La questione è, in sintesi, come affrontare le sfide globali nell’interesse e con la compartecipazione dei e delle lavoratrici.
Rispetto al 2023/2024, L’altra Cernobbio cade in una fase di inadeguatezza infrastrutturale e contrattuale se possibile ancora più precaria. Il sindacato dovrà ragionare sulle proprie possibilità di azione anche conflittuale, con la sempre minor possibilità di scioperare e con l’esigenza di adottare un pensiero lungo che guardi al territorio, alle persone e alle questioni che la minaccia del collasso climatico pone come pregnanti ed urgenti. Una serie di aspetti su cui esiste un margine d’azione ma non per questo meno intricata, complessa e difficile da affrontare data la molteplicità di versanti economici, politici e sociali che implica.

Guarda qui tutte le foto del primo panel della seconda giornata, di Beatrìz Travieso Pérez.

[Pietro Caresana, ecoinformazioni, foto di Beatrìz Travieso Pérez, ecoinformazioni]

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