Violenza ostetrico-ginecologica
Il 7 marzo 2026, alla Sala Kovac di Arci Milano, si è tenuto l’incontro Senza spegnere la voce, un dialogo dedicato alla violenza ostetrico-ginecologica e ai diritti delle donne nella sanità. L’evento è stato introdotto da Celeste Grossi e ha visto la partecipazione della giornalista di Donna Moderna Barbara Rachetti, della scrittrice freelance Giorgia Landolfo — autrice del libro Senza spegnere la voce— e della ginecologa Donatella Albini.
Il 7 marzo, nella Sala Kovac di via Bellezza, Arci Lombardia ha proposto l’incontro Senza spegnere la voce, un dialogo dedicato alla violenza ostetrico-ginecologica e ai diritti delle donne nella sanità. L’iniziativa è stata introdotto da Celeste Grossi e ha visto la partecipazione della giornalista di Donna Moderna Barbara Rachetti, della scrittrice freelance Giorgia Landolfo — autrice del libro Senza spegnere la voce— e della ginecologa Donatella Albini.
Celeste Grossi apre il dialogo partendo da un punto di vista molto attuale, osservando come nei conflitti armati e in scandali mediatici — come gli Epstein Files — le donne e le ragazze siano spesso tra le prime a subire le conseguenze più pesanti e deleterie. Passa poi la parola alla giornalista Rachetti che subito introduce l’argomento della discussione: la violenza ostetrico-ginecologica.
Forse l’espressione violenza ostetrico-ginecologica può mettere a disagio. È un’espressione ampia, che racchiude talmente tanti aspetti della vita di una donna che analizzarli uno ad uno sembra quasi un lavoro infinito.
Giorgia Landolfo, scrittrice catanese freelance, prova a farlo raccontando nel suo libro la storia di Valentina Milluzzo. Valentina muore a trentadue anni il 16 ottobre 2016 all’ospedale Cannizzaro di Catania durante una gravidanza gemellare alla diciannovesima settimana. Ricoverata per una dilatazione precoce del collo dell’utero che aveva reso la gravidanza fortemente a rischio, rimane in ospedale per oltre due settimane prima che le sue condizioni peggiorino improvvisamente: la causa della morte sarà uno shock settico, sopraggiunto dopo la perdita dei due feti.
Il caso suscita un forte dibattito pubblico. La famiglia denuncia un presunto rifiuto di intervenire con un aborto terapeutico precoce da parte dei medici, che si dichiarano obiettori di coscienza. Nel 2022 quattro medici vengono condannati in primo grado a sei mesi di reclusione con pena sospesa per omicidio colposo, ma il 25 novembre 2024 la Corte d’appello li assolve perché il fatto non sussiste.
Ma perché quella vissuta da Valentina Milluzzo viene definita una forma di violenza?
La ginecologa Donatella Albini interviene portando l’attenzione sulla definizione stessa di violenza. Può una frase essere violenza? Sì. Può un gesto esserlo? Sì. Può la disinformazione essere una forma di violenza? Assolutamente sì.
Valentina, infatti, non era stata messa pienamente al corrente dei possibili scenari davanti ai quali si sarebbe potuta trovare. Ogni paziente, invece, dovrebbe essere messa nelle condizioni di comprendere la propria situazione clinica e le possibili opzioni terapeutiche. La mancanza di una comunicazione chiara è una forma di violenza istituzionale.
La dottoressa ci ricorda anche come alcune categorie di donne — in particolare le migranti o le persone in fase di transizione — possano trovarsi in condizioni di maggiore vulnerabilità. Nei consultori, infatti, il lavoro dei medici e delle ostetriche consiste anche nel riconoscere queste fragilità e costruire un rapporto di fiducia con le pazienti.
Questo tipo di violenza, quindi, non riguarda soltanto le donne incinte. Può toccare molte altre fasi della vita. Può riguardare una ragazza di diciotto anni a cui viene prescritta la pillola anticoncezionale per l’acne senza che le vengano spiegati i possibili effetti collaterali; può riguardare una donna in menopausa che si sente abbandonata perché non più considerata “utile” come incubatrice; può riguardare le neo-mamme lasciate completamente sole nel periodo del post-partum, senza strumenti per orientarsi in una fase così tanto delicata.
Può riguardare anche le donne che si sentono dire di non essere vere donne perché non vogliono diventare madri o perché non vogliono romanticizzare la gravidanza e le donne che non vogliono allattare o stare a contatto con il neonato immediatamente dopo il parto 24/7.
Gli esempi potrebbero essere molti altri. Senza nemmeno entrare nel merito delle forme di violenza fisica che alcune donne raccontano di aver subito durante visite ginecologiche o durante travaglio e parto, emerge il problema più ampio: le voci delle donne che hanno raccontato queste esperienze non possono e non devono rimanere isolate.
A partire dalle scuole che dovrebbero introdurre l’educazione sessuale. Oppure ancora, i consultori dovrebbero essere spazi sicuri e gratuiti — oggi solo circa la metà di quelli presenti sul territorio italiano è gratuito — ed inoltre, più in generale, la salute e l’autonomia delle donne dovrebbero diventare un tema molto più discusso nello spazio pubblico.
Se hai subito violenza, non esitare ad alzare la voce come scrive Giorgia Landolfo alla fine del suo libro. E come ricorda la poetessa Maya Angelou: quando una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne. [Amelie di Matteo, ecoinformazioni]

