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Tra le boutade della follia della “cultura” militare che ricordo, con un sorriso rabbioso, ci sono quelle riportate in un libro che raccoglie le motivazioni delle punizioni inferte a soldati dai loro superiori, talora solo stupide, in alcuni casi surreali. Tra queste quella che privò una persona dal diritto al congedo perché «Comandato di accendere la luce, la spegneva».
In questi emotivamente impegnativi giorni dell’iniziativa di tanti (tra i quali l’Arci) Luce sulla Palestina ho ripensato a quella frase e credo possa essere, al di là della sua iperbolica idiozia e dell’impossibilità a svolgersi nella realtà (come accendere una luce già accesa?), essere utilizzata per guardare alla realtà del popolo palestinese e alle lotte contro il genocidio israeliano in atto. Forse la prima caratteristica che devono avere iniziative, lotte e azioni di ogni genere finalizzate a evitare che un oblio assassino oscuri un popolo è avere ragionevole certezza che esse agite per illuminare non abbiano l’effetto di soffocare barlumi di luce forse esistenti. Forse in questa logica si potrebbero esaminare gli esiti prima di tutto del 7 ottobre (più o meno di Hamas, certamente atto terroristico causato dai governi assassini di Israele e dalle complicità di quelli “democratici” e coloniali, forse persino aiutato dal Mossad) ma anche tutte le iniziative e che la miriade di soggetti attivi per la solidarietà politica e concreta alla Palestina animano tra banchetti, talora un po’ dissonati con l’orrore e iniziative di ogni genere forse “cento fiori” forse ognuno per se stesso. Il rischio del fare tanto per fare o solo per una meritoria e eticamente giusta volontà di testimonianza è in agguato mentre la mattanza in atto reclama la necessità non solo di convergenza (battere settarismo, localismo e autoreferenzialità è il primo atto di una rivoluzione necessaria) ma anche chiarezza dei fini e progetto politico (sicuri che è meglio senza i forza politiche e sindacali? davvero meglio senza bandiere?). Forse negli ultimi giorni per via emotiva (Sudario) e più tradizionale (i tanti interventi) qualche seme è stato messo a dimora ed è sicuramente da coltivare per la Palestina, ma anche per Cuba, la Nigeria, ogni parte del pianeta, Como inclusa. Abbiamo molto da lavorare e questo giornale è pronto a dare conto di tutti i generosi tentativi che si susseguono. [Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni]

