Cinema Teatro Chiasso

Un concerto documentario per Chet Baker

Un Cinema-Teatro di Chiasso colmo fino al limite ha accolto lo spettacolo Tempo di Chet, dedicato alla musica e alla vita del grande trombettista Chet Baker: uno spettacolo a metà fra concerto e teatro.

Lo si potrebbe forse definire docu-concert, se il neologismo non fosse un po’ troppo audace… Il palcoscenico è infatti diviso in due piani (anche scenograficamente): davanti si svolge l’azione teatrale che attraverso una serie di rapidi quadri ripercorre la vicenda umana di Chet Baker, e dietro – rialzato al di sopra dell’ideale bancone da bar – si tiene un vero e proprio concerto con Paolo Fresu (tromba e flicorno), Dino Rubino (pianoforte) e Marco Bardoscia (contrabbasso). I due piani restano fisicamente separati (una sola volta un attore “invade” il palco musicale), ma sono perfettamente complementari nel raccontare la figura del protagonista.

Chet Baker incarna, in un certo senso, uno degli archetipi del jazz: quello del grande musicista che si è fatto da sé (al di fuori di studi regolari) e che da sé si è distrutto (a causa, principalmente, dell’abuso di droghe). In realtà – come sempre – la storia è più complessa e nella vicenda biografica di Chet si agitano molti altri temi, molte altre criticità. E il testo di Leo Muscato (che è anche regista) e Laura Perini le porta – con misura – in evidenza: le dinamiche razziali tra bianchi e neri (nel caso del jazz all’apparenza rovesciate, poiché tradizionalmente è musica “black”), quelle di classe (che si intuiscono nell’origine popolare-rurale di Chet, che veniva dall’Oklahoma), quelle dei comportamenti (tra omologazione e “devianza”).

Tutto questo è raccontato – come in un documentario, appunto – da alcune testimonianze rese da persone che hanno “incontrato” Chet Baker in diversi momenti della sua vita, e da pochi flash back sui primi momenti della sua vita e della sua carriera. Ma soprattutto è raccontato dalla musica che si snoda quasi senza soluzione di continuità per tutto lo spettacolo: non colonna sonora ma vero e proprio concerto che assume il ruolo di coprotagonista della rappresentazione. Nella sequenza dei brani si alternano alcuni standard cari alle performance di Chet con altri appositamente scritti da Paolo Fresu, e il mix è talmente ben orchestrato che non è facile (almeno per i non-addetti-ai-lavori) distinguere i secondi dai primi (a parte alcuni classici risaputi, si intende: come ‘Round Midnight, peraltro esplicitamente citato).

Bravissimi i tre musicisti: non solo Paolo Fresu ma anche Dino Rubino e Marco Bardoscia. Molto efficaci gli attori che, a parte Alessandro Averone – cui spetta il ruolo di Chet Baker -, sono costretti a un vero e proprio tour de force nell’interpretare tanti diversi testimoni. Sostenuto il ritmo ed evocative le scene.

Se un rilievo può essere mosso è quello relativo alla “rimozione” di quel pezzo di vita di Chet Baker che va dal nucleo centrale raccontato nello spettacolo, negli anni Cinquanta, fino alla morte, ovvero il probabile suicidio ad Amsterdam, pure evocato nel finale, che però è datato ben trent’anni dopo, nel 1988. Forse non tutto il pubblico si rende conto sono passati trent’anni e che in quel lasso di tempo Chet è comunque riuscito ad esprimere – nonostante tutte le difficoltà – grande musica (quella versione lunga di My Funny Valentine citata proprio all’inizio dello spettacolo sarebbe in effetti quella del suo ultimo concerto, poco prima della morte). Ma è poca cosa, a confronto con la magica inserzione finale della sola voce di Chet Baker che canta Blue room.

Un ottimo modo di raccontare un musicista, senza celebrazione, ma con molta intensità.

Chick Corea a Chiasso: jazz condiviso

Un grande concerto del grande pianista jazz Chick Corea (o come lui stesso ha tenuto a precisare, vantando le origini italiane, Armando Antonio Corea) in un teatro di una piccola città sul confine, Chiasso, nella serata del 12 maggio. Un grande gradimento del pubblico e un grande sfoggio di comunicazione.

Chick Corea sul palco, accanto al grande pianoforte a coda (ma lui è considerato un maestro anche del pianoforte elettrico, il Fender Rhodes), si diverte e si vede. Inizia “accordando” il pubblico, proponendo brevi frasi musicali da ripetere (e sembra una gag gratuita, ma invece – si capirà – è congeniale all’intera serata), richiama e sintetizza grandi autori del passato più o meno lontano e del presente (Domenico Scarlatti e George Gershwin, Chopin e Jobim eccetera), chiacchiera con il pubblico in un americano assolutamente comprensibile (del resto amplificato da una mimica straordinaria), evoca i grandi del jazz (Bill Evans e Theolonius Monk), è assai parco nel mettere in primo piano il proprio contributo jazzistico, continuando a sottolineare la ricchezza e la complessità della musica (e del jazz così come del pianismo) in generale.

Grazie a questo approccio tutt’altro che rituale (persino meno rituale del tipico concerto jazz), nella seconda parte Chick Corea si diverte a coinvolgere il pubblico: prima chiama sul palco chi vuole farsi fare un ritratto musicale (correttamente: un maschio e una femmina), poi evoca un altro gioco della sua infanzia intorno al pianoforte di famiglia, e invita il pubblico a suonare con lui. Incredibilmente (ma non tanto), i volontari abbondano (in questo caso, però, tutti maschi), e Chick Corea si sottopone volentieri a questi duetti improvvisati, fino a limitarsi a tratti a fare “da spalla” a musicisti locali (certo non proprio dilettanti) che – travolti dall’emozione del palco condiviso con un maestro – tendono a rubargli la scena.

La chiusura del concerto è dedicata alla parte più “seria” della produzione di Corea, le sue Children’s Songs, eseguite seguendo la partitura (con solo qualche variazione improvvisata in chiusura).

Dopo i lunghi applausi, il bis torna all’inizio del concerto: suddiviso il pubblico in settori (due per i maschi, tre per le femmine), il musicista dal palco attribuisce a ciascun settore una nota e si fa in questo modo accompagnare per il lungo brano conclusivo. Il pubblico, evidentemente competente, è tutt’altro che stonato e anzi si lascia coinvolgere di buon grado in una sorta di conduction tutt’altro che banale.

Le grandi personalità si riconoscono anche dalle piccole cose.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Uno straordinario quartetto contro i confini

Un concerto – quello del Kronos Quartet sabato 20 maggio al Teatro di Chiasso – al di là dei confini e degli steccati culturali: e, di questi tempi, non è poco. Non per buttarla in politica, ma l’impegno del Kronos Quartet per la promozione della musica contemporanea in tutte le sue forme e a partire da tutti i continenti è talmente profondo che non può essere messo in secondo piano, stante – ovviamente – la qualità altissima dell’esecuzione.

Questa caratteristica risulta del resto fondativa rispetto alla costruzione del repertorio stesso del quartetto; non avendo più bisogno di dimostrare di saper affrontare i “classici moderni” (le loro esecuzioni dei brani di avanguardia, da Bartók ai minimalisti americani – Steve Reich, Terry Riley, Philip Glass -, dal polacco Henryk Mikołaj Górecki ai russi Vladimir Martynov e Alfred Schnittke, sono ormai dei punti di riferimento obbligati), si sono rivolti all’elaborazione di un nuovo patrimonio musicale, commissionando lavori ai musicisti e alle musiciste del mondo intero, e in particolare delle aree meno “frequentate” dalla musica colta: dall’Africa al subcontinente indiano, dai territori caucasici a quelli latinoamericani, fino alla Cina. Sviluppato già da molti anni, questo percorso è adesso divenuto un progetto organico, con l’intenzione di commissionare, nel giro di pochi anni, 50 nuovi brani, equamente distribuiti tra femmine e maschi, con un’attenzione a tutti gli aspetti delle differenze che è davvero encomiabile. Di questi Fifty for the future, sabato sera se ne sono potuti ascoltare ben cinque (quattro in programma e uno tra i numerosi bis): del maliano Fodé Lassana Diabaté, della canadese Nicole Lizée, dell’irlandese Garth Knox, dell’azerbaigiana Franghiz Ali-Zadeh e della cinese Wu Man (virtuosa di pipa, una sorta di liuto cinese, coinvolta anche nel Silk Road Ensemble del noto violoncellista Yo Yo Ma). Le ragioni del progetto sono state esplicitate dal violinista David Harrington durante il concerto, nell’obiettivo di “consegnare alle prossime generazioni” un lascito musicale e culturale.

Intorno a questo nucleo a suo modo concentrato, altri esempi del vastissimo repertorio del Kronos, fortemente caratterizzato – come s’è detto – dal superamento dei generi e delle appartenenze culturali: così che una “cover” (ma, forse, usando un tecnicismo della storia della musica si potrebbe parlare correttamente di “travestimento”) di un brano di Pete Townshend, del ben noto gruppo rock “The Who”, a suo tempo offerto come regalo di compleanno al musicista Terry Riley, può stare accanto alla rilettura di una canzone di nozze siriana di Omer Souleyman.

Di tutti questi brani, così diversi uno dall’altro, l’esecuzione è accuratissima, anche dal punto di vista dell’utilizzo, particolarmente “colto”, dell’amplificazione e dell’elettronica, che ovviamente fa parte a pieno titolo dell’orizzonte culturale della contemporaneità, anche di quella musicale.

Ma se c’è stato un momento in cui la filosofia del quartetto si è rivelata con ogni evidenza al pubblico è stato proprio nella lunga sequenza dei bis, tutti brevemente ma intensamente “giustificati” nella scelta. Prima un “classico” del Novecento americano come Summertime di Gershwin, reinterpretato per quartetto d’archi ma passando per la rilettura rock di Janis Joplin e Big Brother & the Holding Co. (gli assoli di chitarra elettrica rifatti al violino sono un bell’esempio di metalinguismo all’ennesima potenza), poi un altro “classico” di segno diverso, Strange fruit, canzone contro il razzismo portata al successo da Billie Holiday, ma notissima anche nella versione di Nina Simone; poi ancora il pezzo for the future di Wu man (quarto della serie dei Dipinti cinesi), già ricordato, e per finire un brano del russo Martynov, sorta di minimalismo neoromantico e particolarmente evocativo.

Il pubblico, anche quello più tradizionale, mostra di gradire e ricolma di applausi David Harrington, John Sherba, Hank Dutt e Sunny Yang. Peccato che non fosse troppo numeroso, sicuramente molto meno di quanto avrebbe meritato la proposta del Teatro di Chiasso, una delle più interessanti della stagione in corso.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

20 maggio/ Il Kronos Quartet a Chiasso

Un concerto fuori dalla norma è quello che si preannuncia per sabato 20 maggio, alle ore 20.30, al cinema teatro di Chiasso: sul palco salirà il Kronos Quartet, gruppo tra i principali del mondo “classico-contemporaneo” (ma la definizione, come qualsiasi altra, è riduttiva per questo gruppo).

Kronos photographed in San Francisco, CA March 26, 2013©Jay Blakesberg

Il Kronos, infatti, è il quartetto d’archi che ha infranto le barriere divisorie tra gli stili musicali con le sue scelte di repertorio lungimiranti e innovative. Dal minimalismo statunitense a Jimi Hendrix, da Astor Piazzolla al jazz, senza dimenticare le collaborazioni con Tom Waits, David Bowie, Paul McCartney, Björk, né le notevoli esecuzioni dei “classici” del Novecento (da Bela Bartók a Philip Glass ad Alfred Schnittke…).
Nel corso della sua ormai pluridecennale carriera, il gruppo ha realizzato numerosi lavori tematici (tra cui quelli, assai noti, dedicati a Thelonius Monk e a Bill Evans), ma si è ultimamente dedicato soprattutto a lavori poliedrici, in cui ha promosso la composizione di nuovi brani da parte di autori e autrici, per lo più giovani e provenienti da aree geografiche “non classiche”: tra questi album il più noto è forse Pieces of Africa, che ha rivelato la straordinaria ricchezza del continente africano anche dal punto di vista della musica “colta”.

L’ultima impresa del Kronos, in ordine di tempo, è la commissione di cinquanta nuovi pezzi, inseriti in un progetto intitolato Fifty for the Future (5o per il futuro), i cui materiali – comprese le partiture – sono liberamente fruibili nel sito del quartetto americano. Quattro di questi brani saranno presenti nel programma di sabato a Chiasso, insieme ad altre esemplificazioni dello sterminato repertorio del Kronos.

Sul palco, quindi, David Harrington (violino), John Sherba (violino), Hank Dutt (viola), Sunny Yang (violoncello), per una serata di musica che si annuncia memorabile.

Il concerto è organizzato dal Cinema teatro di Chiasso in collaborazione con Teatro Sociale di Como – As.li.Co, Musica nel Mendrisiotto e Arte & Musica sul Lario 2017.

[FC, ecoinformazioni]

15 novembre/ La Pfm canta De Andrè a Chiasso

pfmDopo il grande successo delle passate tournée, la Premiata Forneria Marconi riporta live le più belle canzoni dello storico tour con Fabrizio De André riproponendo, con gli arrangiamenti originali, le canzoni più significative di quell’evento. Sabato 15 novembre alle 20.30 al Cinema Teatro di Chiasso, andrà in scena uno spettacolo carico di energia e di adrenalina allo stato puro, che spazierà tra i più grandi successi di De André e quelli della rock band italiana più famosa al mondo. Biglietti: Primi posti: intero Chf 40.– / € 35 – ridotto Chf 35.– / € 30 Secondi posti: intero Chf 35.– / € 30 – ridotto Chf 30.– / € 26. Info da martedì a sabato dalle 17 alle 19.30 tel +41 91 695 09 16, mail cassa.teatro@chiasso.ch. [Jlenia Luraschi, ecoinformazioni]

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