Franco Uda

14 giugno/ Abbiamo un progetto politico chiamato Pace

L’Arci della Lombardia invita venerdì 14 giugno, alle 17,30 al Circolo Arci Corvetto in via Oglio 21 a Milano, all’incontro Abbiamo un progetto politico e lo chiamiamo pace. In un momento in cui lo spazio pubblico si imbarbarisce, ci opponiamo al razzismo, alla cultura della violenza, intrecciando ambiti distinti, ma non distanti: pace, diritti umani, diritti civili, giustizia sociale, giustizia ambientale e climatica, giustizia economica, guerre, migrazioni, disarmo, beni comuni. Vogliamo affrontare temi globali senza trascurare nemmeno la più piccola delle nostre comunità, per costruire insieme politiche di pace e cambiare il mondo. Perché l’Arci ha un progetto politico che chiamiamo pace.

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Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti

arci-logo-copL’analisi di Franco Uda, coordinatore nazionale Arci Pace, solidarietà e cooperazione internazionale: «Quello che manca – ed è mancato – è la politica, la responsabilità di questa rispetto alle conseguenze che produce, la coerenza tra gli obbiettivi dichiarati e le azioni concrete. Sarebbe sin troppo facile – qui ed ora – richiamare un celebre verso di Fabrizio De Andrè sull’impossibilità di sentirci assolti, perché siamo tutti coinvolti». (altro…)

Arci/ La pace è una necessità

pacecolomba«I più accorti lo avevano predetto da subito: dopo gli attacchi terroristici a Parigi nessuna cosa sarebbe stata più come prima. Tutto ciò che è seguito a quella tragica notte è costituito da scontata retorica, dichiarazioni avventate, azioni non meditate, il fil rouge che le lega insieme è dato da una sostanziale e generalizzata inadeguatezza dei governanti a fronteggiare una situazione complessa e inedita. Manca una visione d’insieme del mondo, la difficoltà per l’occidente di stabilire cosa vuole fare ed essere fuori dai confini dell’occidente stesso.

Il mondo è cambiato, e con esso sono cambiate anche le modalità dei conflitti che si continuano ad affrontare con gli stessi criteri del secolo scorso: Daesh non è la Germania nazista, la sola risposta in campo oggi – quella militare e muscolare – è inadatta proprio perchè mutuata acriticamente dalla seconda guerra mondiale e dettata dall’impellenza vendicativa avente come solo obbiettivo quello di placare gli animi (e le forze politiche che li animano) più reazionari e nazionalisti.

Nessuna riflessione emerge invece su come fronteggiare l’Is depauperandolo di forniture militari e facili guadagni economici derivanti dalla vendita di petrolio sottocosto; nessun insegnamento tratto dagli insensati interventi che sono stati agiti a favore di dittatori senza scrupoli – funzionali, di volta in volta, alle variegate politiche neocoloniali – per poi spodestarli determinando instabilità regionali e macerie che abbiamo chiamato pace. La Storia non si ripete solo in forma di tragedia o di farsa, ma anche come colpevole riproposizione di modalità fallimentari sapientemente suggerite da appetiti economici e di potere privati.

Qual è il primato di civiltà che dovremmo far prevalere contro la barbarie? Forse quello che annuncia la creazione, nel cuore dell’Europa, di luoghi di detenzione straordinari per i terroristi, obbrobri giuridici nella patria dello Stato di diritto di cui andiamo tanto fieri? O la minaccia di poter utilizzare ancora ordigni nucleari, in una guerra non convenzionale per definizione? Possiamo rimanere inerti ad ascoltare le proposte di chiusura dei confini nazionali – su base razziale e di culto religioso – da parte di chi si candida a rappresentare lo Stato paladino dell’ordine mondiale? Per quanto dovremo ancora sopportare di essere cittadini di un’Europa che ha fallito l’unità politica e tradito i propri ideali di umanesimo subordinandoli all’egoismo dei nazionalismi e delle spinte più reazionarie?

Viviamo tempi bui per la ragionevolezza e il buon senso: siamo costretti a barattare le libertà individuali con la sicurezza, i frutti di secoli di lotte per l’emancipazione con qualche strumento in più di controllo delle nostre vite, chiediamo ancora tempo per edulcorare i danni prodotti al nostro pianeta quando di tempo non ne abbiamo più. Siamo a un passo dal baratro, dovremmo resuscitare non solo la capacità d’indignazione della società tutta ma appellarci all’umanità che risiede in ciascuno per un sussulto che segni un deciso cambio di rotta nelle politiche globali e nazionali, che prima di ogni cosa metta la Pace non più come opzione possibile ma come necessità impellente.» [Franco Uda, coordinatore nazionale Arci Pace, solidarietà e cooperazione internazionale]

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