Acqua bene primario: pubblica o privata?

Terzo partecipato e interessante appuntamento all’Itc Caio Plinio di Como nell’ambito del ciclo di incontri dedicato alla crisi e ai nuovi confini della libertà economica. Roberto Fumagalli, vicepresidente del Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’acqua, ha trattato e discusso con i numerosi studenti intervenuti il tema Acqua bene primario: pubblica o privata?

Molti gli spunti di riflessione anche per l’attualità del tema in vista dell’applicazione della legge n. 133/2008 che completa il processo di privatizzazione dell’acqua e che introduce il concetto di “adeguata remunerazione del capitale investito” – ovvero rafforza la legittimità nel trarre profitto nella gestione di questo particolare e unico bene primario.

Inizialmente Fumagalli ha esposto dati che danno la dimensione della difficoltà per alcune popolazioni di accedere all’acqua pubblica: oggi 1,4 miliardi di persone al mondo non hanno accesso all’acqua potabile – la proiezione sul 2020 è di 3 miliardi di persone – con la pesante conseguenza che di questi, ogni giorno, 30.000 perdono la vita, a fronte di un consumo di oltre 250 litri di acqua al giorno da parte di ciascun abitante dei paesi ricchi. La diseguaglianza è resa drammaticamente evidente dal dato che l’11% dei soggetti più ricchi al mondo posseggono l’88% dell’acqua potabile prelevata, quindi l’89% della popolazione mondiale ne ha a disposizione solo il 12%.

Il problema che Fumagalli ha messo in evidenza in modo particolare è che anche l’acqua, come le risorse energetiche, non è inesauribile, già oggi i prelievi superano del 50 per cento le risorse naturali. Se sarà completato il processo di privatizzazione, i soggetti economici avranno un potere pericolosamente importante sia a livello economico che a livello politico. Non è azzardato, quindi, dire che, se nel finire del XX secolo le guerre sono state combattute per il petrolio, in questo secolo le guerre saranno scatenate per il possesso dell’oro blu.

Cosa succede in Italia? Significativo l’esempio della Toscana, i cui comuni sono stati antesignani nel concedere ai privati la gestione degli acquedotti; da allora i toscani pagano bollette più salate anche di 4-5 volte senza che il servizio sia migliorato. A dimostrazione del fatto che con la privatizzazione il profitto prevale sull’interesse comune Fumagalli ha esposto l’esempio dell’Acea: la società gestisce l’acqua a Firenze e in presenza di minori consumi da parte dei cittadini ha pensato di sopperire alle minori entrate con l’aumento della bolletta di circa il 10 per cento. La punizione per i virtuosi.

Da qui, come recita il Manifesto del Contratto mondiale sull’acqua, la necessità di un governo dell’acqua come bene comune che implica la responsabilità individuale e collettiva verso le altre comunità a livello mondiale, nei confronti delle generazioni future e verso l’ecosistema Terra. [Rosa Mucerino per ecoinformazioni]

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