Il Nord Africa alza la testa

Le rivolte in Maghreb: testimonianze, analisi e punti di vista sulle situazioni in Libia, Iran, Tunisia, Egitto, Palestina e Costa d’Avorio, si sono alternati nella sessione pomeridiana di venerdì 15 aprile al seminario della Tavola della Pace di Assisi. Quale futuro per la democrazia e la pace in quei paesi? Quale contributo può dare il movimento pacifista mondiale? La pace calata “dentro la storia”. Leggi nel seguito del post l’articolo della nostra inviata Barbara Battaglia. Nella sessione di venerdì 16 aprile al ventinovesimo seminario della Tavola della Pace ci si è confrontati su quanto accaduto e sta accadendo nel Mediterraneo. Diverse le voci del mondo del giornalismo, che hanno testimoniato in merito alle situazioni nei vari Paesi del Maghreb. Tra gli inviati presenti anche Giampaolo Cadalanu di Repubblica, tornato di recente dalla Tunisia, entusiasta dell’atmosfera che ha trovato nel paese maghrebino nel periodo della rivoluzione popolare, partecipatissima soprattutto dai giovani. Bijan Zarmandilli, giornalista de L’Espresso, si e’ occupato di Iran: «Vogliono il pane, vogliono il futuro…Qualcosa lì è avvenuto…E l’Iran e’ un paese emblematico: ha fatto la rivoluzione islamica, ha cominciato una visione religiosa, ma ha anche inventato una dialettica che ha portato ad immaginare una riforma di quella religione. Perché è importante ricordare che l’Islam non e’ una religione riformata. E in Iran nasce anche un movimento riformista, la possibilità di una visione protestante. Ha anticipato i tempi, con il movimento verde contro Ahmadinejad». Per il giornalista de L’Espresso, «nel momento in cui ci sarà una saldatura tra movimento politico e movimento che contesta strutturalmente la società ci sarà una svolta». Sempre a proposito di processi democratici in Nord Africa, Roberto Savio, direttore dell’agenzia Ips, ha ricordato come «Tutti i paesi di cui stiamo parlando siano nati per volere delle potenze europee, che hanno creato elite alleate alle nostre: per questo parliamo della fine del colonialismo nel mondo arabo». Mentre le elite lavorano quindi per mantenere lo status quo, o per stabilire nuove elite capaci di essere interlocutori compiacenti per l’Occidente, i popoli percorrono strade diverse: «Sono paesi non omologabili con noi, i processi non si svolgono in modo a noi comprensibile, dobbiamo avere un atteggiamento di solidarietà: senza continueremo a dare l’immagine di interventi coloniali (vedi alla voce Costa D’Avorio). È importante che si strutturi dal basso la democrazia. Ognuno al proprio livello puo’ cominciare a incontrare personaggi della nascente società civile dei paesi arabi”. E la politica? L’eurodeputato Pd Gianni Pittella ha parlato di una «Grande sottovalutazione di quanto sta avvenendo nella sponda sud del Mediterraneo: e’ una svolta epocale. L’UE – per il parlamentare europeo – deve avere una proposta per quei paesi, io ne faccio due: modificare la politica di vicinato, caratterizzandola come politica verso il Mediterraneo, che comprenda gli “attrezzi” democratici, come una Carta sulla cittadinanza euromediterranea; lanciare l’idea di una nuova comunità euromediterranea, fatta dall’Ue con i Paesi del Mediterraneo». Cosa lega quei paesi, qual e’ il fil rouge del percorso in atto in parte del mondo arabo? Paola Caridi dell’agenzia Lettera22, da Gerusalemme, autrice del blog Invisible arabs, ha ripreso le parole di Vittorio Arrigoni: “stay human, il suo monito, e’ anche una traccia per descrivere quello che succede nelle altre piazze umane, perché è il contrario della deumanizzazione che c’è stata nei confronti dei popoli arabi”. E poi c’e’ il lavoro, i modelli di sviluppo, un’idea concreta di societa’, premessa e terreno per costruire la pace. Secondo Leopoldo Tartaglia, responsabile internazionale Cgil, occorre «Promuovere una diversa idea del commercio e dello sviluppo, un modello che non sia di sfruttamento. Riconfermiamo ad esempio la politica comunitaria agraria che favorisce l’Ue? Non c’e’ pace senza giustizia sociale». Il corrispondente Rai Enzo Nucci da Nairobi, in merito alla situazione in Costa d’Avorio, ha parlato di un momento «speculare a quanto è successo in Libia (e in ambedue c’è lo “zampino” di Sarkozy). In Costa d’Avorio si produce quasi un terzo del cacao a livello mondiale…Per questo c’è una grande attenzione della Francia, che ha sempre appoggiato uomini politici che facessero “comodo” alla casa madre”. Maurizio Gubbiotti di Legambiente ha sottolineato il nuovo «Protagonismo dei paesi più poveri; all’ultimo Social forum di Dakar in parte lo abbiamo vissuto in diretta». Quanto al ruolo dell’Europa, per il rappresentante dell’associazione ambientalista, “dipende da quale Europa pensiamo, non a quella del protezionismo delle produzioni agricole”. Infine, ancora le rivoluzioni nel Nord Africa. Raffaella Bolini dell’Arci ha evidenziato la forza dell’”energia di cittadinanza” che si è sviluppata nei movimenti giovanili e democratici in Tunisia, come negli altri Paesi del Maghreb, ma ne ha anche colto i pericoli. Quella forza, quell’energia ha bisogno ora di uno sbocco concreto, di lavoro, di un processo politico di democratizzazione. Secondo Bolini accogliere alcune migliaia di quei giovani che hanno animato la rivolta in Tunisia sarebbe un primo passo, una soluzione per evitare che quell’energia venga strumentalizzata, non trovi subito lo sbocco giusto. Costruire una pace stabile e duratura e’ un lavoro. E il movimento pacifista europeo e globale – o quello che ne è rimasto, come ha provocatoriamente colto qualcuno, tra i partecipanti al meeting di Assisi – ha forse la responsabilità di accompagnare chi quella pace la sta cercando ed esigendo e coltivando, anche in realtà dove diritti, libertà e democrazia non sono mai stati garantiti. [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

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