Genova 2001: noi il futuro, loro la repressione

Una cronaca di quanto avvenuto a Genova dieci anni fa, scritta di getto appena tornata da Genova nel luglio 2001, da Clelia Tagliabue (Associazione Il Ponte di Cantù) e solo ora resa pubblica. Nel testo la gioia di essere parte di un movimento che con grande intuizione politica aveva dettato l’agenda per la trasformazione verso un nuovo mondo possibile, la paura e la rabbia per la repressione insensata e violenta. Un contributo alla storia di quelle giornate dal punto di vista del Commercio equo e solidale comasco, una delle componenti esenziali del movimento dei movimenti.Giovedì 19 luglio 2001 Corteo dei migranti.

Dopo un paio d’ore al pronto soccorso (mi sono svegliata con male ad un orecchio) ed una corsa in farmacia a rifornirmi di antibiotici e gocce, passo al Ponte a prendere il tavolo per il banchetto di domani. Lascio a Anna e Barbara il numero di cellulare, caso mai qualcuno volesse raggiungermi…

Due delle nostre vetrine sono dedicate al G8: i teli di iuta “Un altro mondo è possibile anche con il Commercio Equo e Solidale”, le magliette di Lilliput, una distesa dell’ultimo numero di Altreconomia, i libri sul consumo critico…in pratica una sintesi del lavoro quotidiano. All’interno su un cavalletto abbiamo preparato uno spazio “G8 News” con il calendario degli appuntamenti di Genova, gli indirizzi, ritagli di giornale, un’intervista all’immancabile Alex Zanotelli.

Sull’auto siamo in tre, io, Emilio e Giovanna, una ragazza di Sesto amica di Annarita. Superata Milano l’autostrada è praticamente deserta, non c’è traccia di camion.

Ci si trova a Camogli con un gruppo di amici del Commercio Equo e Solidale (Comes) e di una associazione ambientalista locale. Annarita ha i biglietti del treno per tutti. Treno fino a Nervi, poi in bus fino a Genova. Si scherza, si fanno foto di gruppo alla stazione…Siamo orgogliosi di avere con noi Madu, un ragazzo Senegalese, venditore di strada a Camogli.

Il treno è lento, fa passare tutti gli altri, ci sono lunghe soste sui binari morti, ma siamo tranquilli, siamo partiti con largo anticipo, arriveremo in tempo. C’è anche una sosta a S. Ilario, la stazione di Bocca di Rosa; alcuni di noi pensavano che esistesse solo nella fantasia di De André. Discorsi leggeri: lo sapete che i limoni di Palazzo Reale sono finti e si vedono i fili di nylon?

Dalla stazione di Nervi lungo un viale fiancheggiato da camionette di polizia raggiungiamo la fermata del bus, il 15. Troviamo altre persone che si recano alla manifestazione (il parco di Nervi è un posto dove si può dormire), cittadini genovesi che commentano le misure di sicurezza, altri che ci indicano dove è meglio scendere per arrivare al punto di partenza della manifestazione. Venti minuti a piedi, polizia schierata immobile, gruppi di persone che confluiscono verso l’appuntamento, niente auto, niente traffico, case con le tapparelle abbassate. Le nostre guide locali ci fanno sgambettare su per delle scalinate che non finiscono mai e ci stroncano ancora prima di iniziare il corteo…

Finalmente arriviamo in piazza Carignano, il concentramento è più avanti, ma qui c’è già tantissima gente pronta con gli striscioni, i palloncini colorati, le macchine fotografiche.

Apro lo striscioncino del Ponte: Annarita è la mia compagna di corteo e di striscione, ci mettiamo in posa per la prima foto e sorridiamo a Emilio e Miriam di Altreconomia dall’altra parte della strada. Baci, abbracci.

In mezzo alla gente riconosciamo Monicelli con la pettorina rossa “Cinema italiano a Genova”, è in un capannello con altri registi più giovani con cineprese professionali. Non riusciamo a riconoscerli, ma sappiamo che sono in tanti presenti qui.

E’ inutile avanzare verso la testa del corteo, aspettiamo qui che si muova; siamo in una bella posizione, proprio di fronte alla chiesa di Carignano dove si è svolto il funerale di De André: penso che anche lui è sicuramente qui con noi…

Vedo tra di noi, per la prima volta in una manifestazione, donne e uomini con la pettorina gialla: G.S.F., avvocato, numero di telefono; sono tanti, una presenza che si nota.

Sotto un bel cielo azzurro il corteo si muove lentamente, niente cordoni, i gruppi si compongono e si sciolgono, è difficile stare vicini e non perdersi. All’inizio non capisco se siamo tanti: qui le strade sono molto più strette che a Milano, è difficile valutare.

C’è un clima molto disteso, ironico: scoppiano gli applausi quando da una delle rare finestre aperte una signora sventola un paio di mutande, e così lungo tutto il percorso le mutande alle finestre che appaiono regolarmente suscitano ilarità e approvazione.

Dopo qualche girovagare ci piazziamo dietro la rete di Lilliput, facce tranquille e mani dipinte di bianco che vengono alzate al cielo soprattutto quando passano gli elicotteri. Tra di loro con la faccia dipinta di bianco riconosciamo e salutiamo Tonino Perna.

Camminiamo vicino al gruppetto di Saro (Comes di Comiso) di cui fa parte anche un monaco buddista che si fa tutto il corteo battendo il tamburo e pregando, incurante del frastuono a volte assordante dei microfoni del corteo e degli elicotteri che ci sorvolano. Quando i nostri sguardi si incrociano mi fa grandi sorrisi e un garbato inchino. Le tante anime del movimento…

Il percorso è lunghissimo. La cosa impressionante è camminare in questa città deserta: i negozi sono tutti chiusi, salvo le farmacie e qualche bar temerario che oggi ha sicuramente fatto affari. Qualche decina di metri più avanti di noi c’è un solitario con un grande ritratto di Pertini, sicuramente tolto dai muri di qualche scuola: ogni tanto lo alza in alto e lo mostra girandosi lentamente su tutti i lati. Incontriamo Battista, un amico di Milano che si è trasferito a Genova, facciamo con lui un pezzo di corteo. C’è qualche preoccupazione per la decisione presa all’ultimo minuto di allargare la zona rossa collocando dei container lungo la strada… non ne capisco lo scopo, se non quello di restringere visibilmente lo spazio… Battista ci dice che potrebbe essere per impedire il lancio di oggetti sulla via sottostante.

Telefono al Ponte per comunicare che lo striscione dell’Associazione è lì e rappresenta tutti quelli che vorrebbero esserci: parlo con Anna, so che avrebbe voluto essere qui. “È bellissimo, le dico, ci sono tanti del Comes, mi sembra importante incontrarsi anche in un appuntamento come questo. Ho visto Ciro, Guido, Maria, Angelo, Saro, le botteghe di Genova, ti saluto tutti.”

Ci diamo tutti appuntamento a domani in Piazza Manin, la piazza tematica, dove saremo presenti come Comes con Lilliput, i pacifisti, gli ecologisti, le donne.

Venerdì 20 luglio 2001 Piazza Manin

Oggi decidiamo di raggiungere Genova in macchina (siamo a dormire a Rapallo). Siamo solo io ed Emilio, gli altri ci raggiungeranno più tardi. Marcello di Ram ci ha spiegato come arrivare in piazza Manin: uscita Genova Est, circonvallazione a monte; chiediamo conferma a un gruppo di vigili che gentilmente ci indicano la strada. Raggiungiamo piazza Manin senza difficoltà e parcheggiamo su un lato esterno della piazza, abbastanza vicini per poter trasportare il materiale per il banchetto che abbiamo in macchina. Facciamo prima un giro per vedere com’è la situazione, sono più o meno le 11; l’aiuola interna della piazza è già occupata dai vari banchetti del Comes (Ctm, Ram, Assobotteghe) più tanti striscioni di singole associazioni. Marco Bindi (Assobotteghe – Rete Lilliput) ha già steso lo striscione di Assobotteghe tra due alberi nell’aiuola più interna, nel vialetto esterno ci sono due tavoli con i teli di Altreconomia e le miniguide. Ci aiuta a trasportare il nostro materiale e mettiamo il banchetto di Equomercato vicino ai tavoli di Assobotteghe. Con calma stendiamo anche gli striscioni utilizzando le piante rimaste libere sull’altro lato sopra a quello di Tatavasco. CTM ha due o tre banchetti, materiale informativo, cartelloni, qualche piccolo oggetto e vari snacks in vendita; RAM ha piazzato, oltre al tavolo, degli scaffali in legno con qualche oggetto esposto. Dall’altro lato della piazza la rete di Lilliput vende magliette e distribuisce bottiglie d’acqua. C’è molta gente che passa e acquista il telo “Un altro mondo è possibile anche con il Commercio Equo e Solidale”. In questo momento questo slogan sembra realtà. Molti stranieri ci chiedono chi siamo e cosa significa la scritta sui teli e sulle miniguide: concordano e acquistano.

Intanto si sta organizzando il corteo che da via Assarotti, un lunga e larga arteria che parte da piazza Manin, scenderà verso la zona rossa: si vuole raggiungere la rete, fare un sit-in e appendere alla rete cartelli e striscioni. Un rappresentante di Lilliput coi capelli bianchi passa per la piazza con il megafono chiarendo che sarà un sit-in pacifico, invita anche ad abbassare tono e livello degli slogan man mano che ci si avvicina ai cancelli. Nessuno ha velleità d’altro tipo e il corteo che si compone ha caratteristiche e intenzioni pacifiche e non violente: palloncini colorati, biciclette, famiglie con bambini…

Marco e Maurizia di Ravinala mi chiedono se posso restare ai banchetti di Assobotteghe perché loro vorrebbero partecipare al corteo: ok, il mio corteo l’ho già fatto ieri, e poi ho promesso a casa di non avvicinarmi alla zona rossa… Resto nella piazza che pian piano si assottiglia, restano le persone dietro ai banchetti, qualcuno appena arrivato chiede informazioni, molti sulle panchine o sdraiati nelle aiuole a mangiare chiacchierare, riposarsi. Un gruppo di giovani studenti seduti in cerchio ascoltano attenti un tipo che parla serio serio, sembra che spieghi qualcosa: lo riconosco è un prof. di una scuola di Erba. Mi sembra di capire che stia spiegando la storia dei movimenti non violenti. Un tizio parla fitto con una ragazza: sono seduti su una panchina e hanno davanti un grande cesto di piccole prugne che offrono a tutti; le hanno portate da Perugia dove lavorano per una associazione che ha un lungo nome: “Associazione arti e mestieri manuali creativi di strada”. Insieme alle prugne ti prendi anche il loro volantino e ti leggi il loro progetto.

A un angolo della piazza c’è aperto un minuscolo negozio “Forno Manin”. C’è una perenne fila dalla strada, vado a curiosare: è gremito di persone che fanno tranquille la fila per acquistare pane, dolci, focacce. Imperturbabili le giovani commesse chiamano il numero ad alta voce per servire tutti con calma. Chissà quanti chili di focaccia avranno sfornato.

Arrivano Giorgio Dal Fiume, Maurizio Ricci, Angelo Nigro, altre facce note del Comes, ci scambiamo le prime impressioni: che bello, siamo in tanti, c’eri ieri al corteo? Andrea è rimasto al Carlini, arriva dopo….

Gironzolo un po’ e inizio a vedere qualche faccia un po’ preoccupata: chiamo Miriam che si trova in un’altra piazza, comincio a sentire la parola che sarà un incubo per le ore successive: black block. Black block tute nere. Dice Miriam “Stanno sfasciando tutto, passano e sfasciano” “Ma non c’è la polizia?”, chiedo ingenuamente “ Sì, la polizia c’è, ma sta caricando gli altri”. Sono incredula, ma ancora penso che questi siano scontri isolati, lontani dalla nostra piazza che è sicura e pacifica.

Gironzolo ancora un po’ alla ricerca di una toilette, Emilio rimane ai banchetti; su una strada laterale c’è un piccolo supermercato aperto dove molti di noi si sono riforniti di cibo e bibite. Ora è deserto, la porta è spalancata, sento una radio che racconta di devastazioni e vetrine spaccate, entro per sentire meglio, la cassiera è in ascolto: ci guardiamo senza aprire bocca.

Ritorno sulla piazza. Sono arrivati dei giovani dell’associazione Papa Giovanni XXIII di Don Benzi: chiedono se possono piazzare degli strumenti, una piccola orchestra per suonare e animare un po’ la piazza. Meno male! Si alleggerisce la tensione, facciamo sentire la voce di questa piazza! Intanto appare anche un pentolone di maccheroni che gli stessi ragazzi distribuiscono a porzioni generose. Sono teneri e simpatici.

Non sappiamo dove buttare piatti e rifiuti: dalla piazza hanno tolto tutti i cestini.

Passa un ragazzo, mi chiede chi rappresento e mi da nome e numero di telefono di un avvocato del GSF, “Se mai ti succedesse qualcosa…”

Iniziamo a guardarci attorno un po’ tesi. Decido di andare a dare un’occhiata lungo la via Assarotti, quella del corteo; la gente sta lentamente tornando verso la piazza, incontro Marco e Maurizia che mi fanno la cronaca di quello che è successo. Qualcuno ha appeso striscioni e cartelli sulla rete ma il sit-in è stato interrotto perché c’era qualcuno che provocava tensione, credo i “rosa” di Praga, niente di importante. Mi dicono anche di uno scambio di battute fra i manifestanti e la polizia al di là della rete. C’era anche Franca Rame. Sono un po’ delusi, ma non preoccupati. Scendo ancora per qualche decina di metri verso la cancellata, mi infilo in una piccola via laterale che sale leggermente per vedere dall’altra parte. La via termina con un muretto, c’è un gruppetto di persone che ascolta la diretta di Radio Popolare, anche qui si parla di scontri e casini. Al di là del muretto, verso Brignole si vede del fumo nero. Auto che bruciano. Ma cavolo, cosa sta succedendo?

Ritorno sui miei passi, in fondo a via Assarotti intravvedo la cancellata, altissima!, scendo ancora un po’ verso la zona rossa, quasi subito incrocio il resto del corteo che su invito di uno di Lilliput risale verso la piazza: c’è il rischio che i black block sbuchino da una di queste strade laterali e che chiudano il passaggio. Ritorniamo tutti in piazza. Siamo un po’ disorientati ma ancora tranquilli: in questa piazza regolarmente concessa dalle autorità ci sentiamo al sicuro.

Dico a Emilio di andare a dare un’occhiata a via Assarotti e scattare qualche foto. Due minuti e arriva di corsa Guido Cellentano dicendo concitatamente a tutti che si deve sbaraccare. Metto tutti i volantini nello scatolone, chiudo il tavolo e lo metto all’interno dell’aiuola. Ciro ritira la scatola con i soldi dei teli con la faccia scura. “Ciro, che succede?” “Per ora stiamo all’erta perché potrebbero arrivare dei black. Stiamo tutti uniti e calmi.” Accidenti, dov’è l’Emilio? Qualcuno lì vicino mi chiede perché sto smontando e io ripeto quello che mi hanno appena detto. La piazza ondeggia. Dal lato opposto a via Assarotti compare un drappello di black; corro sulla strada a vedere. Una squadra di persone tutte vestite di nero, volto coperto e cappucci, con bastoni e bandiere, annunciata da un lugubre rullio di tamburi e sventolio di bandiere nere: mi corre un brivido per tutto il corpo, questa vista mi evoca l’immagine di uno squadrone della morte, nero e minaccioso. Ma chi sono, cosa vogliono? Un gruppo di noi fa cordone in mezzo alla strada e li ferma: li invita ad allontanarsi, a disperdersi. Pochi minuti, pare li abbiano convinti, si sono sciolti, gironzolano anche tra di noi.

Non so se tutti si sono accorti di quello che sta succedendo. I ragazzi della Giovanni XXIII continuano a suonare, la strada è invasa da gente che balla, una ragazza canta nel microfono.

Dopo circa 10 minuti la piazza ondeggia di nuovo, stavolta con più violenza. Intravvedo scendere dalla stessa direzione di prima un altro gruppo di black block, molto più numeroso e più minaccioso di prima e, dietro, la polizia.

Cerco di capire cosa fare, mi giro, i black sono spariti e vedo la polizia che ci piomba addosso.

La piazza si riempie del fumo dei lacrimogeni, ci sentiamo in pericolo, tutti cercano di scappare.

Siamo sul lato della piazza dove ci sono ancora i banchetti di CTM, Ciro e Emilio si mettono davanti a noi con le mani alzate e ci dicono di stare fermi; il piccolo gruppo di cui faccio parte li imita.

I poliziotti ci sono addosso in un attimo, urlano, rovesciano i banchetti, uno mi punta addosso un’arma (poi mi diranno che si trattava solo di un lancia-lacrimogeni) e urla dentro il casco parole incomprensibili, ma non ci toccano, proseguono lungo l’altro lato della piazza dove chi sta correndo viene inseguito e colpito sulla schiena.

I gas ci fanno piangere e tossire, Maria ci da pezzi di limone, qualcuno vomita.

Gli occhi e gli sguardi di chi stava con me in quei minuti non li dimenticherò mai. Tossisco e piango e non so quanto solo per i lacrimogeni. La piazza è una nuvola di fumo, Emilio mi prende per mano “Vieni, andiamo via” “Via dove?”; ho paura di tutto.

Ci rifugiamo in una via più aperta, dietro la piazza, dove si possa respirare. Ci sono gruppetti qua e là, persone sedute che cercano di riprendersi. Ci scambiamo in silenzio bottiglie d’acqua. Abbiamo tutti gli occhi rossi e lo sguardo perso. Non so quanto tempo passa; arriva un gruppetto di Pangea, visibilmente agitato. Francesca ha un grosso livido su un braccio, dice con enfasi che non se ne vuole andare se non c’è Paolo, gli altri non sanno che fare, come quasi tutti del resto in quel momento.

Due ragazze francesi sono sedute vicino a noi su un muretto e guardano nel vuoto. Paradossalmente passa una macchina e la signora  al volante ci chiede un’indicazione stradale. Da dove è uscita questa?

Ritorniamo verso la piazza. Lentamente molti stanno ritornando qui. Ci rendiamo conto che ci è andata bene, molti sono stati colpiti dalle randellate, altri si sono fatti male cercando di scappare. C’è una ragazza seduta su una panchina, piegata in due, la schiena è un unico ematoma: scappava e l’hanno beccata. Qualcuno arriva con del ghiaccio (dove cavolo l’avranno trovato?)

“Ma non hanno visto che era una ragazza?” I più giovani fanno anche queste domande. Questa ragazza la conosco, era con Maurizio Ricci, forse anche lei di Chico Mendez. Un altro ragazzo ha la maglietta bianca sporca di sangue sulla spalla, molti altri segni di colpi sulle braccia (si riparava dal fumo dei lacrimogeni…)

Il fumo ora si è diradato, ma l’aria è molto pesante. C’è nell’aria odore di bruciato, un candelotto è finito sui teli di Altreconomia; sollevandoli ricominciamo a tossire. Mi chiama Rosy della bottega di Lomazzo. Sono le 16.30. Dovevamo sentirci per accordarci per la manifestazione di domani. Si becca in diretta tutta la mia paura.

Coperto dal rumore delle sirene delle ambulanze che passano in continuazione, qualcuno tenta i primi commenti.

Siamo stati ingenui.

Ce li hanno buttati addosso.

Dovevamo prevederlo.

Dovevamo essere più organizzati.

Bisogna fare un comunicato stampa.

Arriva qualcuno che in quel momento si era allontanato: ma cosa è successo? Ma come è possibile? Tutti hanno qualcosa da raccontare. Una giornalista della RAI raccoglie testimonianze su quello che è successo, tenta di capire…

Ciro prende uno dei nostri tavoli, lo mette in mezzo alla strada, ci sale sopra e invita la gente ad animare questo momento, chiede di farsi sentire; una parte della piazza accetta l’invito e per un po’ si sentono ancora voci allegre e voglia di ballare… Dall’altra parte della piazza Alberto Zoratti prende il megafono, sale su un panchina e tenta di creare un confronto su quello che è successo. Si sente poco, non so cosa abbia detto di preciso; prende la parola un altro e dice che Agnoletto e il sindaco di Genova invitano tutti a sciogliersi e a lasciare le piazze.

Non ha più senso restare qui. Emilio mi dice di aspettarlo qui mentre inizia a caricare il nostro materiale in macchina: non ne voglio sapere, ho il terrore di restare da sola. Qualcuno ci aiuta a portare tutto alla nostra auto, proprio lì vicino ci sono Celeste e Giampaolo che non erano presenti al momento della carica. Ci eravamo visti ieri al corteo dei Migranti. Ci scambiamo le nostre impressioni: io continuo a ripetere che ho paura, che domani non scenderò in piazza, che non mi fido di nessuno… Se la polizia ci ha attaccato, chi ci può difendere? Loro sono del parere che è importante non ritirarsi. Vorrei che riuscissero a convincermi. “Ci sarete voi domani?” “Non sappiamo ancora dove dormire, vedremo…” Ci salutiamo, preoccupati.

Con la nostra auto proseguiamo per la circonvallazione a monte e dopo poche decine di metri iniziamo a vedere cassonetti rovesciati e bruciati, auto ribaltate, bruciate o con i vetri rotti, campane per il vetro rovesciate, vetri rotti sparsi sulla strada (ma come, non le avevano svuotate?). Abbiamo acceso la radio e su un’emittente locale ascoltiamo la cronaca in diretta di questa guerra. La voce del cronista si fa concitata: è arrivata la notizia di un ferito molto grave, forse è morto. L’immagine descritta è quella di un corpo riverso e immobile sulla strada, la testa insanguinata. Pochi minuti e la conferma: il ragazzo è morto. Forse è spagnolo. Siamo di ghiaccio. Continuiamo a salire, non vedo più niente, sento la voce del cronista che intervista qualcuno all’interno degli scontri, chiede notizie del ragazzo morto. La persona intervistata è Don Gallo. Molto scosso racconta di notizie che si sovrappongono, ci sarebbe un’altra vittima, una ragazza coi capelli lunghi, ma forse si tratta della stessa persona, non si capisce ancora bene…

Arriviamo in cima a una collina, la strada è diventata stretta, c’è un punto panoramico.

Genova, immobile, è sotto di noi. Da qui sembra deserta; non riusciamo a parlare. Restiamo a lungo fermi e in silenzio a guardare sotto di noi e sembra che il silenzio avvolga anche la città. Le parole non escono, ci accomuna la stessa angoscia e, credo, una stessa domanda ossessiva: perché? [Clelia Tagliabue].

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