Incontro anticarcerario a Corpi (s)comodi

Nel caldo pomeriggio di domenica 24 giugno, la seconda giornata della manifestazione Corpi (s)comodi, voci di altri mondi organizzata al Bersagliere di Cantù ha visto protagonista con un incontro anticarcerario il collettivo Dintorni reattivi, un gruppo di ragazze e ragazzi di Como e provincia che hanno nella loro area di interesse le condizioni di vita dei carcerati. Stanchi dell’indifferenza nei confronti del carcere che regna in città, hanno deciso di impegnarsi in prima persona per contrastare l’isolamento, informandosi, intessendo relazioni con familiari e amici e creando contatti diretti con i detenuti.

Nello spazio predisposto per i dibattiti, un video sulla rivolta nelle carceri Greche del 2007 è stato d’apertura all’appuntamento. La proiezione ripercorre gli eventi attraverso immagini, racconti e testimonianze. La gestione della ricchezza, la sorveglianza e tutti gli obblighi a cui siamo sottoposti giornalmente, fanno della nostra esistenza un carcere a vita;  il filmato denuncia in particolar modo come le incarcerazioni siano fatte più in base alla classe sociale ed alla militanza politica che non sull’effettività del reato e mostra le rivolte di Malandrino ed altri istituti grechi placate con repressione violenta e con l’utilizzo dell’isolamento in celle punitive denominate di tipo F. Al termine del filmato ha preso la parola un rappresentante del collettivo che ha invitato i presenti alla riflessione  sul controllo sociale che il regime carcerario attua e ha proseguito illustrando le attività che il  gruppo svolge: «Organizziamo un presidio al mese di fronte al carcere Bassone, diffondiamo musica e facciamo inteventi al microfono in solidarietà ai detenuti». Proseguendo, sottolinea come alla casa circondariale di Como, carcere con capienza di 220 posti che oggi ospita  580 detenuti,  si vive in condizioni pessime soprattutto dal punto di vista igenico-sanitario: «Da ieri  non c’è nemmeno più acqua, non parlo di acqua calda, quella non c’è mai, manca proprio l’acqua corrente; l’unico modo che hanno i carcerati per farsi ascoltare e ribellarsi a questa ed altre situazioni simili è scioperare dalle mansioni che abitualmente svolgono e che supportano la gestione giornaliera dello stabile provocando il blocco del carcere». [Jlenia Luraschi, ecoinformazioni]

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