teatroalbuio140215Alla libreria Colombre di Erba, nel pomeriggio del 14 febbraio, dieci attori di TeatroGruppo Popolare si sono trasformati in uomini libro, e lo hanno fatto in modo magistrale. Tre sono i libri che hanno guidato idealmente il lavoro della compagnia: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, con gli uomini-libro che preservano la cultura imparando i libri a memoria; Cecità di Josè Saramago, con la sofferta condizione di buio, che è totale e negativa, e Neve di Maxence Fermine, perché: “scrivere, danzare, comporre, dipingere, sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere”. Il pubblico, numeroso ed eterogeneo, si è lasciato trasportare nella poetica gentile e appassionata di un racconto, che definire tale è riduttivo. Inizia così, Neve: “Yuko Akita aveva due passioni. L’haiku. E la neve. L’haiku è un genere letterario giapponese. È una breve poesia di tre versi e diciassette sillabe. Non una di più. La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri”. Tutto è accaduto al buio, quel buio totale che dura pochi secondi, che sembra impossibile da ricreare e mantenere, perché una luce d’emergenza, un riflesso imprevisto, corrompono l’occhio, che con avidità cerca i contorni e vuole saperne sempre di più. Eppure, le voci sul palco, alcune più travolgenti di altre, hanno disegnato direzioni, non contorni. Hanno scavato nelle profondità del sentire senza galleggiare sulla superficie. Dopo oltre un’ora di buio, la luce prepotente è tornata protagonista, mostrandoci quanto sia utile metterla talvolta in discussione. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

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