Consulta degli stranieri: la lunga strada della laicità

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Sullo sfondo del dibattito sulla “paura dell’altro”, organizzato dalla Consulta degli stranieri del Comune di Como nel salone della Biblioteca Comunale di Como nella serata del 20 febbraio 2015, si agitano ovviamente i fantasmi dei recenti atti terroristici di Parigi e Copenhagen. L’“altro” è quindi evidentemente di matrice islamica, ed è un “altro” che nella semplificazione mediatica di questi giorni non solo mette in discussione ma vuole distruggere alla base i valori fondanti della società occidentale.

Per risalire la china di questi stereotipi, la scelta di Mulaika Eniello, coordinatrice dell’educazione Co.re.is (comunità religiosa islamica), è quella di mostrare che esiste un islam diverso, che nelle sue parole non è nemmeno necessario definire “moderato” perché è l’unico ammissibile, che è rivolto al dialogo con le altre religioni monoteiste, che si batte – anche a livello dottrinale – contro il fondamentalismo dei diversi jiadisti. La scelta di Marika Livio, etnopiscologa attiva da moltissimi anni nella cura e nella difesa delle persone migranti, è quella di mettere in evidenza i nostri luoghi comuni, quei piccoli, ma micidiali automatismi che, sia pur a volte dettati da buona volontà impediscono un rapporto autenticamente paritario tra persone di provenienze e di culture diverse.

Altri interventi, di rappresentanti di diverse comunità e gruppi, mettono avanti gli sforzi e gli esiti di convivenza civile, di incontro e comprensione.

Ma come dato di partenza c’è sempre, al centro, l’appartenenza religiosa ovvero che sia proprio quello il motivo per avvicinarsi, in una interpretazione “autentica” della disponibilità al dialogo che dovrebbe (il condizionale è difficile da evitare) essere alla base di ogni fede.

È difficile spostare il discorso da questo asse portante. Ci prova il presidente della Consulta e assessore alle Politiche sociali Bruno Magatti, il quale chiede di provare ad “abbassare” questa continua insistenza sull’appartenenza religiosa, per provare a immaginare quell’“altrove”, quella “nuova città” di nuove relazioni paritarie come un luogo di laicità, in cui si sta per quello che si è e non per quello in cui si crede, in cui le differenze sono valorizzate per quello che sono e non semplicemente perché devono essere “compatite” come credenze altre…

Gli interventi concordano: l’educatrice del Co.re.is sottolinea che a suo avviso l’Islam ha tutto da guadagnare da uno stato laico, e dal pubblico due esponenti della comunità senegalese raccontano che nel loro paese la convivenza è possibile proprio per la disponibilità di cristiani e musulmani.

La strada per la comprensione laica è ancora piuttosto lunga.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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