Giorno: 26 Aprile 2015

Dolores Puthod/ Sguardi sulla commedia dell’arte

IMG_0840Il 26 aprile si è tenuta l’inaugurazione dei Musei Diffusi Dolores Puthod – Spazio 7 a Lomazzo. Entrando nel parco comunale, si viene accolti da due grandi sculture in ferro dipinto, di cui una è l’Arlecchino, una guida non solo metaforica per intraprendere il percorso della mostra: “L’anima del segno teatrale: sguardi sulla commedia dell’arte”. Dolores Puthod, artista e scenografa di fama internazionale, nata nel 1934 a Miano, da tre anni resiede a Lomazzo. Proprio la piccola cittadina ha voluto dedicare alla poliedrica artista un museo permanente, situato all’interno del palazzo comunale. Piccolo e ben curato lo spazio, con 29 serigrafie e 4 grandi dipinti a olio donati dall’artista, anch’essa presente all’inaugurazione, insieme all’intramontabile interprete di Arlecchino del Piccolo di Milano Ferruccio Soleri. La sindaca Valeria Benzoni ha preso parola per esprimere il grande valore che questo museo dona alla cittadinanza, consentendo a Lomazzo di tornare ad essere un polo culturale importante. Maria Grazia Capasso ha tratteggiato la biografia dell’artista, da cui emerge una grande sensibilità nel dare il senso e il gusto dell’umanità tutta: una delle massime esponenti dell’arte figurativa degli ultimi 50 anni. Un’artista rimasta fedele alla pittura d’immagine, mentre altre contemporanee, come Frida Kahlo e Tamara De Lempicka, sceglievano di sperimentare altre tecniche. E’ stata tra le prime scenografe donna ad entrare alla Scala, dove ha lavorato per 10 anni. Dagli anni ’80 le sue opere si sono distinte anche per il carattere sociale e l’impegno civile, come è possibile vedere in alcuni lavori presenti nel museo, che le hanno permesso di collaborare con Unesco, Unicef e NATO. Una donna eccentrica dai modi raffinati, che ha ringraziato con emozione le oltre cento persone presenti, dichiarando, in chiusura, che l’entusiasmo e la bellezza ci fanno sopravvivere, e nei suoi concittadini ha trovato l’effervescenza necessaria a dare il via a questa nuova avventura. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

IMG_0818Scultura in ferro dipinto: Arlecchino.

IMG_0823Dolores Puthod e Feruccio Soleri

IMG_0836Serigrafia per Unicef.

IMG_0837Autoritratto degli anni ’50.

IMG_0839Spazio espositivo.

194/ Obiezione di coscienza sull’aborto: quando il troppo stroppia

194Un interessante convegno, il 20 aprile all’Università statale di Milano, è stato occasione per fare il punto sulle recenti problematiche applicative della Legge 194, che regolamenta in Italia l’interruzione della gravidanza (Ivg).Grazie a un parterre di relatori di alto profilo medico e giuridico,coordinati dall’avvocata Marilisa D’Amico, e davanti a un pubblico di studenti, avvocati e rappresentanti delle associazioni delle donne, nell’Aula Crociera della facoltà di Giurisprudenza si è snodata un’ampia riflessione sulle criticità dell’attuale applicazione in Italia della legge 194, con particolare riguardo alle problematiche e ai possibili correttivi dell’impatto socio-sanitario prodotto dal diffuso ricorso dei medici e sanitari italiani all’obiezione di coscienza alla Ivg. (altro…)

Bella ciao 2.0

Il teatro di Chiasso il 23 aprile è pieno come non si è mai visto: a richiamare tanto pubblico è lo spettacolo Bella ciao che, a distanza di cinquant’anni, rimette in scena uno dei capisaldi del folk revival italiano.

Nel 1964, al Festival dei due mondi di Spoleto, il Nuovo Canzoniere Italiano – con la regia (ma forse si dovrebbe dire con l’istigazione) di Roberto Leydi e Filippo Crivelli – propose una scelta ragionata di musiche popolari; fu un avvenimento epocale da molti punti di vista, sia per le polemiche che seguirono quelle frasi “sbattute in faccia” al “colto” e sussiegoso pubblico dei concerti, sia per il segno che lasciò nella cultura italiana non solo musicale, tanto che chiunque si occupi di questi temi (cioè di cultura popolare in senso lato) più o meno si riconosce “figlio” o “figlia” di Bella ciao.

A distanza di mezzo secolo, l’anno scorso, a Franco Fabbri – musicista e musicologo – è venuta l’idea di riproporre quell’esperimento, di rimettere in circolo quell’esperienza. Certo i tempi sono cambiati. Nel 1964 tra i principali obiettivi dello spettacolo c’era quello di portare in primo piano le persone che avevano “costruito” quei canti “popolari” (uomini e donne in carne ed ossa, contadini e contadine, operaie e operai), di farne vedere i volti, di farne ascoltare le voci poco “educate”, di presentarne persino le movenze, i comportamenti, i difetti; l’obiettivo era quello di far capire che quella cultura esisteva davvero, che non era un’invenzione di un gruppetto di ricercatori. Così, sul palco di Spoleto, a darsi manforte reciproca stavano l’uno a fianco dell’altra, Michele Straniero e Giovanna Daffini, Giovanna Marini e il duo di Piadena, ricercatori e ricercatrici insieme a quelli che – in gergo etnomusicologico – si sarebbero dovuti definire “informatori” e “informatrici”; e invece – così si voleva mostrare – erano persone vere e vive.

A distanza di cinquant’anni quei mondi non esistono più e sarebbe stato ipocrita riproporne una versione filologica. E quindi l’obiettivo di questa nuova Bella ciao è diverso, riassumibile nell’idea di mostrare quanto quelle canzoni (e quell’operazione di riproposta) conservino intatta la loro forza espressiva, la loro capacità di illuminare quei mondi e quella cultura e, insieme, di emozionare. E poi c’è, probabilmente, l’intenzione è quella di mostrare che l’attenzione alle musiche “etno” e “world” ha radici lontane e intenti politici che non si dovrebbero dimenticare.

Ed ecco che la compagine sul palcoscenico, straordinariamente ben assortita, riesce a restituire questa complessità, questa stratificazione di motivi e di interessi: le voci femminili di Ginevra Di Marco, Lucilla Galeazzi, Elena Ledda (ciascuna con la propria ascendenza geografica-culturale – toscana la prima, romana la seconda, sarda la terza – e musicale, dall’avanguardia alla musica antica, dal jazz a quella popolare); la voce maschile di Alessio Lega (interprete di primo piano dell’impegno musicale, che porta a sintesi Lecce e Milano) insieme con la sua chitarra; l’organetto diatonico di Riccardo Tesi; le percussioni di tamburi e di corpo di Gigi Biolcati; le chitarre di Andrea Salvadori. Davvero il catalogo è quasi inesauribile, quasi completo: vi si ascoltano gli echi di tutti i diversi folk-revival (Ernesto De Martino e Cesare Bermani, Giovanna Marini e Michele Straniero), ma anche parecchi decenni di musica cantautorale (da Jannacci a Fabrizio De André, passando per De Gregori e altri ancora), per tacere delle lezioni apprese dalla musica contemporanea e jazz. In questi cinqunat’anni – è vero – si è persa la forza dirompente delle “a” apertissime di Giovanna Daffini (“spampaaanaaate” come ha sempre raccontato in concerto Giovanna Marini), delle chitarre naif del Duo di Piadena, ma questi testi e queste musiche – da O Gorizia a Son cieco e mi vedete, da Tutti mi dicon Maremma a La mamma di Rosina – hanno ancora molto da raccontare e da insegnare.

Il pubblico mostra di gradire e di capire: il teatro di Chiasso a tratti sembra “venir giù” per gli applausi e per l’entusiasmo.

Senza esagerazioni, senza presunzioni (anzi – sembra di intuire – con autentico rispetto nei confronti delle madri e dei padri di quell’ormai antica esperienza), ma con molta creatività e molta partecipazione (“abbiamo deciso di rifare queste canzoni così come le preferivamo” dichiara con assoluta sincerità Riccardo Tesi in apertura), lo spettacolo dimostra la vitalità della musica popolare che è assolutamente fuori luogo pensare di chiudere in un recinto, foss’anche quello della ricerca e della filologia.

Una lezione di musica, di poesia, di metodo e – perché no? – anche di politica. In fin dei conti Bella ciao è diventata la canzone della Resistenza e della Liberazione. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

Alcuni momenti dello spettacolo.

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30 aprile/ Forenza: Ecco perché ci fa paura il Ttip

forenza prcEleonora Forenza sarà a Como giovedì 30 aprile alle 21 nel Salone Bertolio in via Lissi 6 a Como-Rebbio. L’esponente del Prc, parlamentare europea de L’altra Europa, illustrerà le ragioni politiche, economiche e sociali che rendono necessaria e urgente la più ampia mobilitazione contro il famigerato Ttip. L’incontro sarà coordinato da Giovanna Fierro, dell’Organismo nazionale dell’Altra Europa, e Fabrizio Baggi, della Segreteria provinciale del Prc di Como. Sarà disponibile per l’incontro il n. 491 di ecoinformazioni (edizione su carta della rivista) che dedica il tema alla lotta contro il Ttip con articoli di Marco Lorenzini, Massimo Lozzi, Fausta Bicchierai, Antonio Muscolino e Manuela Serrentino.

Tu non sai le colline/ Parole e musiche

Tu non sai le collineTra gli appuntamenti in programma per le celebrazioni del 70ennale della Liberazione, Figino Serenza ha scelto di allontanarsi dalla retorica, proponendo alla cittadinanza una serata poetica e musicale. Grazie all’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta, il Comune ha organizzato, insieme alla biblioteca, un recital pensato proprio per il 25 aprile. Tu non sai le colline –dove si moriva per la libertà-, un testo scritto da Gabriele Penner (fondatore dell’associazione di promozione sociale Teatro d’acqua dolce), da lui interpretato insieme ad Arianna Di Nuzzo. Narra la resistenza attraverso la letteratura italiana, per una visione d’insieme del percorso umano che ha caratterizzato la vita di chi ha scelto di resistere, perché come scriveva Pavese: “Chi lascia fare e s’accontenta, è già fascista”. Testo nato lo scorso anno, ma in versione inedita grazie al coinvolgimento musicale di Fabrizio e Mauro Settegrani; una collaborazione dal forte impegno civile che ha lo scopo dichiarato di nutrire la memoria. Si sono alternate letture e canzoni, la colonna portante di tutto il recital è stata La casa in collina di Cesare Pavese, pubblicato nel 1949. La calda voce di Penner e quella fragile di Di Nuzzo non hanno mai perso il ritmo, anzi, proprio alternandosi ai brani interpretati con passione dai Settegrani, hanno permesso al numeroso pubblico presente di mantenere alto il coinvolgimento emotivo. Sono entrati come pura luce i versi di Pier Paolo Pasolini, così come quelli di Salvatore Quasimodo hanno mostrato la disperazione di una mano che cerca tra la polvere, la città morta. I Settegrani hanno interpretato pezzi propri e canzoni note: se Nutri la memoria è un loro classico, Ma mì di Strehler e Carpi, ha fatto cantare tutto il pubblico; diversa la sorte toccata a La pianura dei sette fratelli, un silenzio partecipe per ricostruire la vita dei fratelli Cervi. La poesia più popolare è stata sicuramente Se questo è un uomo di Primo Levi, che è sempre capace di descrivere minuziosamente tutto il dolore provato. Altre letture hanno narrato di una guerra, dove nel silenzio implacabile si covava vendetta, lucide le parole del poeta Franco Fortini: “Il nostro cuore non è più d’uomini”.
E alla fine di tutto c’è stata un po’ di retorica, ma di quella che non stanca: ora e sempre resistenza, sulle note di Bella Ciao, cantata da tutti con grande trasporto. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

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