194/ Obiezione di coscienza sull’aborto: quando il troppo stroppia

194Un interessante convegno, il 20 aprile all’Università statale di Milano, è stato occasione per fare il punto sulle recenti problematiche applicative della Legge 194, che regolamenta in Italia l’interruzione della gravidanza (Ivg).Grazie a un parterre di relatori di alto profilo medico e giuridico,coordinati dall’avvocata Marilisa D’Amico, e davanti a un pubblico di studenti, avvocati e rappresentanti delle associazioni delle donne, nell’Aula Crociera della facoltà di Giurisprudenza si è snodata un’ampia riflessione sulle criticità dell’attuale applicazione in Italia della legge 194, con particolare riguardo alle problematiche e ai possibili correttivi dell’impatto socio-sanitario prodotto dal diffuso ricorso dei medici e sanitari italiani all’obiezione di coscienza alla Ivg.

Introducendo i lavori la giurista D’Amico, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale e Giustizia Costituzionale alla Università Statale Milano,ha ricordato come la legge194, nata nell’alveo di battaglie per i diritti civili degli anni settanta e sopravvissuta anche a tentativi di abrogazione referendaria,dal 1978 in Italia regolamenti la facoltà della donna di accedere, in totale autodeterminazione, in modi e tempi certi, senza oneri economici e in piena sicurezza, alla Interruzione Volontaria della Gravidanza (Ivg), all’interno delle strutture ospedaliere pubbliche, ovvero in ospedali e case di cura private autorizzate dalle Regioni e sotto il controllo del Ministero della Salute. La 194 appare anche oggi una legge “non datata” e che nel tempo si è confermata capace di allontanare lo spettro delle pratiche clandestine dell’aborto e la corruzione che le accompagnava insieme ai rischi gravi per la salute delle donne.

Una legge che sotto i profili medico e giuridico era stata ben formulata nella sua scrittura tanto da presentare anche una buona compliance alla luce dei progressi scientifici degli ultimi decenni e in cui con lungimiranza i legislatori, valorizzando la realtà dei Consultori Pubblici istituiti con la legge 405 del 1975,assegnavano allo Stato un ruolo preciso di attuazione del diritto della donna e di controllo delle modalità del servizio. Una norma che per decenni è stata nella sostanza applicata su tutto il territorio nazionale, all’interno di Linee Guida – pur talvolta “di appesantimento” –  emanate dalle singole Regioni.
Marilisa d’Amico e Filomena Gallo – avvocata e docente di Legislazione e Bioetica, Università di Teramo e Segretaria Associazione Luca Coscioni – hanno sottolineato come una riflessione di aggiornamento sull’applicazione della 194 nella realtà italiana odierna sia doverosa a oltre un anno dalla Dichiarazione del Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa del settembre 2013. Tale pronunciamento era stato definitocon procedura d’urgenza in risposta al Reclamo collettivo n. 87 del 2012 presentato dal Comitato Italia della International Planned Parenthood Federation European Network(http://www.ippfen.org), una rete di attivisti per la salute sessuale e riproduttiva in 170 Paesi nel mondo.
Ippfen aveva presentato con il reclamo un’ampia documentazione sul caso italiano che non è stata inficiata dalle controdeduzioni al Comitato europeo del Ministero della Salute. Con tale dichiarazione, che investe di responsabilità il Governo Italiano nella realizzazione di misure concrete per l’esercizio dei diritti civili e sociali posti “in astratto” nel nostro ordinamento, il Comitato Europeo ha stigmatizzato la mancata ottemperanza da parte dell’Italia alla Carta Sociale Europea, denunciando violazioni sotto il profilo del Diritto alla Vita, alla Salute e alla Autodeterminazione della donna come enunciati nell’art.11 “Diritto alla protezione della salute” della stessa Carta, e violazioni al principio di “Non discriminazione” (art.E).Sotto la lente europea in particolare è la formulazione dell’articolo 9 della L.194 nella quale mancherebbe l’indicazione delle misure concrete che ospedali e regioni devono attuare per garantire un’adeguata presenza di personale non obiettore in tutte le strutture sanitarie pubbliche. Recependo le indicazioni del Comitato europeo per i diritti sociali il Ministero della Salute ha rilanciato, sottoponendo la questione al Tavolo tecnico permanente con le Regioni e finanziando un progetto di monitoraggio e raccolta dati più accurato sulla IVG in Italia.

Entrando nel vivo del tema, Assunta Sarlo, giornalista, docente di area sociologica e cofondatrice della Rete “Usciamo dal silenzio” per i diritti delle Donne insieme a Maddalena Gasparini, medica e attivista di “Usciamo dal Silenzio” hanno profilato come l’obiezione di coscienza, un diritto individuale perfettamente legittimo di varie categorie di operatori sanitari in ambito IVG (ginecologi, ostetriche, farmacisti, personale ausiliario sanitario), sia tutelato dall’art 9 della stessa L.194, che ne dettaglia esercizio e forme. Si tratta di un diritto esercitabile individualmente dal singolo operatore sanitario; non rappresenta un diritto “di categoria professionale” quale, oggi, rischia di apparire se viene esercitato ormai dalla preponderanza dei sanitari; né tanto meno può fungere da “scorciatoia” professionale di natura carrieristica per raggiungere posizioni apicali e dirigenze ospedaliere, come è avvenuto negli ultimi anni anche in Lombardia.

 

Nella realtà italiana si tratta di un diritto che viene esercitato dal singolo ginecologo ancora per lopiù sotto la pressione di uno stigma sociale perdurante verso il sanitario “abortista”, e con uno stile piuttosto “individualista” incurante dei bisogni reali della collettività, tale da esercitarsi anche all’interno del pubblico impiego – perché è di questo soprattutto che si sta parlando – in forme  incongrue e con ricadute pesanti per l’organizzazione sanitaria e la pratica ospedaliera di organizzazione dei servizi per i cittadini. Tanto da rendere, in alcune realtà territoriali o regionali italiane – in particolare, ma non esclusivamente, al Sud – non esigibile nella realtà dei fatti il diritto della donna sancito dalla legge 194 alla IVG sia sotto il profilo dei tempi sia per la difficoltà di accesso ai servizi.
Né tanto meno lo è in condizioni paritarie e non discriminanti, come prescritto dall’ordinamento costituzionale italiano e come sottoscritto dall’Italia nella Carta Sociale Europea. Questo scenario, secondo Assunta Sarlo offre un terreno fertile per la ripresa della diffusione delle pratiche clandestine dell’aborto nel nostro Paese – già segnalata da molte associazioni per i diritti della donna – sotto la spinta della più recente emergenza sociale e del grande flusso migratorio in atto.
Tiziana Scalco, Segretaria CGIL Camera del lavoro di Milano, segnalando dati ufficiali del Ministero della Salute ha sottolineato come l’obiezione di coscienza dei ginecologi, farmacisti e personale sanitario ausiliario degli ospedali pubblici sia cresciuta continuamente negli ultimi anni:  se nel 2007 erano obiettori il 70,5% dei ginecologi (rispetto al 58,7% del 2005), il 52,3% degli anestesisti (dal 45,7%) e il 40,9% del personale non medico, ci sono varie Regioni – come Basilicata, Campania, Sicilia, Molise – in cui la percentuale dei ginecologi obiettori supera l’80%, con punte nel Lazio oltre il 91,3% e in centri del Sud pari al 90% del personale medico. Una situazione che di fatto lascia scoperti dal servizio IVG interi territori del Paese e introduce un aumento dei costi della Ivg stessa per la collettività rispetto al passato (per la necessità dell’impiego di sanitari “gettonisti” che coprano gli organici necessari a garantire il servizio negli ospedali designati come “Punti Ivg”). Un diritto del singolo sanitario, che pur operando nella sanità pubblica finisce per creare squilibri nella organizzazione sanitaria e ospedaliera: a esempio nella disparità di mansionario e dei carichi di lavoro fra il personale, dove la “media nazionale di 1,4 Ivg settimanali a carico di ciascun ginecologo non obiettore nei Punti IVG è in realtà frutto di discrepanze territoriali notevoli: si va dallo 0,4 IVG della Valle d’Aosta alle 4,2 del Lazio: un onere quadruplicato che viene retribuito con identico stipendio!Ma c’è di più: le premialità, l’accesso di fatto alle carriere (il giovane ginecologo non obiettore viene di fatto “allontanato” dalle sale operatorie dove si pratica la chirurgia non abortiva e l’oncologia e in sostanza non può progredire come gli altri) e l’accesso ai concorsi pubblici per i medici e il personale sanitario non obiettore, risultano di fatto discriminati rispetto a quelli degli  obiettori di coscienza: ed è illegittima una discriminazione fra identici lavoratori pubblici.
Su questi nodi critici della realtà ospedaliera che ruota intorno alla IVG si sono soffermate particolarmente Alessandra Kustermann, ginecologa, Direttrice Uoc  Pronto soccorso, Protocollo antiviolenza donne e Accettazione ostetrico ginecologico Mangiagalli Ospedale Maggiore Policlinico Milano e Annamaria Marconi, docente di Ginecologia e ostetricia Università statale Milano e direttrice Ostetricia e ginecologia Ospedale San Paolo Milano.
Entrambe hanno segnalato il loro dissenso su alcuni punti dell’ultima relazione annuale attuativa della 194inviata al Parlamento dal Ministero della Salute (testo in www.salute.gov.it): le due primarie milanesi hanno ribadito di rifiutarsi a una mera lettura del dato statistico ufficiale che si presta a una lettura ambigua e scorretta secondo cui “si conferma in Italia la tendenza storica alla diminuzione dell’IVG: nel 2013 sono state notificate 102.644 Ivg, con un decremento del 4,2% rispetto al dato definitivo del 2012 (107.192 casi). Mentre rimane elevato il ricorso all’IVG da parte delle donne straniere, a carico delle quali si registra il 34% delle IVG totali in Italia. In totale il numero di IVG è pari a circa il 20% del numero di nascite totali. A una superficiale lettura questi dati si presterebbero, in epoca di tagli alla spesa sanitaria, a suffragare la non necessità di implementare ulteriormente i servizi IVG.
Al contrario,anche secondo la Laiga Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l’Applicazione della legge 194i dati e le medie nazionali, nel loro far riferimento alle IVG realizzate negli ospedali pubblici che in alcune Regioni in realtà non riescono a erogare sufficienti servizi,sono in sé inattendibili e finiscono per mascherare e non raccontare tutta l’attualità e l’emergenza del vissuto femminile di interruzione della gravidanza nell’Italia di oggi:un fenomeno che è tornato a “volare” sulle ali della crisi economica specie in realtà territoriali già ad alto rischio sociale, come da più parti viene segnalato dalle associazioni di donne in Italia.
Con l’esperienza professionale quotidiana di Direttrici di servizi sanitari pubblici non disgiunta dal confronto con le donne delle associazioni e della società civile, Kustermann e Moretti hanno denunciato la mancanza di politiche sanitarie integrate per garantire alla donna e all’uomo il diritto a procreazione e genitorialità responsabile.
L’ultimo esempio di una cattiva politica sanitaria è – secondo loro – la mediazione al ribasso imposta dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) al momento dell’introduzione dell’aborto farmacologico a base di Mifepristone/ Ru486 anche in Italia, nel 2009.
La autorizzazione alla RU 486 che fu approvata da 4 dei 5 membri del Cda dell’Aifa – il quinto a votare contro fu l’allora assessore regionale al bilancio di Regione Lombardia – ricade nell’impianto normativo della L.194,ma il farmaco viene somministrato secondo un protocollo difforme dagli altri Paesi UE ed extraeuropei (Francia 1988, Gran Bretagna 1990, Svezia 1992, Israele, Svizzera, Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Olanda e Spagna nel 1999 e nel 2000 Norvegia, Russia, Ucraina, USA, Finlandia, Lussemburgo, Tunisia. Sudafrica nel 2001).
Dopo alcuni anni di rodaggio l’interruzione della gravidanza con RU486 è attualmente praticata in 110 strutture abilitate in Italia di cui 19 in Lombardia, ma lungi dal costituire un secondo “pilastro” per meglio articolare sul territorio i servizi – attraverso un’intelligente ambulatorialità in regime di day-hospital o coinvolgendo medici di base e Consultori – e per agire in tempi precoci e certi rispetto alla IVG chirurgica ospedaliera – con rischio e trauma psico-fisico ridotto per la donna – il modello italiano di aborto farmacologico, con la sua “finestra temporale” di sole 7 settimane contro le 9 nella UE rischia di diventare una grande occasione mancata, soprattutto a motivo dell’obbligo di degenza ospedaliera dal momento dell’assunzione del farmaco sino alla certezza dell’avvenuta interruzione di gravidanza (da un minimo di 3 giorni, fino ad alcuni giorni). Un obbligo assente negli altri Paesi UE e che replica tutte le problematiche del modello chirurgico IVG secondo la legge 194. [Idapaola Sozzani per ecoinformazioni]

 

 

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