Giorno: 6 Maggio 2017

Musei, sogni e realtà

Un giorno e mezzo (il 4 e il 5 maggio, in Pinacoteca, all’Accademia Galli e al Museo Giovio) di discussione e di ascolto sul futuro dei musei, con un occhio ai desideri e l’altro alle esigenze reali. Una prospettiva complessa (giustamente) ma anche a tratti pericolosamente confusiva quando non evidentemente contraddittoria. Così, a Como, si discute dei musei. Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video di Luca Bedetti dell’iniziativa.

Del resto, che i lavori non sarebbero stati “stretti” sulla realtà era dichiarato degli organizzatori (l’assessorato alla Cultura del Comune di Como e il progetto Musaico) con sincerità fin dal titolo: Il museo che amo è un sogno, e quindi nei numerosi interventi si è sentito di tutto e di più: molte cose intelligenti, parecchie ovvie, alcune insensate e persino qualche sonora sciocchezza, indebitamente intercalata nel discutere di cultura e arte (come quella che “forse la democrazia è adatta solo alle società evolute”, nelle quali ovviamente non si può includere nemmeno quella italiana!).

Scivoloni a parte, l’elenco delle affermazioni di principio è lungo: nei due interventi introduttivi, di Francesco Paolo Campione e Fabio Fornasari, il museo è stato quindi definito come “luogo privilegiato dell’interazione tra l’opera e noi, della pausa e del riposo (cioè “della sedimentazione delle idee e della consapevolezza”); per arrivare a questo sono necessarie alcune condizioni di diverso tipo: “la politica” (poiché i musei sono contenitori di memoria), “la qualità delle collezioni”, “l’efficienza dell’organizzazione” (con un rapporto obbligato tra pubblico e privato), “la qualità del personale”, “gli obiettivi economici e gestionali”, la “visione culturale”. Poi ancora, in controtendenza, dall’altro relatore, il museo è interpretato come “rottura dell’unità spaziale”, come “soglia non chiusa”, come “luogo di produzione delle opere”.

Tutte cose per la maggior parte vere, ma che faticano a trovare la strada per diventare elementi di realizzazione dialettica (e non rigida) in situazioni un po’ meno scontate dei grandi musei, delle grandi città d’arte (o anche di musei medi ma con grandi budget). E allora quando si deve scendere dall’empireo ci si riferisce a un rapporto rigido tra territorio e identità (anche dai grandi esperti è difficile sentire qualche riflessione aggiornata sulle più recenti discussioni al riguardo, e l’identità è incredibilmente sempre un “patrimonio” fisso sepolto nel passato: delle “radici”, appunto, che non vanno da nessuna parte), senza nessuna riflessione sulla scala delle esigenze e delle possibilità (Como non è Firenze, proprio dal punto di vista della qualità e non solo della quantità, così come avere a disposizione 100 mila euro di budget invece di 1 milione non significa solo averne un decimo, cioè poter fare “meno” cose, ma significa proprio cambiare di segno). E quindi è difficile poter seguire i discorsi nel vivo della realtà cittadina, quasi sempre riportata in termini di generalizzazioni approssimate e di maniera. Del resto, il terzo intervento introduttivo della prima giornata si concentra sulla “comunicazione innovativa” o i “social media”, da cui si può apprendere che il vero salto di qualità è quello di comunicare “Uffizi galleries” all’inglese, così ci si apre a tutti (non posso negare che a tratti si rimpiange il vecchio sciovinismo francese capace di far fronte al computer con l’ordinateur).

Sembra solo una battuta, ma se nel ragionare su quali potrebbero essere gli elementi da “spendere” in una “comunicazione innovativa” si torna alla vecchia solfa del “romanico nato a Como” (cioè al mito dei maestri comacini) il dubbio che viene è che si faccia una caricatura del marketing a ruota libera senza preoccuparsi del fatto che ciò che viene promosso perché capace di “appeal” abbia o meno rapporti con la realtà (e, tra l’altro, non essendo capaci di vedere che nella complessità della realtà storica, cioè  – per restare all’esempio citato – nel fatto che il romanico è nato dalla dialettica di tutte le culture mediterranee ed europee, dall’Armenia all’Irlanda, sta proprio il suo elemento più moderno e coinvolgente). E se, dopo aver esaltato i nuovi spazi museali, aperti, flessibili, innovativi, ci si limita a dire che la sala di palazzo Giovio è bellissima, senza avere il coraggio di ragionare su quanto quella sala sia (non certo per sua colpa, visto che è nata come sala da musica di una famiglia nobile del Settecento) “inadatta” e malamente piegata a usi non propri, il rischio è quello che i sogni (ma anche le teorie) facciano da schermo alla comprensione della realtà.

Nel momento di “restituzione” finale del lavoro dei tavoli di venerdì mattina, sono messi in evidenza altri concetti, tutti condivisibili: l’importanza della progettualità e dell’esperienza, dell’accessibilità (in tutti i sensi), della dimensione educativa e interculturale, della vitalità e della novità. E poi ancora: la sostenibilità economica e sociale, la commistione (o contaminazione che dir si voglia) tra museo e città, lo story-telling e lo story-tooling (cioè, per chi non fosse aggiornato sulle ultime novità definitorie, l’uso della narrazione per costruire e non solo per raccontare), la coprogettazione tra pubblico e privato, le esigenze della tempistica, il rapporto tra residenti e turisti.

La sintesi estrema viene da quattro parole, tutte rette dal prefisso co- (di cui si rimarca una singolare assonanza con Co-mo, ma facendo finta di non sapere che quel co- di Como non c’entra nulla), e cioè: competenza, contenuti, coerenza, condivisioni.

È un programma di lavoro impegnativo e tutto da mettere a fuoco, ma va bene così.

Poi, forse cogliendo il rischio di tanto discutere di innovazioni ed economie, Fabio Fornasari – che nei due giorni di lavori si è un po’ assunto il ruolo di bastian contrario – ricorda a tutti che la memoria non si può “chiudere”, nemmeno se i musei sono vecchi e disastrati, nemmeno se sono quelli di Como.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video di Luca Bedetti della restituzione dei lavori e quelli della candidata sindaca e dei candidati sindaci presenti all’iniziativa del 5 maggio al Museo Giovio.

 

Migrants/ Una storia vera

L’inaugurazione di Migrants ha raccolto più persone di quante le sale dello Spazio Natta potessero contenere. Buon segno.  Ottima cosa che fotografi eccellenti si siano occupati di documentare ciò che in realtà solo parte della città ha visto e compreso. È necessario che le emozioni vissute dal luglio 2016 divengano memoria collettiva, fatti da cui partire per evitare, mettendo da parte ogni irrealistica illusione autoincensatoria, che le mostruosità del razzismo, ma anche quelle altrettanto violente dell’indifferenza, si incancreniscano nella città. (altro…)

Arte/ Collezioni e ceramiche in mostra a Rancate

Valorizzare il patrimonio artistico locale è, per la Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst di Rancate, un impegno costante, che si esplica in tanti modi diversi, capaci di sollecitare curiosità e riflessioni. È oggi il turno di una collezione privata, conservata nella casa di famiglia dello scultore Ivo Soldini a Ligornetto, e mostrata al pubblico per la prima volta.

La raccolta di Soldini non è, come si capisce facilmente, frutto semplicemente del reperimento “sul mercato” di opere più o meno di valore, ma è fortemente connessa con la sua storia personale, con quella della sua famiglia e del territorio. In effetti, per un artista attivo da parecchi decenni (è nato nel 1951), la raccolta di opere artistiche è al tempo stesso un piacere e un dovere: è il modo di tenersi al passo con quanto fanno i colleghi, è il modo di scambiarsi doni e amicizia, è il modo di prolungare i propri interessi anche una volta terminata (o interrotta) la propria fatica. Così nella collezione di Soldini compaiono i maestri (vicini e lontani), i compagni di viaggio e anche gli allievi, tutti “raccolti” (ma sarebbe più semplice dire “ricordati”) nella quotidiana messa in discussione di ogni gerarchia. Se poi a questo si aggiunge che Soldini fa parte di una famiglia da più generazioni attiva nel campo dell’arte, seppure con ruoli diversi, si capisce anche perché la collezione viene da lontano, dal XIX secolo, dai rapporti con Vincenzo Vela e con Antonio Rinaldi, e ovviamente dall’opera degli avi, come Antonio Soldini.

Con tutte queste opere, Ivo Soldini intrattiene un rapporto che non è “di possesso”, ma che incarna una relazione più profonda e passionale. Durante la conferenza stampa di presentazione della mostra, si scherzava sul fatto che l’opera scelta come la più rappresentativa e quindi utilizzata per i materiali di promozione (una Figura femminile sdraiata, in marmo di piccole dimensioni, di Antonio Soldini) è stata consegnata in Pinacoteca da Soldini solo all’ultimo momento, quasi che non se ne potesse staccare, tanto che la direttrice ha proposto che lo scultore se la possa portare a casa ogni sera, salvo riconsegnarla all’esposizione la mattina seguente.

Per questo l’allestimento cerca di riprodurre, pur nella radicale diversità degli spazi a disposizione, i rapporti e il clima dell’esposizione casalinga, accostando opere di differente carattere e formato, quasi a formare fogli di un album familiare.

Particolarmente significativa, non ci dovrebbe essere nemmeno bisogno di sottolinearlo, la selezione di sculture: da Vincenzo Vela a Paolo Trobetzkoy, da Jean Arp a Remo Rossi, da Marino Marini a Giacomo Manzù, da Giovanni Genucchi ad Alexander Zschokke, fino a Mario Negri (una bellissima, piccola Metopa in bronzo) e Ossip Zadkine (uno straordinario Torso di donna accovacciata). Senza dimenticare le opere di Pablo Picasso e di Paul Klee…

In visita alla Pinacoteca di Rancate non bisogna lasciarsi sfuggire nemmeno l’interessante mostra dedicata alla ceramista Raffaella Columberg (1926-2007). Nel suo atelier, insieme alla sorella Cerere, figura di grande rilievo nella sinistra ticinese, ha dato vita a un’arte di estrema apertura, dalla rivisitazione dei modelli tradizionali alla sperimentazione di avanguardia, realizzando opere che a nessun titolo devono essere definite “minori”. La selezione dell’esposizione a Rancate, suddivisa in quattro capitoli (Il quotidiano, La ricerca formale, Arte e storia, La visione intima), restituisce in modo efficace una vicenda artistica centrale per la cultura ticinese della seconda metà del XX secolo.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcune vedute dell’esposizione Le stanze svelate:

 

Alcune veduta della mostra dedicata a Raffaella Columberg:

 

Le stanze svelate. La collezione d’arte di Ivo Soldini dai Vela a Marino Marini

a cura di Simona Ostinelli

Fino al 27 agosto 2017

 

Raffaella Columberg (1926-2007) ceramista

a cura di Daniele Agostini

Fino al 20 agosto 2017

 

Rancate, Pinacoteca cantonale Giovanni Züst

Orari: da marzo a giugno martedì-domenica 9-12, 14-17; da luglio ad agosto martedì domenica 14-18

Ingresso: intero CHF/€ 10, ridotto CHF/€ 8

Informazioni: http://www.ti.ch/zuest

 

 

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