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Chi sa se domani, chi sa se qualcuno ricorderà …

 

Giovedì 1 febbraio 2018 l’associazione Presidio Gianluca Congiusta e Lollò Cartisano di Libera in Cantù e il Circolo Arci di Mirabello hanno organizzato e ospitato un incontro con Giovanni Impastato, fratello di Peppino Impastato e autore del libro Oltre i 100 passi [Piemme edizioni, 2017, 204 pagg, 17,50 euro, ebook 9,99 euro]  ispirato alla figura del fratello, giornalista e membro di Democrazia Proletaria, ucciso dalla mafia il 9 maggio del 1978, per le sue denunce contro le attività di Cosa Nostra.

Sono passati quarant’anni da che Giovanni non può più parlare con Peppino, ma è paradossalmente proprio in questi quarant’anni che il dialogo tra i due fratelli si è fatto sempre più fitto, afferma Giovanni guardando dritto negli occhi una giovanissima ragazza che gli ha appena chiesto cosa voglia dire per lui essere il fratello di Peppino Impastato. Essere suo fratello, racconta Giovanni, vuol dire portare avanti una storia che non può essere interrotta, che non basta ricordare, ma che bisogna anche portare con impegno sul piano della realtà effettiva; una storia che rivive negli occhi dei giovani ai quali soprattutto Giovanni questa sera si è rivolto. Occhi in cui, seppure a quarant’anni di distanza, non smette di vedere quelli di Peppino.

A condurre il dibattito sono Stefano Tosetti, coordinatore di Libera Como, e Gino Marchitelli, scrittore e cantautore impegnato nella denuncia sociale. La serata si apre con il vivo desiderio di Giovanni Impastato di presentare a un pubblico, peraltro straordinariamente folto e straordinariamente ricco di visi giovani e giovanissimi, la storia di un uomo, suo fratello. Il film I cento passi è sicuramente riuscito a realizzare in pochissimo tempo quella missione che l’osservatorio della Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato e il Centro Impastato stanno portando avanti ormai da quarant’anni: raccontare la storia di Peppino. Il rischio di questo genere di film, così come delle serie tv incentrate su problemi di attualità, è quello di creare dei miti, delle icone irraggiungibili di fronte alle quali ogni giovane sente di poter dire: io non ce la farò mai. Il mito di Peppino è quindi un mito da sfatare, nell’accezione più buona del concetto: Peppino era di fatto un ragazzo concreto e completo, come tanti possono esserlo. La qualità fondamentale della sua figura è ancora oggi quella di riuscire a portare con sé un messaggio educativo che riesca a smuovere le nuove generazioni. L’accorata richiesta di Giovanni Impastato è rivolta infatti ai giovani presenti e ai loro coetanei assenti: non siate dei rammolliti. E’ un rischio quanto mai percepito in una società dove mancano in continuazione forti messaggi educativi rivolti ai giovani, una società in cui tutto è disimpegnato: l’arte, la musica, la televisione, lo sport, i social network. Per spiegarsi meglio l’autore racconta due episodi, che ha visto accadere nel corso della sua incessante attività volta a tenere vivo il messaggio del fratello: sono le storie di un ragazzo e una ragazza qualunque che hanno deciso di investire la loro vita nella lotta per un ideale, proprio dopo essere entrati a contatto con la storia di Peppino. A distanza di anni Giovanni racconta che le loro promesse sono state rese realtà con la fatica e l’impegno: non più un ragazzo e una ragazza qualsiasi, ma un giudice e una giornalista che credono nel loro lavoro. Perché la storia di Peppino, che ha saputo e voluto andare contro una corrente impetuosa, è una storia che sa ispirare i cuori assopiti e rammolliti dei giovani di oggi.

«Per risolvere i problemi bisogna uscire, incontrarsi e scontrarsi, riflettere sull’importanza del concetto di amicizia, avere a cuore il proprio territorio. Bisogna partire dal basso, guardandosi attorno per mettere a posto le piccole cose» è la forte provocazione di Giovanni Impastato ai presenti. Peppino così aveva fatto: il fratello racconta di come la morte dello zio, voluta dalla mafia, lo avesse segnato profondamente e avesse fatto sorgere in lui una forte consapevolezza ideologica che lo avrebbe portato poi a staccarsi dal padre, a sua volta coinvolto nell’attività di Cosa nostra. A 17 anni Peppino già partecipava alle battaglie pacifiste contro la guerra del Vietnam, invece che seguire con ansia le acrobazie circensi dell’Isola dei famosi, come molti dei giovani d’oggi amano fare. D’altra parte, Peppino era un figlio del suo tempo e, come sottolinea ironicamente Gino Marchitelli, i giovani di questa generazione al contrario della precedente sono degli sfortunati cronici. Soffrono cioè la sfortuna di vivere immersi in una società disimpegnata, sotto ogni punto di vista. Ma non basta come scusa. Anzi, è proprio per questo che non bisogna dimenticare chi come Peppino ha saputo lottare per degli ideali, per delle convinzioni forti e vitali. I giovani devono imparare ad avere una criticità maggiore nell’analisi del mondo che li circonda, devono sapersi difendere dalle parole vuote dei social network e dagli sterili messaggi della televisione, andando sempre alla ricerca di valori veri, alla ricerca della verità. Soprattutto non devono arrendersi in un momento così fragile per la nostra democrazia, i cui spazi si riducono sempre di più. Perché, sottolinea con l’ardore di chi lotta da quarant’anni Giovanni Impastato, i mezzi per salvare la nostra democrazia allo sbaraglio ci sono ancora. A fargli paura, sostiene, non è tanto la rassegnazione, quanto l’indifferenza, che già Gramsci paventava. «I giovani rassegnati fanno paura perché non sentono il bisogno della verità», spiega Giovanni, ma è proprio per la verità che persone come Peppino si sono battute per tutta la vita e che ancora oggi bisogna battersi.

E la verità è che la mafia NON è invincibile. È vero, negli ultimissimi anni la sua struttura è cambiata radicalmente: Giovanni Impastato spiega che oggi la mafia si configura come una mafia borghese, una mafia finanziaria ben diversa da quella che ha ucciso suo fratello, ma germogliata dalle medesime radici. Ancora più forte è l’accusa dell’autore quando sostiene ciò che tutti devono sapere, che la mafia è nel cuore dello Stato e che l’unico motivo per cui ancora non siamo riusciti a debellarla è la mancanza di una precisa volontà politica in questa direzione. Nel passato più volte il nostro paese è riuscito a liberarsi di altri movimenti anti-stato: il brigantaggio ottocentesco, gli attentati terroristici alto-atesini, la banda Cavallero o le Brigate Rosse. Il punto è che la mafia non può essere definita come un fenomeno anti-stato: essa non lo è mai stata, ma è anzi profondamente invischiata in particolari ambiti di questo (gestione degli appalti, del denaro pubblico, persino della politica). Allora è indispensabile ricordare le parole di Giovanni Falcone, per farci forza, per convincerci che «La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine».

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Un altro tema sta particolarmente a cuore a Giovanni Impastato, un tema sotteso a tutta la sua attività e al sacrificio di suo fratello. Si tratta del concetto di legalità, che ultimamente sembra essere concepito dai cittadini italiani solamente come un insieme di doveri necessari al mantenimento di un organismo sociale funzionante. Ma la legalità è molto più di questo, perché essa prende piede dalla consapevolezza di quello che i doveri di ciascuno comportano e di ciò che li rende necessari. «La legalità – dice l’autore –  è rispetto dell’uomo e non delle leggi, che senza l’uomo restano parole vuote. È rispetto della dignità umana». Ed è per questo che bisogna saper guardare all’attualità con un occhio critico in grado di discernere tra ciò che davvero può portare a un cambiamento, perché non sempre l’obbedienza è una virtù: qualcosa che Peppino ha dimostrato con la sua intera esistenza.

Giovanni Impastato chiude il suo discorso parlando di altre due figure fondamentali per la sua storia e quella di Peppino: il padre Luigi e la madre Felicia. A proposito del primo, in risposta ad una domanda dal pubblico, l’autore racconta le contraddittorie sensazioni di liberazione e dolore provate al momento della sua morte, anch’essa, come quella di Peppino, voluta da Cosa Nostra. Perché anche se lo scontro generazionale con i figli, e con Peppino in particolare, ha segnato profondamente i loro rapporti, l’affetto non è mai venuto meno. Luigi ha smesso di essere un mafioso nel momento stesso in cui ha deciso di salvare il figlio Peppino, perché in quel momento ha rinunciato ad uno dei principi cardine di qualunque organizzazione mafiosa, ovvero che essa viene prima di qualsiasi cosa, persino prima della famiglia. E poi c’è Felicia, una donna in grado di rompere i meccanismi mafiosi col semplice aprire le porte di casa a tutti dopo i funerali di Peppino, nonostante la tradizione ne imponga la chiusura per lutto. Una donna in grado di non odiare il nemico e di amare la giustizia. È lei a dire a Giovanni che bisogna andare avanti e bisogna continuare a raccontare la storia di Peppino e che quando loro non ci saranno più saranno i suoi figli e poi i suoi nipoti a raccontare, a tenere aperta Casa Memoria che ormai è parte del patrimonio culturale italiano, un luogo di memoria e divulgazione della verità.

La serata si conclude con l’esibizione musicale di Gino Marchitelli, che presenta al pubblico una sua canzone scritta in onore di Peppino e lo lascia col fiato sospeso, mentre le parole del ritornello riecheggiano per un istante sulle teste dei molti presenti, prima che ciascuno si alzi e torni a casa: «Guardo il cielo e penso: chi sa se domani, chi sa se qualcuno si ricorderà di me. Il mio nome è Peppino». [Martina Toppi, ecoinformazioni]

On line sul canale di ecoinformazioni anche tutti gli altri video di Martina Toppi degli altri interventi della serata.

 

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Informazioni su MartinaToppi

Alla ricerca disperata di qualcosa da raccontare, lo trovo sempre nel posto meno sospetto. Aspirante giornalista (se fosse il New York Times non piangerei nemmeno troppo), correntemente provo a scrivere poesie e studio lettere antiche all’UniMi, sogno di scrivere un libro che stia sugli scaffali. Mi trovate anche su @LaCasadellaPoesiadiComo a gestire #LeApidell’Invisibile e su @Ecoinformazioni a raccontare cosa accade per Como o a parlare di scrittura su #Taraxacum. “I chose the road less traveled by/ and that has made all the difference.” R. Frost

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Questa voce è stata pubblicata il 2 febbraio 2018 da in antimafia, libri con tag , , , , .

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