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Gianfranco Giudice/ Sinistra e centro-sinistra sconfitta da svuotamento

Nel tempo veloce della rete, dove oramai si giocano perlopiù le campagne elettorali e l’agire politico dei leader, provare a fissare qualche punto di riflessione dopo le elezioni del 4 marzo appare impresa difficile. Tutto passa e si consuma sempre più rapidamente che sembra di scrivere sull’acqua, forse anche per questo oggi il luogo della politica per eccellenza sono i social con il loro flusso ininterrotto di stimoli e risposte e poco spazio e tempo per pensare meglio agli eventi che si succedono. Luogo i social dove nascono, si sviluppano e muoiono anche le proposte politiche. 

Gli stessi leader sono ormai fagocitati  velocemente dal circo/circuito  politico-mediatico-elettorale, che immaginare un ciclo politico per ogni singolo leader più lungo di qualche anno, al massimo da una elezione all’altra, sembra pura illusione. In Europa l’unica eccezione è Angela Merkel, ma è la classica eccezione che conferma la regola, perché la cancelliera tedesca è un politico con le radici nel ‘900, seppure approdata da protagonista nel XXI secolo. Le elezioni del 4 marzo 2018 in Italia segnano forse la fine della leadership di Matteo Renzi nel Partito democratico (un dubbio sul suo futuro può restare vista l’età), ovvero di un capo politico che per meno di cinque anni è stato alla guida del PD. Un tempo era nulla, oggi cinque anni sono una eternità in politica. Se pensiamo che in politica il tempo e i tempi sono tutto, allora ci rendiamo conto che stiamo parlando di una rivoluzione enorme nel concetto stesso di politica in questo secolo. Pensiamo in proposito alla vicenda francese da Hollande a Macron, oppure a quella statunitense da Obama a Trump. Le elezioni politiche di marzo in Italia segnano il tramonto definitivo della cosiddetta Seconda Repubblica e l’inizio, seppure ancora denso di incognite, della cosiddetta Terza Repubblica. Insistiamo sull’aggettivo “cosiddetta”, perché l’Italia nonostante tutto continua ad essere la Repubblica parlamentare  delineata dalla Costituzione del 1948. Quel che tuttavia è mutato profondamente è il corpo vivo dell’Italia, seppure ricoperto dal vestito costituzionale di settant’anni fa. La cosiddetta Terza Repubblica nasce con le elezioni politiche del 2013 all’insegna della tripolarizzazione, che sostituisce il bipolarismo tipico della Seconda Repubblica, grazie al movimento di Grillo che alle prime elezioni in cui si presenta conquista in un colpo solo un quarto dell’elettorato. Il 4 marzo quella tendenza si consolida con i tre poli del centro-destra, del movimento 5 Stelle e del Partito democratico, più qualche residuo alla sinistra del PD. Da segnalare anche l’arcipelago neofascista rivitalizzato, seppure costituito da molti frammenti,  alla destra del centro-destra. Quel che però il risultato elettorale del 4 di marzo ci consegna, mostra una dinamica che pare assai diversa dall’apparenza immediata. Sotto la pelle del tripolarismo, sembra stagliarsi altro, perché la coalizione di centro-destra arrivata prima alle elezioni diventa a guida leghista. Potenzialmente con il tramonto berlusconiano il vecchio “popolo delle libertà” più la Lega, che ha tolto l’aggettivo “nord”, potrebbe diventare un partito unico nazionalista e popolare, con un fortissimo insediamento nel settentrione, ma con una presenza rilevante anche al Centro e nel Sud. Siamo lontani anni luce dalla Lega Nord di Umberto Bossi e Roberto Maroni con la mitica Padania, che infatti con Matteo Salvini diventa solo Lega, possibile catalizzatore di una Lega nazionale in grado di assorbire tutto quel che rimane del centro-destra.  Il Movimento 5 Stelle è il primo partito, con circa un terzo degli elettori, che al Sud diventano circa la metà. I 5 Stelle come Lega Sud? Anche, ma non solo, perché la loro presenza è nazionale. Si tratta di una formazione politica che ha raccolto negli anni fette consistenti dell’elettorato di sinistra e del PD in particolare, fino a diventare di fatto uno dei maggiori collettori di quello che fu il “popolo della sinistra”. Un altro pezzo di quel popolo ha invece dato il proprio voto alla Lega di Salvini. La sconfitta della sinistra/centro-sinistra nelle elezioni del 4 marzo non avviene per le sue divisioni, come è accaduto tradizionalmente, bensì per lo svuotamento del suo bacino elettorale, fatto ben più drammatico e carico di conseguenze sul lungo termine.

Lega e 5Stelle sono due partiti nazionalisti ed antieuropei, inizialmente addirittura favorevoli all’uscita dall’euro, su cui i 5 Stelle minacciavano un referendum (impossibile). La vulgata chiama questi due partiti “populisti”, associandoli all’ondata europea così definita; si tratta tuttavia di una scorciatoia verbale, perché il termine “populismo” nella realtà dei fatti sta per “popolo”, ovvero milioni di persone che di fronte a problemi enormi e irrisolti sul piano sociale ed economico, chiedono risposte che le tradizionali politiche di governo non riescono più a dare. I partiti di massa della prima repubblica, innanzitutto la DC e il PCI, raccoglievano il consenso di milioni di elettori e avevano centinaia di migliaia di iscritti, moltissimi dei quali sarebbero definiti oggi da chi ha la puzza sotto il naso nella sinistra/centro-sinistra, come “populisti”. Pensiamo in proposito ai milioni di persone e militanti che popolavano le Feste dell’Unità in ogni angolo d’Italia, a quello che pensavano e dicevano anche contro i loro stessi partiti di riferimento. Quei partiti oggi non potrebbero esistere più per ragioni storiche, tuttavia resta aperta la questione oggi come allora di convogliare ed inserire dentro una logica realistica e di governo anche le spinte popolari (più che populiste) più radicali ed estremiste, o almeno una buona parte di esse. Questo è quello che fece la Democrazia cristiana con le spinte di destra e il Partito comunista con le spinte di sinistra, perché fossero incanalate nel gioco democratico. Oggi il contesto è assai diverso, più complesso, perché le tradizionali politiche di redistribuzione socialdemocratiche o di ispirazione cattolica e solidarista hanno scarsissimo filo da tessere sul fronte della spesa pubblica con i vincoli europei; tuttavia è qui il punto cruciale da affrontare, anche di fronte alla sfida radicale mossa dal  Movimento 5 Stelle nei confronti dei meccanismi della democrazia rappresentativa (democrazia diretta, vincolo di mandato e altro ancora), oggettivamente in crisi ovunque.

Nelle ultime elezioni  la bomba dell’immigrazione ha chiuso il cerchio di una miscela esplosiva su cui senza dubbio tanti apprendisti stregoni hanno giocato con successo le loro fortune elettorali.  Dopo le elezioni e la propaganda arriva tuttavia inesorabile  per tutti il tempo delle risposte e del realismo. E’ un fatto tuttavia che chi ha governato il paese negli ultimi cinque anni, il Partito democratico, non è riuscito a coniugare insieme il realismo del governo, la fatica del trovare soluzioni ai problemi materiali di tante persone nel contesto degli stringenti vincoli e compatibilità europei, con le ansie e le paure dei ceti popolari che tradizionalmente la sinistra in tutte le sue sfumature non può non rappresentare e ascoltare. Mentre a sinistra nell’ultima campagna elettorale si accendeva l’ennesimo duello tra PD e LeU sul popolo della sinistra e su dove questo fosse andato, essendosi allontanato (per la verità da anni) dai soggetti politici di riferimento, molto di questo popolo o ex popolo della sinistra aveva già fatto le proprie scelte elettorali a favore dei 5 Stelle  e anche della Lega. Mentre a sinistra si discuteva di fascismo e antifascismo, col rischio di attribuire l’etichetta di “fascista”, “intollerante” e “xenofobo” a chiunque avanzasse dubbi sulla gestione delle politiche per l’immigrazione e l’integrazione praticata negli ultimi anni in Italia (oltre i due terzi dell’elettorato del 4 marzo), fette rilevanti di quel che fu il popolo di sinistra che vive nelle periferie e nei quartieri popolari (non populisti!) più difficili delle città (il PD e la sinistra hanno i loro più saldi insediamenti elettorali tra il ceto agiato dei quartieri più ricchi delle aree urbane), i cittadini che conoscono direttamente i costi sociali di una cattiva politica sull’immigrazione, si erano già stabilmente orientati politicamente su 5 Stelle e la  Lega.  Al Sud la parola d’ordine del reddito di cittadinanza dei 5 Stelle, per quanto propagandistica, ha toccato i nervi scoperti di una vera e propria bomba sociale: la mancanza di lavoro e la disoccupazione giovanile a livelli drammatici. Il ragazzi più giovani,  se sono andati a votare, hanno votato in massa il movimento fondato da Grillo, i neoelettori quasi tutti; quale partito può pensare di costruire una prospettiva senza il consenso dei ventenni? Le elezioni del 4 marzo ci consegnano dunque un paese in cui una fetta rilevante dell’elettorato della sinistra è con i pentastellati. La materialità delle questioni sociali ed economiche  ha portato a questo, non una generica questione culturale e sovrastrutturale. Pensare di combattere le pulsioni razziste, di intolleranza e xenofobia esistenti e pericolose con una semplice battaglia delle idee è pura illusione, perché quelle spinte hanno radici profonde nelle condizioni materiali di vita delle persone, nelle loro ansie e paure, nei problemi reali legati alla vita quotidiana, o si affrontano quelle questioni con risposte realistiche e immediatamente percepibili, oppure la partita è persa. Che la sinistra sia diventato un puro luogo dello spirito e un mondo delle idee, e non più visione materialistica della storia, è davvero paradossale!  Insomma l’Italia dentro l’Europa nell’epoca della piena globalizzazione dei mercati, come risponde alle domande e ai bisogni materiali di milioni di donne ed uomini che vedono minacciate le loro condizioni materiali di vita? Oppure non vedono addirittura alcuna prospettiva per il loro futuro, come milioni di giovani precari o disoccupati, in particolare del Sud? A tutto questo possono dare risposta Lega e 5Stelle? Forse no, perché la campagna elettorale ad un certo punto finisce, però se una politica riformista, socialista, socialdemocratica, democratica e progressista, per usare  termini del passato che forse oggi rischiano di non dire più nulla, non si farà carico delle ansie e delle domande dei milioni di italiani che non hanno votato sinistra, centro-sinistra e PD in particolare, allora non c’è davvero futuro per chi viene dalla storia del movimento operaio e del cattolicesimo democratico (l’Ulivo che fu). Non c’è storia, perché saranno altri a portare avanti quelle bandiere, seppure dentro un orizzonte culturale e ideale totalmente diverso. Tuttavia anche la politica, come la natura aborre il vuoto. Per questo dopo il 4 marzo, sarebbe un vero e proprio suicidio politico per il centro-sinistra e il PD in particolare, chiudersi in un dibattito autoreferenziale, indifferente a quel che succede attorno, e non raccogliere la sfida nuova che le ultime elezioni hanno aperto. La sfida del governo che dà risposte ai problemi veri delle persone che si intende rappresentare, e se molte di queste persone oggi si sentono rappresentate da un soggetto strano ed alieno come i 5 Stelle, ebbene la sfida della politica, del fare politica come diceva Palmiro Togliatti (che nel 1936 fece un appello ai “fratelli in camicia nera” e dopo le elezioni del 1946, come ha ricordato Massimo D’Alema,  il leader comunista dialogò con Guglielmo Giannini, fondatore del Fronte dell’Uomo Qualunque da cui deriva il termine “qualunquismo”), deve andare in quella direzione, aprendo un confronto di merito con quel soggetto politico, piuttosto che reagire alla sconfitta come i bambini che quando perdono a calcio se ne vanno col pallone, o addirittura lo bucano, oppure sedersi sulla riva del fiume e attendere che passi il cadavere del nemico, col rischio di finire tutti in un cimitero. In politica l’unica variabile indipendente è la politica, sempre.

 

Post scriptum disincantato. Quale sarà il prossimo governo in Italia è un’incognita, però vale la pena riflettere sul fatto che la Spagna cresce più di noi con un governo di minoranza, il Portogallo vive una straordinaria ripresa con un governo nato da un accordo tra due forze politiche di sinistra ostili alla Nato e all’euro, in Grecia Tsipras da fiero oppositore dell’Ue governa come fedele esecutore dei suoi dettami, il Belgio è rimasto senza governo per tanto tempo diminuendo il suo debito pubblico, in Olanda ci sono voluti 225 giorni per fare un governo, e in Germania sei mesi, con la riedizione della grande coalizione prima sconfessata dalla Spd. Quasi quasi viene da chiedersi se serva davvero un governo subito o basti il pilota automatico in attesa del governo che verrà, il cui colore politico tutto sommato sarà indifferente.  [Gianfranco Giudice per ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 11 marzo 2018 da in Politica.

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