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“I’m your Man”: Belcastro e Poggioni con Leonard Cohen

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I grandi artisti non muoiono mai. Cinema e teatro piangono la recente dipartita di Ermanno Olmi, Paolo Ferrari e Paolo Taviani, fratello di Vittorio. Della riproducibilità tecnologica dell’opera d’arte ha diffusamente scritto Walter Benjamin già nel 1936 (Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, edito in Italia da Einaudi), nei suoi aspetti positivi e in quelli negativi. Non bisogna però dimenticarsi dell'”altro” modo per tenere viva la sensibilità poetica di chi non c’è “fisicamente” più, e cioè quella del tributo, mai identico alla versione originale dell’artista e della sua opera, ammesso di versione ne esista una sola, una “versione Alfa”  (e spesso non è così, o se ne è persa ogni traccia), mai però impoverito, perché ogni opera d’arte è frutto di contaminazioni e suggestioni, della somma di introspezione e di ispirazioni esterne, a volte trascendentali e mistiche, a volte materiali e sensoriali, a volte universali e a volte, viceversa, strettamente personali.


Proprio questa dualità, questa tensione tra opposti, segna tutta l’arte, tutta la persona di Leonard Cohen E due sono gli artisti che hanno reinterpretato, venerdì 4 maggio all’auditorium di San Vito a Lipomo, la grandezza di un uomo che conteneva moltitudini, che i più ricorderanno come il cantautore di Suzanne e Hallelujah (tra le altre) ma che è stato anche poeta e romanziere, rubacuori e attivista, ebreo, ma di un ebraismo fuori dagli schemi, viaggiatore e profeta, inesauribile fonte di ispirazione poetica, letteraria e musicale.

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Non è la prima volta che Christian Poggioni, attore, e Marco Belcastro, musicista, portano sulla scena un tributo di una grande personalità dell’arte del Novecento: nello stesso teatro, appena cinque mesi fa, il duo aveva rappresentato il suo spettacolo La buona novella, dedicato all’omonimo disco di Fabrizio De André, altro “cantautore ma non solo” che segna questo sodalizio artistico, nuovamente inscenato  a  Lipomo con la collaborazione dell’associazione Il poeta sognatore Simon pochi mesi fa.
Moltissime le affinità caratteriali e biografiche tra il canadese e il genovese, nati a distanza di soli sei anni l’uno dall’altro. Entrambi segnati da un carattere introverso, ma inguaribilmente assetati di relazioni umane, spinti e lacerati da un’irrisolvibile tensione tra sensualità e spiritualità, entrambi naturalmente vicini a figure in qualche modo neglette, fraintese, disprezzate dai benpensanti benché portatrici di un messaggio superiore, o forse proprio per questo motivo. Del resto,  proprio De André contribuì in modo significativo a far conoscere e apprezzare Cohen al pubblico italiano, con le canzoni Suzanne, Nancy, Giovanna d’Arco [Joan of Arc], La famosa volpe azzurra [Famous blue Raincoat], tradotte in italiano per avvicinarsi alla sensibilità di un pubblico ancora poco avvezzo alla lingua inglese (anche Francesco De Gregori e altri italiani, comunque, attingeranno al repertorio coheniano a più riprese, per cover o per citazioni artistiche); scelta mantenuta da Belcastro per le esecuzioni degli stessi brani, che hanno intervallato la densa narrazione “auto”biografica condotta in prima persona da un Poggioni vestito come il garbato, elegante Leonard Cohen negli anni della maturità: completo blu, camicia color amaranto, l’immancabile cappello in testa, le movenze compite ma vitali dell’anziano gentiluomo.

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Chi era, dunque, Mr Leonard Cohen? Proveniente una famiglia ebraica polacco-lituana discendente del sacerdote Aronne (l’etimo di Cohen/Coen è appunto quello di “sacerdote”), non completamente laica (anzi “tecnicamente” ortodossa), ma colta e liberale, nasce a Westmount, quartiere anglofono e benestante della Métropole canadese, il 21 settembre 1934. Tornerà di frequente nella sua città, a cui è profondamente legato, e in cui trascorrerà momenti importanti per la sua formazione di artista e di uomo. Tuttavia, già da giovanissimo è attraversato da una certa irrequietezza, che lo porta a intraprendere diverse attività e ricercare freneticamente incontri nuovi e stimolanti alla ricerca (o all’evasione?) di sé, da cui trae ispirazione per i suoi scritti.
La prima grande cesura dalla sua vita di giovane intellettuale blasé è a Londra, grazie a una borsa di studio, seguirà l’ancor più significativa svolta dell’isola greca di Hydra, dove trascorrerà (non ininterrottamente)  buona parte degli anni Sessanta, scrivendo e pubblicando con successo poesie e romanzi in cui ricorrono elementi autobiografici e, per l’epoca, piuttosto espliciti. Piccola, remota e spartana, Hydra consentirà comunque a Cohen di incontrare numerose personalità influenti dell’arte e della letteratura, oltre che uno dei suoi più grandi (non pochi) amori: Marianne Ihlen, modella norvegese a cui poi dedicherà So long, Marianne e con cui sembrerà stringere una connessione “telepatica” che non si esaurirà con la fine della relazione, e che culminerà con la scomparsa a breve distanza dell’una e dell’altro, lei nel luglio e lui nel novembre del 2016. Non è dato contare le amanti e gli amori di Leonard Cohen, certo Marianne Ihlen non fu una tra le tante, ma una donna speciale, con cui il poeta e cantautore visse una discontinua convivenza per una decina di anni. Saputo della malattia dell’antica amata, Cohen riesce, due giorni prima della morte di lei, a recapitarle una profetica lettera che recita:
“our bodies are falling apart and I think I will follow you very soon. Know that I am so close behind you that if you stretch out your hand, I think you can reach mine“. [I nostri corpi si vanno sgretolando e penso che ti seguirò presto. Sappi che ti seguo da così vicino che, se tendi la mano, credo che tu possa raggiungere la mia].

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Lasciata la Grecia, Leonard Cohen, ormai inserito – a suo modo – nei turbolenti circoli intellettuali e artistici degli anni Sessanta, alloggia al rocambolesco Chelsea Hotel di New York, tra un incontro illustre e l’altro, di amante in amante (Chelsea Hotel celebra l’avventura con Janis Joplin), indulgendo in alcool e stupefacenti e affermandosi, ormai trentatreenne, come musicista (apprezzato soprattutto in Europa) oltre che come scrittore. Il primo album, Songs of Leonard Cohen, risale infatti al 1967: è l’amica Judy Collins, cantante, che lo incoraggia a intraprendere la carriera musicale, di cui Suzanne, dedicata a una giovanissima amica, rappresenta un celebre “battesimo” . I suoi versi riflettono i vissuti e gli incontri personali, ma si arricchiscono di numerosi riferimenti culturali e religiosi, antichi, moderni o tra i suoi contemporanei, che rivelano un appetito insaziabile per la conoscenza e una finissima intelligenza emotiva; senza contare un’attenzione ai cambiamenti politici attraversati dalla società del suo tempo, filtrata da uno sguardo spesso ironico, talvolta perfino cinico ma mai privo di humour. Una delle sue opere di maggior successo, Hallelujah, è frutto di un lavoro di cesellatura durato anni e anni. Nel frattempo, sperimenta: donne, strumentazioni, metrica, droghe, periodi di intensa depressione. Fanno discutere alcune sue esibizioni: in un momento di delirio, saluta il pubblico tedesco con il braccio teso nazista, gelando la platea, organizza spettacoli per i pazienti di ospedali psichiatrici, a Vienna, trovatosi privo di chitarre in scena per un disguido, invita il pubblico a procurarsi i propri strumenti: suoneranno con quelli. Ama Joni Mitchell, ma è rifiutato da Nico, partner artistica dei Velvet Underground di Lou Reed, collabora con diversi artisti, frequenta Andy Warhol e la sua cerchia, negli anni Settanta ha due figli, Adam e Lorca, dalla compagna Suzanne Elrod (non quella della canzone: un’altra). Si dedica alla musica fino all’ultimo: l’ultimo album, You want it darker, precede di appena un mese la sua scomparsa, avvenuta in seguito a una caduta all’età di ottantadue anni, nella sua casa di Los Angeles.

Ci si chiede, nella ricerca di verità di Leonard Cohen, mirabilmente condensata nelle parole e nella musica del sodalizio Poggioni-Belcastro, se contasse di più il percorso oppure il risultato. Decenni di avventure e poi la parentesi ascetica in un monastero buddhista nei pressi di Los Angeles (restando comunque, per nascita e per vocazione, un ebreo, benché sensibile ad altre credenze) e ancora Cohen non ha una risposta. All’improvviso, la rivelazione arriva sul palcoscenico del Caesar’s Palace di Las Vegas, nel dicembre 2010. Leonard Cohen ha ormai 76 anni. Esita, prima di entrare in scena. Le coriste attaccano l’apertura di Tower of Song. E la risposta, scopre il poeta, era tanto facile, e stava tutta lì.

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Like a bird on the wire,
like a drunk in the midnight choir,
I have tried,
in my way,
to be free.
[Bird on the wire]

[Alida Franchi, ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 8 maggio 2018 da in arte, musica, Senza Categoria, teatro con tag , , .

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