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Now festival 2018/ “Il futuro per chi?”


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“Il futuro per chi?”, quarto e ultimo incontro dell’edizione 2018 di Now – festival del futuro sostenibile si è tenuto nel cortile dell’Ostello Bello di viale Fratelli Rosselli 9 a Como. Sono intervenuti come relatrice e relatore Giulia Rivellini, docente di demografia e statistica dell’Università cattolica del Sacro cuore di Milano –  scuola di scienze politiche e sociali e Stefano Arduini, direttore di Vita non profit. Tra il pubblico, circa quaranta persone.
Un discorso onesto sullo sviluppo di un futuro “sostenibile” non può prescindere da un’analisi attenta della composizione della società attuale e delle trasformazioni in cui essa, verosimilmente, incorrerà negli anni a venire. La popolazione italiana è già segnata da profonde disuguaglianze, sia dal punto di vista “spaziale” (il sud è svantaggiato rispetto al nord, e le aree rurali o periferiche rispetto ai centri urbani), sia da quello antropologico: per fare qualche esempio, le donne, le persone con disabilità, i nuclei familiari “integri” sono più a rischio di marginalità, rispettivamente, degli uomini, delle persone senza disabilità, dei nuclei monofamiliari. La sua evoluzione, veicolata  da meccanismi demografici in qualche misura “naturali” ma anche dal progresso tecnologico, non contrastata da un intervento politico mirato, rischia di acuire tali disparità. Rivellini ricorda come la società italiana, che è già tra le più longeve del mondo, stia andando incontro a una contrazione delle nascite, peraltro posticipate come conseguenza del fatto che l’indipendenza economica e la costruzione di un progetto familiare avvengano a un’età mediamente più avanzata di quella delle precedenti generazioni. I giovani esitano a lasciare la casa dei genitori in mancanza di una fonte stabile di reddito o di un percorso educativo avanzato, mentre si allarga (soprattutto nel sud, ma con percentuali non indifferenti anche al nord) il preoccupante fenomeno dei Neet, acronimo di Not in education, employment or training, “non [inserito/a/i/e in un contesto di] educazione, impiego o formazione”. Anche quando i giovani sono impegnati in questo tipo di attività, sembra emergere una certa frammentazione, da un lato (in altre parole: precariato), sia un’alta “staticità” sociale, per la quale i/le figli/e di laureati/e tendono a raggiungere più alti livelli di specializzazione accademica, e il livello di benessere, in senso almeno relativo, tende a replicare quello del nucleo familiare d’origine, secondo quello che Arduini definisce, con riferimento alle sacre scritture, “effetto San Matteo”, in una direzione di sempre maggior “polarizzazione” della ricchezza.
Il rapido invecchiamento della popolazione italiana (ed europea) ne trasforma la composizione demografica e il suo tasso di ricambio generazionale, che è in diminuzione alla base (nascono meno bambini, da genitori in età più avanzata), ma che cambia anche al “vertice”: più persone anziane, più longeve, ma comunque bisognose di cure e di assistenza . Da questo punto di vista, l’immigrazione (soprattutto quella femminile) rappresenta, oggi – forse ancor più “domani” – un’importante risorsa di manodopera. Più in generale, lo stesso fenomeno compensa l’invecchiamento della popolazione italiana, ma soltanto in parte, poiché anche dopo l’inversione del saldo migratorio (da “paese di emigrazione” a “paese di immigrazione”) sono molti i giovani italiani che cercano migliori opportunità all’estero, perpetuando quello che viene definito brain drain, tradotto in italiano come “fuga di cervelli”.
Dal punto di vista mediatico e politico, Arduini rileva una certa reticenza a combattere le disuguaglianze in modo efficace: il governo uscente (i governi uscenti?) avrebbe investito sui suoi aspetti meno dispendiosi, più facilmente gestibili, forse anche meno “scomodi” da ammettere e da affrontare; là dove l’evidenza non poteva essere negata, si è preferito usare termini in qualche misura più specifici, come “povertà” (che è l’altra faccia di un’eccessiva concentrazione della ricchezza) o “marginalità”, problemi comunque reali, la cui gestione è stata in buona misura affidata al terzo settore («che pure risente, a livello locale, di un “effetto San Matteo”», commenta il direttore di Vita). Più che delle cause delle disuguaglianze, inoltre, si parla delle sue conseguenze, e con un atteggiamento spesso fatalista o auto-contraddittorio (a poco vale l’erogazione di un reddito di cittadinanza, se abbinato alla flat tax). Alcune trasformazioni importanti sono già avviate ma non ancora decollate, prima fra tutte l’automazione dei processi produttivi, che secondo il Fmi comporterà una contrazione di 800 milioni di posti di lavoro nel mondo, consentendo una crescita del Pil e una maggior omogeneità tra i valori medi  dei redditi nazionali pro capite, ma anche un’ulteriore concentrazione della ricchezza entro le singole nazioni. Nello specifico caso italiano, questo inciderà su una società mediamente anziana (soprattutto nel Sud), con livelli d’istruzione e/o specializzazione professionale probabilmente più bassi di quelli attuali (per effetto combinato del fenomeno neet, del basso tasso di formazione avanzata, del precariato) e già segnata dalle già menzionate sperequazioni sociali, che vanno assottigliando la “classe media”. Le conclusioni del quarto incontro di quest’edizione di Now sono analoghe a quelle già espresse da Reyneri nel corso del primo: l’automazione non è evitabile, né da sottovalutare nelle sue ricadute, né positive né negative, ma perché il livello di benessere (non soltanto di “ricchezza materiale”) della popolazione possa mantenere livelli dignitosi e, possibilmente, non troppo asimmetrici, sarà necessario un intervento politico e gestionale (e forse, ipotizza Rivellini, anche valoriale) che rimane, almeno per i prossimi decenni, una prerogativa umana. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 26 maggio 2018 da in Lavoro, Società, Sostenibilità con tag , , , , , , .

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