Amanda Cooney/ La storia di Salifu

Amanda Cooney, attivista per i Diritti umani, ha intervistato Salifu il ragazzo vittima insieme a Yusupha di una campagna razzista a Como.

Salifu mi racconta la sua storia nella lingua che preferisce. E la lingua che lui preferisce è l’italiano. Si sente più a suo agio, ha più familiarità con questa lingua che con quella che credevo fosse la nostra lingua condivisa, l’inglese. Si spiega agilmente in questa lingua, esprimendo i propri pensieri e sentimenti in modo preciso e fluente, con il cuore. La parola “cuore” compare più volte quando racconta dei tumultuosi eventi che lo hanno portato a lasciare la sua terra d’origine, il Gambia, e ad arrivare nella sua nuova patria, l’Italia. Parla con affetto della sua nuova casa. Gli piace Como – «Mi sento bene qua». Ed è in Italia che spera di costruire il suo futuro. Le sue parole sono piene di speranze, di sogni e di ambizioni.

Con in mente A Christmas Carol di Charles Dickens, gli chiedo di parlarmi del suo passato, del suo presente e del suo futuro, con le sue stesse parole. E di dire il poco o il tanto che vuole. È “un fiume in piena” – un torrente di parole ed emozioni. Mentre parla, sorride timidamente, un sorriso che a volte si allarga in una raggiante espressione di gioia, quando ricorda le persone che lo hanno aiutato durante il suo viaggio. Di contro, gli si aggrottano le sopracciglia e i suoi occhi si spalancano increduli mentre parla delle persone che non lo hanno aiutato, delle persone che per un motivo o per un altro – che si tratti di amore per il denaro, totale indifferenza, burocrazia, servilismo – hanno fatto tutto per tenerlo in un limbo di proporzioni dantesche. Sarebbe decisamente riduttivo dire che a Salifu sono successe cose brutte nei suoi venticinque anni su questa terra. Come antidoto a potenziali sentimenti di disperazione nichilistica di fronte alla disumanità dell’uomo verso i suoi simili, faremmo bene a riflettere sul potente messaggio che ci da un certo Mr Rogers, popolare conduttore televisivo ed educatore americano:

«Quando ero un ragazzo e alla televisione mi capitava di vedere cose che mi spaventavano durante notizie, mia madre mi diceva: “Concentrati su chi da il suo aiuto. Troverai sempre persone che portano il loro aiuto.” Ancora oggi, soprattutto quando succedono delle catastrofi, ricordo le parole di mia madre e mi sento sempre sollevato nel rendermi conto che ci sono ancora così tanti che aiutano, così tante persone premurose in questo mondo. »

Il passato “recente” di Salifu

Salifu fu posto all’attenzione pubblica locale il 5 giugno 2018 a Como, quando lui e altri tre richiedenti asilo africani (un altro ragazzo gambiano e due nigeriani) furono giudicati colpevoli di aver picchiato due autisti degli autobus di linea locale Asf. Lui e il suo connazionale, Yusupha Ceesay, furono condannati a una dura pena detentiva di ben ventuno mesi. Il loro caso fu poi portato dai loro instancabili avvocati, al giudizio della Corte d’Appello di Milano, alla fine del novembre del 2018, quando i giudici ribaltarono la sentenza di primo grado del tribunale di Como (fatto assolutamente insolito, su richiesta dello stesso Pubblico Ministero), con la motivazione che i metodi usati dalla polizia per identificare gli aggressori, in quel fatidico giorno di giugno, in una calda, appiccicosa, intollerante Como, quando due uomini gambiani si trovarono con addosso degli abiti del colore sbagliato, la pelle del colore sbagliato, nel posto sbagliato nel momento sbagliato, alla vetta dell’ascesa al potere di Salvini, lasciavano più di qualche legittimo dubbio. Una tempesta perfetta. Nella corsa a trovare i colpevoli e per compiacere l’uomo forte del momento nel Paese, qualsiasi uomo di colore andava bene. Era sufficiente ci fosse un uomo di colore – o due – dietro le sbarre.

«Noi esseri umani abbiamo esplorato il confine tra libertà e non libertà da molto tempo. Molto tempo fa, l’alternativa alla libertà non era l’imprigionamento ma la morte. Nei millenni che abbiamo trascorso come cacciatori-raccoglitori, non avevamo ne parole d’accesso ne prigioni. Nel tuo piccolo gruppo eri conosciuto e accettato da tutti, invece gli estranei erano sospetti.»
La libertà – Margaret Atwood.

La libertà

«Con così tanti disposti a morire nel suo nome, perché i cittadini di così tanti paesi occidentali sono stati disposti a rinunciare alle loro libertà, così duramente conquistate, con poco più di un impercettibile lamento? Solitamente è la paura. E la paura può presentarsi in molti modi: a volte è semplicemente la paura di non ricevere più una busta paga. Fintanto che i treni arrivano in orario e tu stesso hai un lavoro, perché fare storie se alcune persone qua e là vengono appese per i pollici.»
(Margaret Atwood)

Le prigioni italiane, come quelle americane, sono piene zeppe di detenuti neri. Una giornalista britannica che vive in Italia, mi ha fatto notare quanti italiani, specialmente nel nord del Paese, utilizzano questo fatto come prova che l’istinto criminale sia innato nelle persone di colore. Ha poi proseguito chiedendosi perché ci sono così tanti neri incarcerati in Italia. Sono sempre giudicati con un processo equo? Salifu e Yusupha no. E’ Il loro caso emblematico? E’ questa presenza così sproporzionata dei neri nella popolazione carceraria, dovuta al fatto che “fa il gioco di chi detiene il potere che ha bisogno di favorire le condizioni che creano dei mostri e sbatterceli in faccia, così noi stessi poi condivideremo il senso dello spendere per rinchiuderli?” come suggerisce Margaret Atwood?

Per la sua prigionia, Salifu incolpa un pacchetto di noccioline che, quella sera fatale, aveva comprato nel vicino supermercato, di fronte ai giardini, dove poi la polizia lo avrebbe fermato. Se non fosse andato al supermercato per comprare quelle noccioline, non avrebbe poi camminato nei pressi della locomotiva esposta nei giardini, esattamente nello stesso momento in cui la polizia stava cercando di individuare i sospetti. Aveva sempre cercato di tenersi alla larga da quella particolare zona dei giardini, dove gruppi di migranti neri africani senzatetto si ritrovano, a volte si ubriacano, a volte spacciano droga e generalmente “fanno casino” a sentire la gente del posto. Quel luogo voleva dire guai e Salifu lo sapeva.

Mentre camminava vicino all’immobile locomotiva, un agente di polizia in uniforme lo fermò.
«Ciao. Posso vedere i tuoi documenti?»
Sono le 21:00. È il periodo del Ramadan. Salifu non ha mangiato nulla per tutto il giorno. La sua unica preoccupazione è quella di riempirsi lo stomaco con le nutrienti noccioline.
«Posso mangiare e bere qualcosa? Sto digiunando per il Ramadan.»
«Potrai mangiare più tardi. Resta qui. Ti diremo di cosa si tratta più tardi, alla stazione di polizia.»
A quel punto, il cuore di Salifu inizia ad accelerare, battendo all’impazzata. Lui lo sa. Lui lo sa. Si chiede cosa abbia mai fatto.
 Gli viene quindi ordinato di salire sul sedile posteriore di un’auto della polizia, dove trova il suo amico Yusupha. In mandingo gli chiede «Perché sei qui?» Yusupha risponde «Non lo so».
Una volta alla stazione di polizia, gli prendono le impronte digitali e controllano i suoi documenti. Chiede ancora: “Perché siamo qui?»
«Perché stasera tu e i tuoi amici eravate su un autobus senza biglietti, avete picchiato due autisti e poi siete scappati.»
Gli occhi di Salifu si spalancano increduli.
«Non so di cosa stiate parlando. No. Mi dispiace. Forse state commettendo un errore.»
Le proteste di Salifu per la sua innocenza non sortiscono alcun effetto. Lui e Yusupha vengono rinchiusi in cella in attesa del loro processo.

I Processi

A Salifu viene assegnato un avvocato difensore che gli da la sensazione di non stare ad ascoltare la sua versione dei fatti. Lui cerca di concentrarsi sulla difesa del suo avvocato, ma lei parla in fretta e lui si sente perso, non ben difeso. Mi parla del suo cuore; di come inizia a battere forte nel suo petto – in modalità lotta o scappa. Tremante alza la mano e chiede al giudice di poter parlare:
«Non mi fido del mio avvocato. Non credo che stia riportando le cose come sono veramente andate», afferma, e chiede di essere difeso da un altro avvocato.

Salifu viene rimandato di nuovo in cella e insiste per parlare con la persona di cui più si fida, Serena, l’avvocato che l’aveva seguito precedentemente per le pratiche di immigrazione. Il giorno della prima udienza, il 21 giugno 2018, fortunatamente Salifu è difeso da Serena che si affianca ad un altro avvocato, Roberto. Un resoconto dettagliato del processo, dal mio punto di vista molto soggettivo (di una non italiana, senza alcuna esperienza in materia legale) da seduta nella galleria per il pubblico, può essere trovato qui: https://ecoinformazioni.com/2018/07/17/la-legge-e-uguale-per-tutti-ma-i-neri-sono-tutti-uguali/

Alla domanda di come ha vissuto il processo dal suo punto di vista, sospira e fa una pausa prima di lanciarsi in uno sfogo appassionato: «Ho visto nel mio cuore che il giudice e i due autisti di autobus non volevano dire la verità. Mi sono reso conto di questo, quando il giudice ha detto all’autista dell’autobus di voltarsi, guardarmi e di dire senza ombra di dubbio che io ero sull’autobus quel giorno. L’ho guardato dritto negli occhi, ma né il giudice né l’autista mi hanno guardato direttamente. Quando qualcuno non riesce a guardarti negli occhi, significa che sta mentendo. Ero ammanettato a Yusupha, gli ho fatto un gesto e gli ho detto in mandingo “Non stanno dicendo la verità. Ci rimanderanno in prigione, lo sento nel mio cuore – questo giudice non vuole dire la verità”».

Come temeva Salifu, lui e Yusupha furono giudicati colpevoli con la più fragile delle prove e furono rimandati in prigione. Inizialmente, Salifu cadde in uno stato di disperazione. «All’inizio mi sono sentito davvero male. Ho pensato tra me e me che non avevo nessuno qui, nessun genitore, nessuno che potesse aiutarmi a rimettermi in piedi, darmi una mano, ma poi il mio avvocato Serena ha iniziato a venire a trovarmi in prigione e mi diceva: “Sali, non sei solo. Giuro su Dio che sono qui per te e così anche tutti i tuoi amici della casa di Blevio. Stiamo tutti pensando a te. Ti aiuteremo. Don Sandro e tutti i tuoi amici stanno pregando per te. E tutti i miei colleghi chiedono di te”. E questo mi ha reso felice. Serena mi ha presentato un suo collega, Roberto, che si occuperà anche lui del mio processo e lo ha continuato a fare anche se per lui non era un momento facile. La prigione è stata dura ma Serena è venuta a trovarmi ogni due o tre giorni».

In prigione, è stato trattato con rispetto dai secondini, che si erano resi conto che era una brava persona. Mi riferisce che gli fu consigliato di insistere affinché il suo appello fosse discusso a Milano, dove “erano più aperti di mente, meno razzisti”.

Dopo il verdetto di innocenza della Corte d’Appello di Milano, Salifu si sentì euforico; «Mi sono sentito felice. E ho ringraziato Dio e il mio avvocato, Serena, che non dimenticherò mai in tutta la mia vita.» Salifu qui fa una lunga pausa. Sembra momentaneamente sopraffatto dall’emozione.
«Ho ringraziato Dio anche per il mio avvocato Roberto, pregando sempre per la sua famiglia».

Mi racconta di come abbia conservato le noccioline che aveva comprato la notte del pestaggio, senza toccarle, per tutto il tempo in cui era in prigione.

Il lontano passato di Salifu

Salifu aveva dovuto lasciare la sua famiglia poverissima in Gambia per cercare lavoro. Aveva già prima dovuto abbandonare la scuola all’età di 11 anni, perché in Gambia l’istruzione secondaria costa soldi e non è per quelli come lui. La sua ricerca di lavoro e di una vita dignitosa lo portò in Libia, dove un amico gli aveva detto che c’era del lavoro da svolgere e che lo avrebbe aiutato a trovarlo. Al suo arrivo in Libia, Salifu non riuscì a trovare il suo amico, molto probabilmente prelevato armi in pugno da una tribù di miliziani che vagano per le strade libiche, sempre a caccia di prede nere da prendere in ostaggio e trattenere fino al pagamento di un riscatto in una prigione improvvisata. Fortunatamente per lui, Salifu incontrò uno di quegli “aiutanti” a cui si riferiva la madre del signor Rogers; un libico, che aveva perso moglie e famiglia durante la guerra contro Gheddafi. Questo brav’uomo prese Salifu in casa, gli trovò un lavoro come saldatore e lo trattò come un figlio. La vita andò bene fino a quando un giorno Salifu fu fermato dalla milizia armata per la strada, con le due opzioni di essere ucciso sul posto o imprigionato. Non avendo soldi, Salifu scelse la seconda possibilità. Una volta prigioniero, a Salifu fu ordinato di telefonare alla sua famiglia perchè inviassero del denaro per liberarlo. La libertà costa. Il costo della libertà era troppo alto per la famiglia di Salifu, ma la provvidenza si presentò nelle vesti del padre putativo libico di Salifu, che era venuto a cercarlo ed era disposto a pagare il riscatto di €900, richiesto dalla milizia.

Una volta tornato a “casa”, questo “aiutante” disse a Salifu: «Vorrei che rimanessi qui, ma è troppo pericoloso per te. Tu devi capire che non c’è guerra tra noi libici e voi immigrati. La guerra è tra noi libici». Con la consapevolezza che la Libia non era un posto sicuro per un uomo nero, Salifu si trovò quella notte di novembre del 2014 accalcato in un gruppo di circa ottanta etiopi, in attesa di essere raggruppato sotto la minaccia delle armi e spinto mentre gli ordinavano gridando «Salite! Salite!» in un gommone non adatto alla navigazione, alle prime luci dell’alba. Destinazione Italia. L’imbarcazione fu intercettata nelle acque territoriali italiane dalla Marina Italiana, che prese le persone a bordo e le portò a Taranto.

Con un po ‘di trepidazione gli chiedo: «Come ti hanno trattato? Ti hanno trattato bene?»
«Eravamo tutti così felici di vedere la Marina Italiana. Ci hanno trattato bene. Sono stati buoni con noi.»
La parte seguente del viaggio di Salifu lo portò da Taranto a Como e a una nuova vita con un viaggio in autobus di tredici ore.

Il presente di Salifu

Dopo essere uscito di prigione, Salifu ha trovato lavoro in un ristorante. I suoi datori di lavoro lo descrivono come un gran lavoratore, e sono contenti del suo atteggiamento positivo e del suo senso di responsabilità. Quando gli viene chiesto di descrivere la sua vita attuale, dice «Sto lavorando duramente e voglio migliorare la mia vita. Voglio vivere qui in Italia». Gli piace Como, che descrive come la sua “casa”. Alla domanda su cosa gli piace esattamente dell’Italia, si entusiasma per gli italiani; gli italiani con cui gioca a calcio a Casnate con Bernate, gli italiani che gli hanno insegnato a parlare italiano e a come fare la pizza, gli italiani con cui ha svolto attività di volontariato in un’organizzazione benefica per bambini handicappati.
«Gli italiani sono brave persone. È un buon Paese. Le persone non sono cattive, sono gentili. Ti aiutano».

Il futuro di Salifu

«Come vedi il tuo futuro, Salifu?»
«In futuro, voglio studiare. Vorrei finire la scuola media. In Gambia ho dovuto smettere di studiare dopo la scuola elementare. I miei genitori non potevano permettersi di mandarmi a scuola. E forse prenderò anche la patente di guida».
«E vuoi restare qui a Como?»
«Sì. La Como che conosco è la Como dove voglio stare». Como è la casa di Salifu. Como è casa sua.
E chissà cosa porterà il futuro per Salifu, un giovane “in gamba” come direbbero gli italiani. Le sue parole trasudano speranza, sogni e ambizioni.

È stato un privilegio ascoltare la sua storia direttamente dalla sua voce.

Un’ultima nota su “gli aiutanti”

Gli aiutanti. Le persone per bene. Ci saranno sempre brave persone. Salifu ha avuto la fortuna di incontrare molte brave persone durante il suo difficile viaggio dal Gambia a Como: dal suo padre putativo libico, alla marina italiana che salva le vite nel Mar Mediterraneo, agli avvocati per i diritti umani, ai sacerdoti che svolgono i loro doveri cristiani, ai suoi amici italiani, africani e arabi, ai secondini della prigione solidali con la sua difficile situazione, ai proprietari del ristorante disposti a dargli un lavoro e una possibilità. Le persone con buon senso e sensibilità; con cuore e cervello.

In un’epoca di cinismo diffuso, faremmo bene a riflettere sull’arte di vivere – e sulla misura di una vita ben vissuta: come scrisse Henry Miller a ottant’anni «… se puoi perdonare oltre che dimenticare , se riesci a non diventare aspro, scontroso, amaro e cinico, amico ce l’hai quasi fatta».
A chi riesce a perdonare e a dimenticare, agli amabili e agli affabili, ai gentili non cinici e, soprattutto, ai Salifu e alle Serene di questo mondo; rispetto. [Amanda Cooney per ecoinformazioni] [Alessandro D’Amico]

Salifu’s story

Salifu tells me his story in the language of his choice. And the language of his choice is Italian. He feels more at home, more comfortable in this language than in what I presumed to be our shared language of English.  He moves nimbly through the language, expressing his thoughts and feelings succinctly and fluently, with heart. The word ‘heart’ comes up several times in his recount of the tumultuous events that led to him leaving his homeland of Gambia and arriving in his new homeland of Italy. He speaks fondly of his new home. He likes Como – “Mi sento bene qua” (I feel good /at home here). It is in Italy where he hopes to build his future. His words are full of hopes and dreams and aspirations.
With Charles Dickens’s ‘A Christmas Carol’ in mind, I ask him to talk to me about his past, his present and his future, in his own words. And to say as little or as much as he wants to. He is ‘un fiume in piena’ – a torrent of words and emotions. As he talks he smiles shyly, a smile that at times widens into a beaming grin as he remembers people who helped him along his journey. At other times his brow furrows and his eyes widen incredulously as he talks of the people who didn’t help him, of the people who for one reason or another – be it for the love of money, pure indifference, jobsworthiness, lackeyness –  did everything to keep him in a limbo of Dantesque proportions. It would be an understatement to say that bad things have happened to Salifu in his twenty-five years on this earth. As an antidote to any potential feelings of nihilistic despair when faced with man’s inhumanity to his fellow man, we would do well to reflect on the powerful message given by a certain Mr Rogers, a popular American TV host and educationalist:
“When I was a boy and I would see scary things in the news, my mother would say to me, ‘Look for the helpers. You will always find people who are helping.’ To this day, especially in times of disaster, I remember my mother’s words and I am always comforted by realizing that there are still so many helpers – so many caring people in this world.”  

Salifu’s ‘near’ past
Salifu came to local public attention on 5 June 2018 in Como when he and three other African asylum seekers (a fellow Gambian and two Nigerians)  were found guilty of beating up two ASF bus drivers. He and fellow countryman Yusupha Ceesay were sentenced to a harsh twenty-one month prison sentence for this crime. Their case was taken by their untiring lawyers to the Court of Appeal in Milan in late November of 2018, where the judges threw out the original local court ruling (unusually, on request of the prosecuting barrister) on the grounds that dubious police methods had been used to identify the assailants on that fateful June day in a hot, sticky, somewhat intolerant Como when two Gambian men found themselves in the wrong coloured clothes, in the wrong coloured skin, in the wrong place and time, at the height of Salvini’s ascent to power. A perfect storm. In the race to find the guilty and to please Italy’s strong man of the moment, any black man would have done. Just as long as there was a black man – or two – behind bars.

“We human beings have been exploring the border between freedom and unfreedom for a very long time. Long ago, the alternative to freedom was not  imprisonment but death. In the millennia we spent as hunter-gatherers, we had neither passwords nor prisons. Everyone in your small group knew and accepted you, though strangers were suspect.”
Freedom   – Margaret Atwood.

Freedom
“With so many willing to die in its name, why have citizens in so many western countries been willing to surrender their hard-won freedoms with barely more than a squeak? Usually it’s fear. And fear can come in many forms: sometimes it comes down to the fear of not having a paycheque. As long as the trains run on time and you yourself are employed, why make a fuss if a few people here and there are being strung up by their thumbs?”
(Margaret Atwood)

Italian prisons, like American prisons, are awash with black prisoners. A British journalist who lives in Italy pointed out to me how many Italians, especially in the north, seize on this as proof that criminal intent is hardwired into black genes. She went on the question why so many blacks are incarcerated here. Do they always get a fair trial? Salifu and Yusupha didn’t. Is their case emblematic? Is this disproportionate representation in the prison population due to the fact that “it serves the powers that be to foster the conditions that create scary people and have them running around, so we ourselves will see the logic of paying to lock them up?” as Margaret Atwood suggests?
Salifu blames his imprisonment on a packet of peanuts he bought that fatal night at the local supermarket facing the park where the police arrested him. If he hadn’t gone to the supermarket to buy the peanuts, he wouldn’t have walked near the replica train in the park at exactly the same time the police were looking for suspects. He always tried to keep away from that particular part of the park, where groups of homeless black African migrants hang out, at times get drunk, at times push drugs e generally ‘fanno casino’ (get up to no good) according to the locals. That area spelled trouble and Salifu knew it.    
As he walked near the replica train, a uniformed police officer stopped him.
“Hi. Can I see your documents?”
It’s 9pm. It’s Ramadan. Salifu hasn’t eaten all day. His one concern is to fill his stomach with nourishing peanuts.
“Can I eat and drink something? I’m fasting for Ramadan.”
“You can eat later. Stay here. You’ll find out what’s going on later at the police station.”
At that point, Salifu’s heart starts racing, beating fast. He knows. He just knows. He asks himself what he has done.  
He is then ordered to get into the backseat of a police car, where he finds his friend Yusupha. In Mandinka he asks “Why are you here?” Yusupha replies “I don’t know”. 
Once in the police station, his fingerprints are taken and his documents are checked. He asks again, “Why are we here?”
“Because this evening you and your friends were on a bus without tickets, you beat up two bus drivers and then you ran away.”
Salifu’s eyes widen in disbelief.
“I don’t know what you’re talking about. No. I’m sorry. Perhaps you’re making a mistake.”
Salifu’s protestations of his innocence amount to nothing. He and Yusupha are placed in prison cells to await their trial.

The trials
Salifu is assigned a defence lawyer who he feels does not listen to his version of events. He tries to concentrate on the lawyer’s defence but she speaks quickly and he feels lost, not well-defended. He talks of his heart; of how it starts to thump loudly in his chest – in fight or flight mode. Shakily he raises his hand and asks the judge if he can speak:
“I don’t trust my lawyer. I don’t think she is telling the truth” he states, and requests a different lawyer.
Salifu is sent back to prison and insists on speaking to the one person he trusts, to Serena, his lawyer.  on the day of the first hearing on 21 June 2018, Salifu is thankfully defended by Serena and another defence lawyer, Roberto. A detailed account of the trial from my admittedly very subjective perspective (as a non-Italian with no legal expertise whatsoever) seated in the public gallery can be found here: https://justiceforyusupha.wordpress.com/
When asked about the trial from his perspective, he sighs and pauses before launching into an impassioned outburst: “I saw in my own heart that the judge and the two bus drivers didn’t want to say the truth. I realised that when the judge told the bus driver on the witness stand to turn around and look at me and to say without a shadow of a doubt that I was on the bus that day. I looked him straight in the eye but neither the judge nor the bus driver looked directly at me. When someone can’t look you in the eye, it means that they’re lying. I was handcuffed to Yusupha and I gestured to him  and said to him in Mandinka ‘They’re not telling the truth. They’re going to send us back to prison I feel it in my heart – this judge doesn’t want to say the truth.’ “
As Salifu feared, he and Yusupha were found guilty on the flimsiest of evidence and were sent back to prison.  Initially, Salifu fell into a state of despair. “At first I felt really bad. I thought to myself I have no one here, no parents, no one who can help me get back on my feet, give me a helping hand,  but then my lawyer Serena started coming to see me in prison and said to me,  ‘Sali, you are not alone. I swear to God  I am here for you and so are all your friends at the home in Blevio. We are all thinking of you. We will help you. Don Sandro and your friends are all praying for you. And all my colleagues are asking for you. And this made me happy. Prison was hard but Serena came to see me every two or three days. “
In prison, he was treated with respect by the prison wardens, who realised he was a good person. He was advised to insist his appeal be heard in Milan where “they were more open-minded there, less racist.”  
After the verdict of innocence in the Milanese Court of Appeal, Salifu felt elated; “I felt happy. And I thanked God and my lawyer, Serena, who I will never forget in my whole life. ” There is a long pause. He seems momentarily overcome with emotion.
“And I also thanked God for my lawyer Roberto. And I prayed for him and his family as it was a difficult time for him.”

He tells me how he kept the peanuts he had bought on the night of the attack, uneaten, for the whole time he was in prison.

Salifu’s distant past
Salifu had to leave his poverty-stricken family in Gambia to look for work. He had already had to leave school at the age of 11 because a secondary school education costs money in Gambia and is not for the likes of him. His quest for work and a decent life took him to Libya where a friend told him there was work to be had and he would help him find it. Upon his arrival in Libya, Salifu could not find his friend, most probably taken at gunpoint by a tribe of the militia men who roam the Libyan streets hunting for black prey to take hostage and hold to ransom in some improvised prison. Fortunately for Salifu, he met one of those ‘helpers’ Mr Rogers’s mother referred to; a Libyan who had lost his wife and family during the war against Gheddafi. This good man took Salifu in, found him a job as a welder, and treated him as a son. Life was fine until one day Salifu was stopped by armed militia on the street with the option of either being shot on the spot or imprisoned. Not having money, Salifu chose the second option. Once held prisoner, Salifu was told to call his family to send money to free him. Freedom costs. The cost of freedom was too high for Salifu’s family but providence turned up in the guise of Salifu’s putative Libyan father who had come looking for him and was willing to pay the €900 ransom money asked by the militia.
Once back at ‘home’, this helper told Salifu, ” I would like you to stay here, but it is too dangerous for you. You must understand, there is no war between us Libyans and you immigrants. The war is between us Libyans.” With the realisation that Libya was not a safe place for a black man, Salifu found himself that November night in 2014 huddled in a group with eighty-odd Ethiopians, waiting to be bundled at gunpoint and kicked with shouted commands of “Get in! Get in!” into an unseaworthy dinghy at first light. Destination Italy. The boat was intercepted in Italian waters by the Italian navy, who took them aboard and brought them to Taranto.
With some trepidation I ask, “How did they treat you? Did they treat you well?”
“We were all so happy to see the Italian navy . They treated us well. They were good to us.”
The next part in Salifu’s journey took him from Trapanto to Como and a new life in a thirteen hour bus ride.

Salifu’s Present
Since leaving prison, Salifu has found a job in a restaurant. He is described by his bosses as a hard worker, and they are pleased with his positive attitude and sense of responsibility. When asked to describe his current life he says, “I’m working hard and I want to improve my life. I want to live here in Italy.” He likes Como which he describes as his ‘home’. When asked what it is exactly he likes about Italy, he enthuses about Italians; the Italians who he plays football with in Casnate-Con-Bernate, the Italians who taught him how to speak Italian and to makes pizza, the Italians who he did voluntary work with in a charity for handicapped children.
“Italians are good people. It’s a good country. The people aren’t cattivi (nasty), they’re nice. They help you.”

Salifu’s future    
“How do you see your future, Salifu?”
“In the future, I want to study. I’d like to finish middle school. In Gambia I had to stop studying after primary school. My parents couldn’t afford to send me to school. And maybe I’ll get my driver’s licence too.”
“And do you want to stay here in Como?”
“Yes. The Como I know is the Como where I want to stay.” Como is home for Salifu. Como è casa sua.
And who knows what the future will bring for Salifu, a young man in gamba (smart and determined) as the Italians would say. His words are filled with hope and dreams and heart.

It was a privilege to hear his own story in his own voice.  

A final note on ‘the helpers’
The helpers. The decent people. There will always be good people. Salifu was fortunate enough to meet many good people along his difficult journey from Gambia to Como: from his Libyan father figure, to the Italian Navy saving lives in the Mediterranean Sea, to human rights lawyers, to priests carrying out their Christian duties, to his Italian, African, and Arabic friends, to the prison wardens sympathetic to his plight, to restaurant owners willing to give him a job and a chance. The people with sense and sensibility; with heart and minds.
In an age of widespread cynicism, we would do well to reflect on the art of living – and the measure of a life well lived: As the eighty-year-old Henry Miller wrote “…if you can forgive as well as forget, if you can keep from growing sour, surly, bitter and cynical, man you’ve got it half licked.”
To the forgivers and the forgetters, to the gentle and the affable, to the kind non-cynics, and – above all – to the Salifus and the Serenas of this world; respect. [Amanda Cooney per ecoinformazioni]

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