L’Arci c’è/ Ricorso al Tar contro “i porti non sicuri”

La pandemia di Covid-19 sembra aver portato in secondo piano – almeno per l’opinione pubblica – il problema dei migranti, delle tutele basilari sulla loro situazione sanitaria e della delicata collocazione sociale. In realtà, con il decreto interministeriale dello scorso 8 aprile si è dichiarato che l’Italia non costituisce più un “porto sicuro” per i salvataggi, chiudendo di fatto le proprie frontiere al flusso di persone in fuga da guerre e dittature, costringendo le stesse a tornare in situazioni drammatiche, aggravate dalla pandemia in corso. L’Arci non ci sta: per questo ha presentato ricorso al Tar per chiedere la revisione di una norma giudicata insensata, cercando di pensare a soluzioni pratiche che permettano la salvaguardia della salute (e dell’umanità) di tutte e tutti.

«Arci ha presentato oggi un ricorso al TAR del Lazio contro il Decreto
Interministeriale dello scorso 8 aprile che ha dichiarato l’Italia un luogo non sicuro per i salvataggi operati in alto mare da navi non battenti bandiera italiana.
Il decreto, come abbiamo già denunciato nei giorni scorsi, oltre ad essere inopportuno e illegittimo, è del tutto incoerente e sbagliato.
Per questo ARCI ha deciso di ricorrere alla giustizia amministrativa, affinché blocchi un provvedimento che non è stato superato dagli interventi successivi ed è ancora attivo.
Se una o mille persone vengono salvate da una nave, devono, non possono, sbarcare nel porto sicuro più vicino, chiunque le abbia salvate a prescindere dalla bandiera della nave che ha effettuato il salvataggio.
Ricordiamo che dall’inizio dell’anno più di 3mila persone, anziché essere salvate, sono state riportate nell’inferno della Libia dalla guardia costiera libica: in un Paese in guerra, in condizioni sempre più disumane. E la Libia sicuramente non è un porto sicuro!
L’emergenza sanitaria globale che sta attraversando il pianeta non giustifica una decisione come questa. Le soluzioni esistono, come ha ribadito più volte l’Unhcr, e vanno prese nell’interesse del Paese, delle persone e della sicurezza di tutti e non per inseguire la propaganda di chi è alla ricerca di consenso sfruttando anche la drammatica pandemia che sta colpendo tutto il mondo.
Pensiamo che si possano predisporre adeguate misure, inclusa la quarantena, non in alto mare ma a terra, e dispositivi di sicurezza per i naufraghi e per il personale che si occupa dello sbarco e dell’accoglienza. Invece di chiudere i porti l’Italia potrebbe chiedere sostegno economico e strutturale all’Ue ed essere protagonista di un cambiamento che noi auspichiamo, introducendo canali d’accesso legali e sicuri e promuovendo un programma di ricerca e salvataggio europeo». [Arci nazionale]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: