Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 05

E’ arrivato il momento di parlare di Togliatti, il leader che ha guidato più a lungo il Partito Comunista Italiano, segnandone l’impianto ideologico e la forma.

Presente sin dalla sua fondazione – faceva parte del gruppo degli ordinovisti con Tasca, Gramsci e Terracini – nel ’26 scriverà insieme al pensatore sardo le tesi congressuali che definiranno la linea del Partito e la rottura con l’impostazione bordighiana. L’anno successivo lascia l’Italia e si trasferisce a Mosca, dove entra a far parte del Plenum dell’Internazionale Comunista: inizia una serie di peregrinazioni che sotto lo pseudonimo di Ercole Ercoli lo porteranno in Svizzera, poi in Spagna e poi di nuovo in Unione Sovietica, da dove dirigerà il Partito, partecipando al contempo al dibattito interno all’Internazionale sulla strategia da adottare per sconfiggere il nazifascismo e affermare il socialismo in Europa.Il suo ritorno in Italia – quasi 17 anni dopo – innesca una decisiva svolta all’interno del fronte antifascista: i comunisti riconoscono il governo Badoglio e sono disposti a rimandare a dopo la guerra la questione relativa al futuro della monarchia, chiedendo il coinvolgimento di tutte le forze antifasciste in un governo di unità nazionale. Da allora e per i quattro anni successivi Togliatti giocherà un ruolo di primissimo piano nella sconfitta del fascismo e nella costruzione dell’Italia Repubblicana, di cui diviene a pieno titolo un padre fondatore (per esigenze di sintesi mi limito a ricordare l’amnistia concessa in qualità di Guardasigilli, o il dibattito sull’articolo 7 della Costituzione). Nel ’48 vittima di un attentato rischia di morire: solo il suo intervento dal letto d’ospedale fermerà i disordini e le sommosse che rischiavano di precipitare il paese in un clima di sommossa armata.

Ma quelli sono anche gli anni in cui accanto alla sistematizazione teorica del pensiero gramsciano contenuto nei Quaderni getta le fondamenta per la trasformazione del PCI da partito-minoranza a partito di massa: il ruolo ed il prestigio che gode presso i vertici sovietici gli permettono – sempre sul filo del rasoio e senza mai mettere troppo in crisi, nemmeno in momenti drammatici e controversi, il vincolo nei confronti di Mosca – di definire una “via italiana al socialismo”, e su quella costruire un partito radicato in ogni angolo del paese (toccherà i 2 milioni di tesserati nei primi anni ’50) che fosse strumento di una “democrazia progressiva”.

Morirà in URSS nell’estate del ’64 durante un breve viaggio di vacanza. I suoi scritti redatti in quell’occasione – il Memoriale di Yalta – diventano così il testamento politico de “Il Migliore”: segretario, leader e capo indiscusso del più grande partito comunista d’occidente negli anni più difficili della Guerra Fredda. [Cristian Pardossi]

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